| Note su Santarcangelo 2008 di Maria Dolores Pesce |
Si è aperto venerdì 11 luglio e si
chiuderà domenica 20 la trentottesima edizione del Festival teatrale di
Santarcangelo, e si è aperto nel segno di una crisi, proprio in senso
etimologico in quanto le improvvise dimissioni del direttore artistico
Olivier Bouin, stante l’impossibilità di completare il suo progetto per
la minore disponibilità di fondi, e la frattura che ne è inevitabilmente
seguita hanno imposto a tutti i protagonisti del Festival una decisione
ed una scelta. Innanzitutto la scelta se proseguire l’organizzazione ed
in quali forme e con quali modalità, scelta fortunatamente positiva, e
poi, di conseguenza, la decisione di interrogarsi contemporaneamente sul
senso della forma festival, sulla sua attualità e sulla sua capacità di
sviluppare un progetto condivisibile e soprattutto condiviso. Ne è nato
un evento incentrato quasi esclusivamente sulla scena italiana durante
il quale l’impegno e l’assunzione di responsabilità anche produttive da
parte di alcune compagnie con storici legami con Santarcangelo, Fanny &
Alexander e Teatrino Clandestino in particolare, ha consentito di aprire
opportunità e accesso ad esperienze più recenti. Ma insieme, come detto,
è cresciuta la volontà di interrogarsi sul presente e sul futuro e sulla
validità di un impegno in un contesto difficile e spesso
contraddittorio, volontà che peraltro ha preso la forma concreta di un
coordinamento tra le Compagnie ospiti con la finalità di sostenere
iniziative che aiutassero a ricostruire una trama di rapporti con il
pubblico e con la comunità, rapporto di cui si percepiva
l’indebolimento. Vi è stato dunque il desiderio di rivitalizzare il
festival oltre una certa ritualità, che dopo tanti anni di vita sembra
attenuare man mano l’impatto innovativo che la contemporanea presenza di
esperienze artistiche ed il loro confrontarsi in un luogo ed in un tempo
specifico e transitorio era stata sin qui capace di stimolare e
rinnovare. Riutilizzando una vecchia affermazione di Enrico Berlinguer,
per altri contesti storici, si potrebbe dire che i protagonisti, gli
artisti, gli operatori teatrali, il pubblico abbiano temuto di percepire
“l’esaurimento della spinta propulsiva del festival”, come evento in
grado di promuovere conoscenze e linguaggio creativi e, se non
rivoluzionari, almeno innovativi, la sua capacità cioè di portare ogni
volta un po’ più avanti la nostra coscienza e la nostra esperienza. Do
solo brevemente notizia, per spirito di cronaca, di alcune delle
iniziative del coordinamento, tra cui “Nero su Bianco” foglio di notizia
che nella forma di simil ciclostile sembra voler contestare l’idea del
patinato giornale del festival per riproporre forme e formati che
possano recuperare anche contenuti (un tempo) antagonisti, e “Rilascio
Lento” che ha visto varie personalità della cultura e operatori teatrali
rispondere, prima dell’inizio degli spettacoli, ad alcune domande, forse
fin troppo fondamentali, sul senso del festival e soprattutto sul senso
del suo essere anche o innanzitutto spettacolo. Ciò che però penso sia
importante è che questa iniziativa, questa risposta ad una difficoltà
inizialmente e nell’immediato “organizzativa”, è stata anche la spia
contingente e transitoria di un disagio avvertito dalle compagnie
presenti, e dal teatro in generale, nei suoi rapporti con la comunità,
sia questa quella dei luoghi del festival o sia quella del pubblico in
senso lato. Un disagio che sembra nascere da una difficoltà di
comunicazione non solo dal teatro verso il suo pubblico ma anche dal
pubblico verso il suo teatro, quasi che la progressiva incapacità della
comunità, sempre più passiva e passivizzata nelle modalità di fruizione
dell’evento in scena, di porre domande al suo teatro produca un senso di
progressiva solitudine anche in chi sul palcoscenico opera, solitudine e
sordità che, insieme, rischiano di produrre e patoligizzare forme di
autoreferenzialità e quindi di innescare un circolo vizioso che ancor
più isola il teatro e ancor più rende muto il pubblico e la comunità. È
un rischio che mi auguro sia avvertito ed in effetti la volontà di
recuperare spazi aperti ed il segno della piazza, sotto il quale nacque
Santarcangelo trentotto anni fa, sembra, ove superi il limite della
semplice nostalgia del bel tempo che fu, può essere un prima risposta.
In proposito interessante la rassegna di video proiezioni cha a partire
da lunedì 14 al Supercinema intende ripercorrere
le iniziali tappe del
festival, per indagare la natura e l’evoluzione del suo rapporto con i
luoghi che lo hanno ospitato e lo ospitano. D’altra parte quel disagio e
quel rischio di cui dicevo, almeno per questi primi giorni di festival
di cui do conto, mi sembrano in parte emergere anche negli spettacoli
presentati a Santarcangelo, ove la scena, questo luogo extra
territoriale ed extra temporale che è per sua natura il teatro, sembra
tendere a diventare il luogo franco in cui esprimere un proprio,
singolare e soggettivo, percorso ed un propria ricerca personale, a
volte quasi solipsistica, all’interno della quale il linguaggio è
autoreferente e non si apre, o fatica a farlo, ad una sintassi
dialettica. Il rischio è dunque che il teatro tenda a diventare non un
luogo collettivo, nel quale la comunità elabora le proprie identità e
produce nuove conoscenze, ma spazio quasi di autocoscienza in cui la
solitudine della società diventa la solitudine dell’artista ormai in
compagnia solo di sé stesso. Da qui, credo e concludo, la domanda di
“Potere senza potere” (ossimoro o petizione di volontà? Si può anche se
non si ha il potere?) rivolta alla comunità che l’accoglie e la risposta
lasciata al tempo che verrà. Ora, all’interno di queste premesse, va
dato giustamente resoconto degli spettacoli e degli eventi multimediali
che hanno segnato la prima parte del festival di cui sono stata
testimone.Carloni-Franceschetti “MATERIA GRIGIA” È una video installazione ideata da due giovani ma ormai esperti e noti artisti, collaboratori tra l’altro dal 1999 della “Socìetas Raffaello Sanzio”. Indagine visiva e figurativa dell’incomunicabilità, utilizza come schermo una lavagna, limen simbolico del vuoto sia del cielo che della mente umana, su cui il transitorio formarsi di immagini, sintassi casuale più che automatica, simbolizza il formarsi stesso del linguaggio e della conoscenza, in un percorso pedagogico, significativamente collocato in un aula quasi dismessa della scuola elementare, che si conclude nel linguaggio dell’incomunicabile. L’assenza di libertà è, per gli autori, nella predestinazione dei significati incorporati in sorta di tavole di Roschach transitorie. Laminarie “JACKSON POLLOCK. ON THE OTHER HAND” La compagnia bolognese ripropone a Santarcangelo la sua peripezia intorno all’arte del grande pittore americano. È uno spettacolo legato alla materia che si costruisce intorno ai movimenti di Fabio del Zozzo, che ne è anche il drammaturgo, e al suo rapporto con gli oggetti. Una drammaturgia dunque che costruisce il suo spazio attraverso la caduta della materia che spontaneamente si organizza nel vuoto della scena condivisa tra attore e pubblico. Come l’immersione nella tela e nella pittura è la modalità fondante dell’arte di Pollock, così la sintassi di questa drammaturgia parla di immersione e di perdita nella scena stessa. La compagnia ha altresì presentato lo spettacolo dedicato ai bambini Emaki. Storie arrotolate. Kinkaleri “ALCUNI GIORNI SONO MIGLIORI DI ALTRI FANTASMI DA ROMEO E GIULIETTA Con questo lavoro, in coproduzione con il Festival, Kinkaleri affronta un testo classico di grande forza e spessore, su cui si sono negli anni esercitate interpretazioni ed incrostati significati, e lo fa paradossalmente proprio per sottrazione, togliendo cioè progressivamente senso e dialettica, sintassi e grammatica scenica fino ad annullare la stessa soggettività teatrale, così da ridurre il personaggio a fantasma senza identità, o almeno con una identità apparente e comunque in contraddizione con sé stessa. I due fantasmi che delimitano con il loro eccesso di movimento la scena, alludono così ad una drammaturgia, presente solo per feticci ed ombre transitorie, ma non la rappresentano, ed innescano dunque un progressivo viaggio a ritroso, una vera e propria regressione all’infanzia in cui l’angoscia del vuoto è coperta ed attenuata dal suono della parola su cui ancorare speranze, o meglio illusioni, di liberazione. Come dicevo in premessa appare una drammaturgia senza speranza perché occupata solo a rappresentare sé stessa, indifferente al senso ed al significato della sua presenza e del suo transito in scena. Efficace nel comunicare l’angoscia del proprio vuoto, cercato ed ottenuto con sforzo encomiabile, non lascia prospettiva alla sua ansia di ridurre ogni scrittura alla essenza di ciò che non si può fraintendere. Fanny & Alexander “KANSAS” e “EMERALD CITY“ Il Gruppo ravennate presenta a Santarcangelo due tappe del suo OZ-Project, viaggio nel mondo letterario di Dorothy e del mago di Oz. Il progetto si va sviluppando dal 2007 e si prevede potrà concludersi nel 2010 al Romaeuropa Festival. E’ una ricerca di senso oltre e al di là del linguaggio, quella che Fanny & Alexander tentano con questa loro peripezia, che però non annichilisce il linguaggio verbale ma lo trasfigura in segno morfologico o in movimento scenico. Kansas, ovviamente, è il luogo da cui parte il periplo del mondo come ci appare ed in questa drammaturgia Chiara Lagani e Luigi de Angelis mettono in scena le possibilità, le innumerevoli possibilità di fuga consentite dalla trasfigurazione onirica della propria personalità. È Dorohoty la protagonista, anzi cinque diverse Dorothy accomunate dall’attesa di una trasformazione, dall’attesa dell’uragano che le farà evadere. Lo specchiarsi nella propria identità, simbolicamente rappresentata dai quadri alla parete di un immaginario museo, è il primo passo per andare, come Alice, oltre lo specchio di ciò che si appare, in direzione di ciò che si è. La rotazione improvvisa e irresistibile dei dipinti, come un uragano appunto, innesta il movimento lontano dal Kansas verso Oz e oltre l’Arcobaleno. Con Emerald City, in scena un bravissimo e stoico Marco Cavalcoli, invece il gruppo indaga le apparenze e la duplicità di senso proprie di ogni linguaggio verbale. Oz è raffigurato con le fattezze e i caratteristici baffetti di un giovane dittatore ben conosciuto, “Him” in scena, impegnato a sedimentare in linguaggio fisiognomico il senso ultimo delle parole che dal mondo si accalcano intorno alla sua figura inginocchiata. Come scrivono gli autori “è una forma di esercizio sull’impotenza delle parole di fronte alla complessità del pensiero”. Tutto è così tradotto nella materialità della espressione umana, che alla fine si rivelerà però, anch’essa, incerta e duplice come i colori delle lenti degli occhiali 3D che siamo invitati ad indossare. Un’altra drammaturgia in transito, come quella ispirata alla Ada di Nabokov; che costruisce il suo significato nella lontananza della prospettiva, quasi a confessare l’attuale difficoltà del teatro a “significare” e comunicare nel qui e ora della scena. Teatrino Clandestino “L’IDEALISTA MAGICO” Rivisitazione di uno dei primi successi della compagnia di ricerca bolognese, ormai con quasi ventennale esperienza anche internazionale. Ideata dai fondatori Fiorenza Menni e Pietro Babina, attraverso la narrazione quasi didattica della storia della elettrostatica analizza il rapporto tra scienza (ciò che è illuminato) e significato (ciò che è nascosto), e dunque tra ciò che appare sulla superficie della parola e l’energia significativa che vi è sì incorporata ma mantenendo però una sua libertà ed autonomia. La drammaturgia è caratterizzata da una meticolosa, quasi filologica, cura del particolare proprio ad accentuare il rapporto contraddittorio tra ciò che all’esterno appare completo ed esaustivo e ciò che al suo interno ribolle e spinge, ancora inspiegato. Chiusi in una gabbia, che appare come la gabbia del senso di sé che imprigiona ciascuno di noi, il narratore è l’unico detentore della parola, del racconto, mentre la Donna ideale e lo Scienziato lo sono rispettivamente della magia, che non si articola in sintassi, e della materia. Sotto la trama del racconto dunque ribolle la verità ed a volte spinge tra le fratture del discorso ed emerge improvvisa, mentre il simbolico mistero dell’energia elettrica spinge la natura. Così il significato intimo delle nostre parole, a volte surrealisticamente o freudianamente contraddittorio ed insieme portatore di sincerità, spinge le nostre vite ad esiti improvvisi ed inaspettati, esiti fuori logica come l’improvvisa uccisione dello scienziato. Ma tale spinta può anche aiutarci ad abbandonare la gabbia di ogni nostra identità indotta, così come gli attori possono infine abbandonare la gabbia del loro raccontarsi in scena. Pathosformel “LA TIMIDEZZA DELLE OSSA” e “VOLTA” Con questi due lavori la giovane compagnia veneziana prosegue la sua indagine sulla virtualità, e non sembri un paradosso, del corpo visto come materia che si sottrae al significato e alla comunicazione. Un lavoro dunque sulla materialità, sulla fisicità umana che si nega, simbolo di una vita che sembra anch’essa man mano sottrarsi al significato, su una materia ed un corpo che hanno dunque perduto ogni residuo di linguaggio. È la parola, almeno così sembra di poter concludere, che abbandona non si sa quanto definitivamente la scena, il palcoscenico. Drammaturgie non verbali che però tentano di ricostruire una sintassi del movimento, una grammatica fatta di parti, di pezzi di corpo umano che appaiono e scompaiono e si ricompongono o sulla tela bianca che chiude la scena al pubblico, come in La timidezza dello Ossa, o come semplice riflesso di luce nell’oscurità, come in Volta. Pezzi di corpo umano che diventano dunque lettere di un nuovo alfabeto, altrettanto virtuale e transitorio come il suono della parola e della voce, e parole che si compongono e si disfano nel loro transitorio passaggio nel vuoto del palcoscenico. Non posso, per concludere, che segnalare la professionalità e la capacità tecnica e di gestione del corpo degli attori danzatori che, finalmente, giungono ad un esito di ricomposizione di senso a partire dallo studio del corpo e del suo linguaggio. Muta Imago “LEV” A quattro anni dalla fondazione questo interessante gruppo romano ha già alle spalle numerosi spettacoli, partecipazioni e importanti riconoscimenti di critica e pubblico. Quest’ultima drammaturgia mi sembra in sostanza partire da una presa d’atto, che è in sostanza la presa d’atto di cui accennavo in premessa: la caduta della comunicazione tra scena e pubblico. Per la compagnia questa caduta ha il suo fondamento nella perdita di senso della parola e nella sua conseguente fatica a ricostruire una trama di significati continuamente messa in forse dalle solitudine che ormai compongono, incomunicabili ed incomunicanti l’una con l’altra, la comunità o le comunità che ci circondano. Potente metafora di questa condizione di vuoto e solitudine, in scena è Lev soldato russo cui un proiettile che gli ha attraversato il cranio ha tolto la capacità di ricordare, non solo il suo passato ma anche ciò che, nei continui presenti che ne costituiscono l’esistere, la vita gli offre. Il mondo si fa dunque integralmente transitorio e sulla scena si attiva una lotta senza fine e forse senza finale per riportare a senso ciò che si dice e ciò che si rappresenta. Il suono è cupo e agghiacciante e le immagini sfuggenti e instabili come fotografie proiettate sulla farina. Il mondo scompare ad ogni istante, vanamente inseguito da Lev (in scena il bravo Glen Blackhall) ed a ogni istante pare sul punto di ricostruirsi. Unica guida una voce fuori campo (il neuropsichiatria di Lev) cui il protagonista aggrappa disperato la propria identità. Potente metafora, dicevo, dell’esistenza ma anche potente metafora del teatro che appare, transita e scompare in scena e lì cerca il proprio senso, faticando sempre e ancor più ora, quando il pubblico dimentica sé stesso e la comunità si fa lontana, a ritrovarlo, o meglio a ricostruirlo. Non è casuale, forse, che sia questo spettacolo a chiudere queste mie brevi note. |