Non è un paese per donne
maggio 2008Non so di chi sia la
battuta (che prende spunto dal durissimo “Non è un paese per vecchi”,
quattro statuette Oscar da poco consegnate ai fratelli Coen), ma la
raccolgo al volo da un servizio radiofonico. Con un certo divertimento,
lo confesso: capita talmente di rado di respirare atmosfere consapevoli
e bendisposte rispetto alla condizione femminile… “Figuriamoci per donne
vecchie” aggiunge intanto mia madre fulminea, senza alzare lo sguardo
dal suo libro e con un sorriso ineffabile stampato sotto il naso.
Su questo argomento vado ruminando da qualche tempo a causa di un altro
film insospettabile, nonchè poi del libro da cui la pellicola ha avuto
origine: “Caos Calmo” di Sandro Veronesi: cioè “quiet chaos” , si legge
meglio nel testo, parola inglese, anzi americana,che indica una caccia
che non finisce mai, dove il cacciatore può da un momento all’altro
trasformarsi in preda: faccende aziendali con acuti risvolti etici.
Strano romanzo, intenso e diretto : più strano il film giacchè sembra
impossibile che ne sia nata non dico una sceneggiatura aderente, ma una
traccia agibile. Eppure non è stato apprezzato il giusto: non compreso
appieno, direi. Lascia pensare il fatto che un sacco di talenti
indiscussi abbiano scelto di farsi coinvolgere a realizzare da questo
racconto un film tanto atteso. E se ne sente la tessitura forte.
Vediamo il parterre dei modelli maschili in campo : autore dicevamo
Sandro Veronesi, produttore Domenico Procacci, Nanni Moretti interprete
( e senza dubbio co-sceneggiatore) insieme a Alessandro Gassman e Silvio
Orlando, regista Antonello Grimaldi. Mancano due o tre nomi e la
rassegna della crème de la crème dei maschi italiani appartenenti al
mondo cinematografico e teatrale è completa. Questa selezione elementare
non è casuale da parte mia e, ritengo, nemmeno da parte del team in
questione: si sente respirare, nel romanzo e nel film, un “pensiero
maschile privilegiato” per censo, aspetto e cultura; un pensiero
intelligente, ma assuefatto all’agio economico, alla cura dell’immagine
e al potere: in poche parole pericolosamente narciso. Di più: non è un
pensare “solitario” , ma un pensiero profondamente radicato nel sociale
e un sociale agito e strutturato da gruppi di maschi.
Non si tratta una svista degli autori: è di questo che si parla su più
piani in entrambi i prodotti culturali e si intuiscono le smagliature
della compattezza psichica dei personaggi di quel sesso. Per contro
l’assoggettamento, la sottovalutazione, la rimozione dei soggetti
femminili lascia intorno a sé un’aura di sofferenza e precarietà tale
che marca un segno avverso alla donna: manco si fosse, in pieno 2008, in
balìa di una maschia casta militare, o addirittura di un servizio di
sacerdozio. Sotterranea autocritica? Delle quattro figure femminili di
riferimento la più importante è morta e la sua traccia è silente, una è
un soggetto erotizzato e demonizzato in maniera paternalisticamente
schizoide, un’altra non solo è psicologicamente fragile ma non è neppure
uno stinco di santo, la quarta ha undici anni e nella sua qualità di
“figlia” è una stellina meravigliosa. Così il campo resta completamente
sgombro per virili comportamenti e robuste superfetazioni dell’ego.
Veniamo ai fatti.
Il protagonista è il dirigente ben quotato di una società di
telecomunicazioni in fase di fusione con un’altra azienda, al quale
muore improvvisamente la moglie, mentre è impegnato a salvare
dall’annegamento un’altra donna. (E ti pareva) Avendone già rimosso
emotivamente la presenza in vita,in virtù di un legame non più erotico
ma semplicemente parentale, non ha nessuna difficoltà a rimuoverne il
senso di perdita da morta. Superficiale e combattivo, il nostro ( per
inciso chiamato, con nome significativamente tosto e integerrimo) Pietro
Paladini, non si accorge di regredire nella posizione d’attesa del
“rocchetto” freudiano: per non sentirsi (come direbbe coloritamente
Peppino De Filippo) “sparpagliato” a causa della frattura del cordone
ombelicale con la moglie-madre, lui lo riesuma e, rimpiccolendosi, lo
connette alla figlia, credendo confusamente di attivare
“responsabilmente” un sacrosanto rapporto genitoriale, che riproduca il
senso di un vincolo, offra di lui un’immagine ammirevole e intanto,
ambiguamente, attutisca la doppia catastrofe familiare e professionale.
Una situazione di caos calmo, che trova il suo analogo in complesse
dinamiche aziendali. Lo scenario della società di telecomunicazioni si
evolve intanto allegoricamente in senso parallelo alla crisi morale del
protagonista, esplicitando strutturalmente il genere di mancanza di
coerenza che precede l’abisso…. (Di che paese stiamo parlando? ..Ehm,
no, no ..il titolo originale indica genericamente country…) Il
responsabile delle risorse umane intanto (sì, il riferimento al romanzo
di Abraham B. Yehosha è contenutisticamente pertinente) si accorge che
il modello di fusione aziendale praticato è molto primitivo,
monocentrico, rigido e verticale come la visione del mondo ebraica,
mentre l’impatto della fusione rischia di scatenare pressioni e tensioni
disumane, più saggiamente amministrabili con una partitura del potere a
tre, di modello cristiano. L’acutezza della riflessione trascura un solo
particolare: il limite è altrove e cioè nell’incapacità assoluta di
allontanarsi da un modello che non resti rigorosamente paternalistico.
Alla caduta di “credo” sulla missione personale e aziendale, alla
scomparsa dell’unico soggetto leale che era la moglie Lara, Paladini
risponde introiettando la perdita e proponendosi lui stesso leale e
integerrimo con i capi dell’azienda, fino a rasentare
l’autodistruzione….
Un percorso apparentemente di presa di coscienza della propria doppiezza
nel condurre sciattamente la vita sentimentale che vorrebbe lasciar
sperare nel cambiamento, ma lascia supporre piuttosto una deriva
psichica: dopo una larga brillante riflessione sulla sua vita Pietro
Paladini non evolve, ma ripete il clichè autoreferenziale e colpevolista
del vecchio padre in colloquio ricorrente con la moglie morta: “E ora mi
passate Lara, per piacere?” … Per rendere competitiva una società di
telecomunicazioni mica male……Insomma, non è un paese per donne, perché è
un paese per vecchi? Forse, ma c’è ancora un colpo di scena in
semi-finale: dov’è che portano le riflessioni di Paladini nell’unico
momento in cui si fa tentare professionalmente dal capo che impersona il
Male assoluto? A teatro. Provare per credere: Schnitzler, “Gioco
all’alba” sarebbe il suo spettacolo, anzi il suo film come lo fu “Doppio
sogno” per Kubrik, e, conoscendo il testo, si scopre finalmente l’
ammissione di colpa totale. Era ora. Manco a dirlo, la colonna sonora è
tutta, ma tutta, bellissima, anche se, in genere, il pubblico si
affeziona, chissà perché, solo all’ “Amore trasparente” di Fossati...
POSTILLA: non appena ho consegnato
queste pagine alla posta elettronica mi succede un felice imprevisto:
quello di imbattermi, in modo che più puntuale non si potrebbe, in
quella che è esattamente la risposta americana a Caos calmo e l’antidoto
su misura al modello patriarcale. Un altro film, stavolta americano,
pazzo e colorato gira per le sale e diffonde un delizioso senso di
liberazione: “Il treno per il Darjeeling”. Se ne sconsiglia la visione
ai soli spettatori codini. |