La
sfida di Piergiorgio Welby, anche al teatro
Luglio 2010Credo non
esserci dubbio alcuno che da anni, a millennio appena iniziato, nella
cultura letteraria italiana stanno assumendo rilevanza editoriale, valore
di scrittura, favore dei lettori, delle tipologie di scrittura narrativa
del tutto radicate nel vissuto autobiografico degli autori. Da Terzani a
Saviano, da Corona a Maffia alla Vighy, per citarne solo alcuni, le
esperienze personali, i riferimenti contestuali di vita, la ricerca
interiore, la difesa dei diritti civili, le radici geoantropologiche,
costituiscono la materia prima irrinunciabile, e garante di autenticità
espressiva, su cui e con cui tracciare i percorsi di scrittura e
narrazione. Tale fenomeno, peraltro, è verificabile anche nelle esperienze
di drammaturghi e attori-autori che costituiscono un coté molto
significativo del teatro italiano d’oggi (come dimostra lo studio di
Letizia Bernazza, Frontiere del teatro civile, segnalato nel nostro sito).
A fine anno 2009 l’editore Castelvecchi ha pubblicato Ocean Terminal, di
Piergiorgio Welby, affidandone la cura, amorevole appassionata e
competente, al giovane Francesco Lioce, dottore di ricerca in
Italianistica e parente stretto e profondamente “amico” dell’uomo e
dell’artista (pittore, giornalista, scrittore), Piergiorgio. Lioce, a fine
libro, ripercorre la “storia” di queste pagine, che hanno visto impegnato
Welby soprattutto tra il 1998 e il 2002, ma con interventi e aggiunte che
arrivano fino a pochi mesi dalla morte, cercata voluta “difesa”. Ocean
Terminal si accompagna a quella tipologia di opere a cui ho sopra
accennato, naturalmente con caratteristiche sue proprie sulle quali vado
subito a scrivere.
La prima è che il testo di Welby è incompiuto, come d’altra parte molte
opere della contemporaneità: si può dire, però, che il destino del libro
segue quello biografico dell’autore, pertanto la sua incompiutezza
testuale testifica la “compiutezza” della sua radicale scelta
esistenziale: le pagine s’interrompono dal momento in cui la malattia (la
terribile distrofia muscolare) e la morte impedirono all’autore qualsiasi
intervento. Il testo venne così affidato a Francesco Lioce e alla moglie
Mina, affinché venisse pubblicato “dopo”, come testimonianza di una vita
così difficilmente dolorosamente intensa, come memorandum per chi resta,
da parte di una persona che ha vissuto esperienze estreme: la caduta nella
tossicodipendenza, la successiva risalita, l’affacciarsi e l’esplodere
della malattia, la sempre più invasiva ineluttabile fisicamente concreta
prospettiva della morte, di un nulla senza senso che costringe a dare
perlomeno un qualche senso all’esistenza. Un’esperienza decisiva, questa,
perché ai “normali” gli affanni e le cure della vita “normale” e
normalizzata, l’essere immersi in un contesto di vita preordinato e
assolutizzato, impediscono di toccare i lembi estremi della vita, di
provare stati d’animo e sentimenti che sprofondano in territori
esistenziali altrimenti inesplorati.
Una seconda caratteristica è data dall’essere, la scrittura welbiana,
sospesa tra ritmo narrativo e riflessione saggistica, altro segnale di una
consapevolezza attenta a illustri modelli novecenteschi. Se il “nulla” è
l’approdo finale occorre prepararlo, rendere “nuda” la propria vita,
raccontandola ma parallelamente demolendo tutti quegli idola, ideologici
etici di costume di modelli economici di morale sessuale, che corazzano il
nostro vivere e ci danno una serie di difese che lo giustifichino,
illudendoci di un tutto pieno, illudendoci della permanenza immutabile di
noi e delle nostre cose. Welby demitizza tali paradigmi, ironizza con
sarcastica riflessione sulle nostre illusioni, perché è al di là
dell’illusorio tutto pieno, sperimenta e vive appieno la concreta
vicinanza di un tutto vuoto. Giustamente Lioce richiama gli autori a cui
si rifa Piergiorgio, rintracciabili implicitamente (a volte in citazione),
in molti passaggi del suo testo. In letteratura i tragici greci col loro
radicale sentimento che è male il venire alla vita; Shakespeare e la sua
convinzione che la vita sia una recita farsesca senza senso, agita da
seriosi buffoni; i narratori russi, in primis Dostoevskij, e la loro
capacità di sprofondare nella coscienza umana attraversandola senza alibi.
In filosofia, Marx, Freud, Nietzsche, Heidegger, i pensatori della scuola
francofortese, Gadamer. Non direi che tali autori suggeriscano
una”filosofia” sistematica a Piergiorgio, piuttosto ciascuno gli offre
alcune chiavi per demolire “idee ricevute”, paradigmi astratti, che
dimenticano l’indissolubile rapporto fra biologico e mentale, corpo e
anima, pensiero e azione. Avviene così che i 114 <<episodi>> (talì li
definisce appropriatamente Lioce) di cui è composto il libro, alcuni
brevissimi altri lunghi fino a 2 o 3 pagine, si agglutinano o su immagini
di vita, sensazioni, esperienze d’affetto d’amore di eros, momenti di
sofferenza fisica e morale, e siamo così nei segmenti più narrativi; o si
imperniano su riflessioni, giudizi, convinzioni espresse sulla società
sulla morale sul costume sul senso dell’esistere, e qui scatta la molla
che attiva i meccanismi di pensiero creando i toni di una scrittura
d’impronta saggistica.
E a proposito di toni è giusto sottolineare anche il carattere di una
sorta di andamento musicale del libro welbiano, come di una partitura che
ha un preludio nell’episodio “fuori sacco” che precede il vero e proprio
testo, un avantesto che molto predice i temi che verranno sviluppati; poi
avremo episodi “forti” ed episodi “piani”, alcuni dal ritmo “lento”, altri
“rapido”; alcuni segmenti sono “in battere” (quelli più appassionati, più
espressionistici), altri “in levare” (lievi, sospesi, in controtempo).
Come pure, ci suggerisce il curatore, il testo offre delle punte
espressive di natura più poetica, e lirica, “verticali”, altre di
carattere più prosastico, più costruito, “orizzontale”. E anche per quanto
riguarda i registri, assistiamo a una varietà con più sfumature, dove
direi essere assenti sia il tragico (si veda nello stesso tematico
Sull’origine della tragedia un implicito rifiuto della stessa) che il
comico, cosicché si registrano l’ironico e l’autoironico, il sarcastico,
il parodico, il satirico, il lirico molto sfumato, molto controllato,
raramente l’elegiaco (ad esempio nei due bellissimi episodi dedicati al
padre: Noi togliamo stranamente valore alle cose e Ascoltavo, trattenendo
il sospiro).
Certamente nelle sue pagine Welby ha voluto ricostruire la “sua” storia,
la trama slabbrata, strappata, bucata della sua vita, per averne un
barlume d’identità, e qui la parola chiave è: <<superstite>>: se vi è una
sua vera identità essa è quella di chi è rimasto “sopra”, di chi è
sopravissuto alla tossicodipendenza, e di chi è sopravissuto, non mai
arrendendosi, pe r molti anni, ad una malattia inesorabilmente letale
nella sua biologica scadenza. Sopravvivere è anche “vivere sopra, al di
sopra”, e Welby, anche grazie alla sua scr ittura, è riuscito a cavalcare
e in parte a domare il cavallo impazzito e cattivo della malattia, e il
cavallo nero della morte, affrontandola, anticipandola, fuggendosene con
lei, ma per rimanere, certamente non nel suo biòs, più vivo, per gli
altri, per la sua Mina, per Francesco, per noi che ora lo leggiamo, lo
“leghiamo” a noi.
Nella “sua” storia il biòs, il corpo, non può che avere un posto
essenziale: è il campo su cui prendono luogo i suoi incontri d’amore, su
cui corre il suo eros libero, su cui scorre, attraverso il sistema
circolatorio, la droga, ma anche la sua liberazione da essa, e su cui
infine prende posizione invincibile la malattia, coi suoi tormenti, le
cure, l’immissione dei farmaci tramite le flebo. Il suo corpo, nel libro,
è verbalizzato, spesso richiamando un altro grande sperimentatore di
parole fisiche e fisiologiche, Giovanni Testori; ed anche “disegnato” (si
vedano ancora le “teste” disegnate da Testori), come si può vedere nelle
riproduzioni di alcune chine su carta che il volume di Castelvecchi ci
offre. Sono disegni che s-figurano il rappresentato: agiscono Bacon,
agiscono i surrealisti, per cui ogni singolo elemento della figura compone
e scompone in un coacervo di linee, di fasci di linee, l’immagine, creando
repulsione, spostando orridamente l’ordine anatomico delle parti del
volto, dando il segno ai capelli, alla barba, di uno scolare sanguinolento
del volto. La stessa scomposizione del corpo nella sua interezza, il suo
smembramento che richiama figure mitologiche appare in una sorta di
orribile onirismo nel brano che prelude al testo, Giorgio, il capo
reclinato. Certamente c’è nelle parole di Welby una rappresentazione anche
bukowskiana della corporeità, intesa come energia da spendere, da
sprecare, da impiegare per il desiderio erotico, al di là di ogni opzione
etica e religiosa; come pure echi riverberano della prosa celiniana, in un
sublime rovesciato col quale le pulsioni sessuali divengono il trait
d’union con la donna-femmina, che appare in molti episodi figura scevra da
sovrastrutture idealizzate, e il cui centro focale è costituito dalla sua
fisiologia e anatomia: parti anatomiche femminili come sineddoche della
donna e della sua attrazione sessuale biologicamente destinante l’origine
della creaturalità umana. Anche Kafka sospinge l’immaginario welbiano, se
la “sua” creaturalità non potrà mai metamorficamente trasformarsi in
animalità (<<Io sono sempre io e non avrò mai la fortuna di risvegliarmi
scarafaggio>>). C’è anche la donna protettrice, l’Angela (omen nomen) di
alcuni episodi, la donna-rifugio, la donna-consolatrice, ma pur sempre
dispensatrice di godimento sessuale, come, da bambino, la statuina della
Madonna, dove la bocca aperta del serpente schiacciato è già
prefigurazione dell’immagine vulvare, di un ingresso nel microcosmo
misterioso di un’assolutezza vitalistica. Mi pare di poter dire che il
corpo narrato da Welby lungo tutto il testo sia un corpo trafitto,
fessurato, bucato: dagli aghi delle siringhe e delle flebo, dal tubo post
tracheotomia, dalle endovene; per contrasto il corpo femminile offre le
sue naturali aperture all’esaltazione dell’eros. Ma ci sono anche i corpi
dei morti, oggetti estranei, cadavericamente privi di ogni senso
relazionale, se non quello memoriale che agisce in chi ancora fisicamente
è in vita.
C’è nelle pagine di Welby anche il mondo della relazionalità umana e
sociale: la famiglia negli episodi relativi all’infanzia, la città di Roma
negli episodi della giovinezza e della maturità: una Roma per lo più
periferica o marginale, notturna, la Roma degli anni Settanta e Ottanta,
in cui un tossicodipendente viveva in stato semiclandestino: non c’è
autoindulgenza negli episodi relativi a questa alienante condizione, a
tale esperienza forte ed estrema, in cui ci si abitua ad ogni evenienza,
la più dura possibile. In tali passaggi la scrittura welbiana rasenta
un’autenticità assoluta, ci sfida a denudarci di ogni autodifesa per
vedere in faccia il vuoto assoluto; la sua parola, spesso allucinata,
spasmodica, febbrile, disperata, analitica, raggiunge vette di un assoluto
valore espressivo, è una parola che disfa la vita negletta e reietta per
rifarla daccapo, azzerando sulla pagina ogni sorta di condizionamento.
Decondizionarsi da ipoteche ideologiche e politiche, da alibi
moraleggianti, da modi di vivere imposti, sembra essere l’estremo
tentativo per riprendersi la vita autentica, e allora ogni suggestione
poetica, filmica, pittorica, possono portare l’autore, nello svolgersi
raccontato della sua esistenza, a nuove consapevolezze, a quelle nuove
conoscenze che man mano, come ci ricorda il curatore del volume, Welby
cercava di assimilare radicalmente, come unico varco di salvezza reale e
possibile. La conoscenza come atto mentale, poiché il corpo man mano verrà
meno, quel corpo che noi siamo, non che abbiamo. Perdere il corpo per una
malattia invincibile rappresenta il non dicibile, resta il silenzio
assoluto di fronte a tale estrema prospettiva, come è scritto al termine
dell’ultima pagina del libro.
Eppure, per ripassare la propria storia, occorre narrarla, occorre
verbalizzarla, occorre una strategia stilistico espressiva che renda
davvero efficace l’atto dello scrivere: è necessario che la narrazione si
identifichi intrinsecamente in una lingua e che in questa trovi la propria
ragion d’essere per divenire “evento” letterario. La lingua, la parola, di
Welby, che qui meriterebbero ben altro spazio di analisi, mostrano lungo
tutto il testo alte doti inventive ed espressive. Tutti i piani del
discorso evidenziano gli sforzi riuscitissimi dell’autore di agire con
precisione e controllo, tali da garantire un sorvegliatissimo uso
denotativo e assieme connotativo della parola: i registri lessicali sono
di un’estrema varietà, giacché sulla base della lingua standard
s’innestano i linguaggi settoriali, il lessico d’impronta scatologica,
l’uso sempre acutamente ironico delle citazioni da gerghi, da modi
espressivi di moda, provenienti dai massmedia, dalla pubblicità, dal
costume. Lo stesso linguaggio figurato colpisce sempre il bersaglio
assecondando una semantica dell’immaginario paradossale, esplosivo,
febbrile, allucinato, potentemente impressivo, tale da assecondare il
flusso elocutivo di una soggettività che si confronta con il mondo, con
gli eventi, per poi rielaborarli nel proprio foro interiore, sia nella
dimensione dell’emotività e del sentimento, sia in quella della
riflessività e della meditazione sulle “progressive” sorti della propria
persona come pure dell’umanità che la circonda. Si veda un solo esempio,
cioè, a p. 58, l’invocazione alla figura femminile con la quale poter
sognare (<<… tu sola puoi farmi sognare la fine di questa tragedia, tra le
tue tette di panna e nutella, sul tuo culo di pistacchio e amarena, tra le
tue cosce al latte di mandorle…>>) e si noti l’efficacissimo cortocircuito
metaforico tra la semantica dell’eros e quella del cibo.
Nel titolo di questo mio intervento viene indicata una sfida. Da quanto ho
sopra scritto credo che sia facilmente comprensibile come l’opera di Welby
non possa non costituire anche una sfida per noi lettori: alle nostre
idiosincrasie, alle nostre ipocrisie, alle nostre convinzioni di vita,
alle nostre sicurezze, ai nostri alibi. Ocean Terminal, però, a mio
parere, può costituire anche una grande sfida per i teatranti, se solo
pensiamo che, se non tutti i testi sono teatrali di per se stessi, tutti
sono teatralizzabili. Il testo welbiano può costituire un materiale
drammaturgico di grande fascino per una “prova d’attore” che, appunto,
richiede un approccio libero dai condizionamenti correnti dell’attuale
teatro italiano. Certo, occorre una mano sicura nel trattamento
drammaturgico del testo, che non potrebbe che essere trasformato in
monologo, ma sia la struttura verbale nella sua vivezza, credibilità,
efficacia, sia la grande tensione narrativa dovuta alla profondità
squassante dei temi, costituiscono una base di partenza credo davvero
positivamente decisiva. Anche a livello registico il proliferare libero di
immagini, i giochi immaginativi, la totale libertà inventiva, non possono
che trasmettere all’occhio e alla mente di un regista, grandi suggestioni
di creatività scenica. Io credo che la scelta di Ocean Terminal ai fini di
un’elaborazione teatrale si ponga inevitabilmente sul piano della tanto
invocata quanto poco praticata ricerca di un teatro davvero necessario. La
voce di Welby potrebbe rivivere reincarnata sulla scena per pronunciare le
ragioni prime ed ultime dell’esistenza umana, per invocare l’empatia degli
spettatori, per chiamare la comunità civile alla discussione sugli
interrogativi ultimativi e radicalmente umani, per divenire interpreti ed
attori del nostro stesso destino. |