Intervista immaginaria a
Giovanni Testori
Settembre 2009In vista
di una riedizione del mio ormai vecchio studio Lo scrivano, gli
scarrozzanti, i templi. Giovanni Testori e il teatro, pubblicato da
Bulzoni nel 1997, sento molto profondamente il desiderio di incontrare
nuovamente quello che considero il nostro più importante drammaturgo di
fine Novecento, nonché decisivo esperto d’arte e critico, prosatore e
poeta. Ma come sappiamo la sua esistenza si è chiusa nel 1993, per cui mi
è possibile solamente instaurare un dialogo con lui morto, facendolo
rivivere in una mia scena mentale, che tenterò di vivificare con energia
interiore, con immaginazione rispettosa e con una ancor viva memoria della
sua persona e della sua parola, del suo sorriso mite e forte, del suo
sguardo severo e amoroso, dei suoi occhi color del cielo. D’altra parte
cosa di più testoriano che dialogare coi “morti”, cosa di più vicino a lui
che sulla scena tante volte ha voluto far rivivere e risorgere i morti?
Aggiungo, inoltre che il desiderio di “conversare” con Gianni Testori mi
si è acuito più che dal teatro “visto”, da quello letto, in particolare mi
riferisco al recente utilissimo volume curato da Antonio Attisani e Mario
Biagini, Testimonianze e riflessioni sull’arte come veicolo (Roma,
Bulzoni, 2008). E al bellissimo e coinvolgente libro ancora più fresco di
stampa di Franco Ruffini, Craig, Grotowski, Artaud. Teatro in stato
d’invenzione (Roma-Bari, Laterza, 2009). Infine come una bussola che
orienta, o una costellazione del cielo, anche le riflessioni che sgorgano
in me dal pensiero del grande saggio, filosofo, teologo, indocatalano
Raimon Panikkar, mi hanno suggerito un senso, una direzione fascinosa ed
autentica nell’immaginare l’incontro e l’intervista con Gianni Testori.
D. A sedici anni dalla sua scomparsa fisica, cosa crede di aver lasciato
di vivo nella cultura italiana?
R. Se intende per “vivo” qualcosa che resista nelle mode, nelle
convenzioni, negli ambienti che fanno tendenza, credo quasi nulla. Se
intende qualcosa che ancora resiste alle mode, alle convenzioni, agli
ambienti predominanti, spero che della mia vita e della mia attività
artistica e culturale, qualcosa si sia sparso, che accenda tutt’ora
qualche minimo segnale di luce nella coscienza culturale italiana.
D. Lei crede che un artista, o un intellettuale, o un polemista, possa
ancora al tempo d’oggi essere, magari in posizione minoritaria, un maitre
à penser?
R. Più che essere stato un maestro, direi di aver sempre e soprattutto
tentato di essere tutto me stesso, in ogni direzione del mio impegno,
nella speranza che la mia vita non lasciasse dei buchi vuoti, nella trama
della realtà e del mondo. Io credo che ognuno di noi deve capire, come
nella parabola evangelica dei talenti, come deve vivere una vita
autentica, affinché, appunto, non lasci una lacuna che nessun altro al
nostro posto può riempire. Naturalmente non so se ci sia riuscito
pienamente.
D. Io credo che siano fondamentali, oltre l’autenticità, anche
l’intensità, e la “qualità”, per così dire del nostro vivere e agire.
R. Oh, si, certamente! E’ quella che la lingua inglese definisce
awareness, una sorta di autoconsapevolezza del sé che ci sprofonda, ci fa
esercitare appunto profonde energie spirituali, extraordinarie, che sono
in un tempo non-tempo, così intenso da fondere il momento cronologico, il
kairòs, e l’infinità temporale, l’eternità. Si, mi è accaduto spesso,
amando, soprattutto, sia le persone che le grandi opere, dai quadri, ai
dipinti, ai testi scritti. Ciò l’ho vissuto anche stando sulla scena, in
particolare quando portammo in giro per i teatri d’Italia e anche in
luoghi non teatrali, io e Branciaroli, In exitu: molto spesso nelle decine
di repliche effettuate, per me fu proprio un’uscita da me stesso, per
con-fondermi con Franco Branciaroli, e con molti spettatori, fu un andare
oltre me stesso, uno stare in un fra, in uno stato di relazionalità
assoluta che annulla il dualismo tra colui che agisce sulla scena e colui
che assiste chi agisce; è quanto dovrebbe sempre accadere anche nella
vita, non solo in situazione simbolica: dovremmo sempre considerare la
nostra radicale condizione di relazionalità, il vivere appunto in un fra,
proprio come in un rapporto d’amore, in cui conta stabilire una corrente,
un flusso, un tropismo fra amanti. E lì, nello spazio scenico, guardi, che
non si capisce più qual è il confine tra azione scenica e vita, tra parola
scritta, detta, recitata, e parola-parola, parola vissuta. Ma, sa, non è
per nulla facile spiegare e trasmettere questi stati di coscienza, così
intensi, una qualità di vita, come dice lei, assoluta, sciolta dalle mille
incombenze del quotidiano, da obblighi, convenzioni che ci opprimono. Un
conto è il Logos, il pensiero, la parola, un altro conto è la Carne, cioè
l’esperienza fisica, emozionale, biologica, il Mito di noi a noi stessi,
che ci costruiamo a seconda della nostra cultura e dell’esistenza in cui
siamo immersi.
D. Forse è l’intuizione poetica a esprimere, avvicinandosi davvero, certi
stati d’animo, certe esperienze anche spirituali.
R. Si, l’intuizione poetica è quello che ho cercato di scavare nella mia
scrittura, sia drammaturgica, sia letteraria, sia critica. A volte l’ho
definito, “milanesamente”, un magun, un nodo che ti stringe nei precordi e
che devi sciogliere scrivendolo, dicendolo, urlandolo, Ma non basta, per
me!
D. Immagino che si riferisca all’intuizione, ad un’esperienza “ulteriore”,
definibile come religiosa!
R. Si, certo, la chiamerei l’esperienza “cristica”, perché, l’ho detto e
scritto in molte sedi, tramite Cristo, si intende il Cristo della fede, la
parola si è fatta carne, si è incarnata nella storia per compiere davvero
una rivoluzione cosmica, che deve divenire per gli uomini anche una
insurrezione-resurrezione, un ripristino nella libertà della giustizia e
della carità: un vuoto in tal senso per un cristiano è il peccato, come ha
insegnato Paolo di Tarso.
D. Mi pare, senza dubbio, che questo sia il “fuoco” di tutte le sue opere
scritte; mi viene da chiederle : per i non-credenti, per gli agnostici, il
suo teatro che valore può assumere; e così pure la sua poesia, tipo Ossa
mea, o la sua prosa, come Gli angeli dello sterminio?
R. Ma io non ho scritto né per i credenti, i non-credenti, o gli
agnostici; ho scritto innanzi tutto per me, e poi per quegli amici che mi
capivano, ho solo cercato di toccare e abbracciare temi fondamentali,
direi antropologicamente fondamentali; così vale per le mie opere che
trasferiscono certi fondamenti di alcuni mythoi al tempo della
contemporaneità: si tratta di Edipo, di Oreste, di Elettra, di Amleto, di
Faust, di Erodiade, di Maria madre di Gesù, , e così via. Si trattò per me
di calare nella mia concreta realtà personale, le mie origini
etnoantropologiche, quei personaggi e i loro strazi, i loro magoni, le
loro rivolte, i loro amori, la loro libertà di amare; eppoi, essendo un
occidentale, ho ripercorso secoli e secoli di tradizioni religiose, a
partire dalla nostra, che è di popolo, di poveri cristi, di classi
subalterne, fino agli operai, ai paria della società, i drogati, i folli,
tutti coloro che oggi, come si suol dire, sono out, fuori da ogni potere.
D. E’ per tali ragioni che lei ha lasciato una sua frase “testamentaria”
quando disse che si salva chi sa amare fino in fondo la Realtà tutta, la
Creazione, in tutti i suoi aspetti?
R. Certamente: bisogna abbracciarla tutta la Realtà, nei suoi vari
livelli: fisici, sensoriali, sentimentali, intuitivi, spirituali, divini,
sapendo che la realtà, la creazione sono in continuo divenire, e noi
dobbiamo sempre cooperare a questo continuo e infinito farsi, dobbiamo
farci parte di questo tessuto universale; dobbiamo “respirare” il soffio
cosmico e divino che alita sulle nostre vite, per il tempo-spazio
esistenziale che ci è dato di costruire, sul quale intessere il nostro
vissuto.
D. Ed è per questo che lei insiste sulla parola che va oltre la
letteratura, quasi un artaudiano “non attardarsi sulle forme”, ma
“significare” nel fuoco estremo del vivere, nel collocarsi, appunto, nel
profondo della Realtà, e non sulla superficie di piccole, immediate realtà
fenomeniche.
R. Ho sentito, ho capito, che dovevo fregarmene delle forme; che la parola
scritta lo doveva essere in modo che, detta, proferita, recitata,
profetizzata, esplodesse e spaccasse i significati standardizzati, i nodi
ideologici imperanti, resi tabù, i paradigmi di una lettura unicamente
tecnologico-scientifica della realtà, e quindi unidimensionale, univoca,
parziale, estranea alla pluridimensionalità della Vita, alla sua
molteplice ricchezza.
D. E questa sua parola urlata, franta, sofferta, “sacramentale”, e
ritualizzata, ha finito per identificarsi col suo teatro!
R. Si, così è stato: perché la carne si rifacesse parola, nel respiro dei
“miei” attori (da Franco Parenti a Franco Branciaroli, da Adriana
Innocenti a Sandro Lombardi, da Andrea Soffiantini agli allora giovani
attori di Extramondo, e tanti altri); nel loro pensiero, nel loro
corpo-mente, nell’anima, nell’intelletto; e nella loro voce proferita in
pubblico; ciò che ho scritto ho sperato e spero sempre, in un sentimento
davvero estremo, che risuoni nella persòna che ciascun spettatore è. La
parola va amata, e allora sempre diviene anche carne, esistenza, come
dicevamo awareness, e poi canto, in-canto, giuramento, sacramento, e
allora porterà il teatro oltre le sue “forme”, tra la scena e la vita,
insomma, quella Vita che tutti cerchiamo di realizzare in pienezza, senza
alcun fine che contemplarla, alla fine. E’ quello che ora lascio di più
mio: pienamente e definitivamente fare esperienza della contemplazione
della Vita. Con ciò non rinnego nulla della mia esistenza, nemmeno la mia
sofferta, ma a volte così esaltante condizione di omosessuale.
D. Un’ultima domanda: crede che nel suo teatro vi sia anche una condizione
del tutto utopica?
R. Penso di si, e lo ha capito, naturaliter, Franco Branciaroli: la mia
utopia teatrale consiste nel far sì che ogni azione scenica sia
ritualmente irripetibile, far si che ogni spettacolo sia un unicum, ma chi
e come potrebbe vivere il suo lavoro sulla scena per un’unica
rappresentazione, per un solo “debutto”, usando il gergo corrente? Lei
capisce che questo non si può fare, per cui la butto lì questa mia utopia
teatrale, come provocazione, come sfida, come un orizzonte che si vede di
lontano ma che non si potrà poi mai raggiungere. |