Tornare ai primordi
Marzo 2010E’ nata prima la
musica o la parola? Per discutere attorno a tale questione e più in
generale attorno ai rapporti tra pensiero musicale, emozioni, cervello e
linguaggio, nel mese di settembre del 2009, si sono riuniti a Milano
alcuni studiosi (neurologici, neurochirurghi, psicologi, musicologi…), che
hanno formulato una ipotesi interessante. Secondo gli studi più recenti
nel campo delle neuroscienze, il linguaggio musicale e il linguaggio
verbale hanno un centro privilegiato situato nella medesima area
cerebrale, chiamata area di Broca (dal nome del suo scopritore). Pur
avendo una origine comune i due linguaggi possono però disgiungersi,
separarsi, distinguersi e in definitiva differenziarsi. Due le cause: o
l’insorgenza di patologie gravi di tipo neurologico (come nel caso di
Ravel) o la vittoria della cultura (presumibilmente bastarda) sulla natura
(presumibilmente saggia). Il linguaggio verbale e il linguaggio musicale –
per il fatto di avere un’area cerebrale di riferimento comune – hanno,
quindi, come antenato illustre un linguaggio che molti secoli addietro li
comprendeva tutti e due. In altri termini, sembra che gli uomini primitivi
(ci sono flauti che risalgano a circa 45 mila anni addietro) praticassero
un linguaggio fatto di musica (soprattutto) e di parole (poche).
L’ipotesi è di rilevante interesse anche per chi si occupa di teatro. Il
fatto (se di un fatto si tratta), in un’epoca caratterizzata da idiote
pratiche “interdisciplinari” o “multimediali”, chiarisce che quel processo
di comunicazione implicava la pluralità del linguaggio. Ecco, questo è il
termine giusto. Indica la direzione di lavoro. Indica la tecnica che serve
alla produzione di una miscela linguistica eterogenea e che attribuisce
all’opera una natura di tipo intermediale, intertestuale, polidimensionale
e sinestetica. Il fatto stesso stabilisce inoltre che la pluralità del
linguaggio - oggi usata correttamente in alcuni ristretti ambiti artistici
e culturali -, è stata inventata 45 mila anni addietro, quando il
linguaggio verbale era presumibilmente estremamente limitato. Con questo
si può dire che il linguaggio musicale è nato prima del linguaggio
verbale? Non so se si possa dire questo. Comunque, secondo l’ipotesi
formulata dai ricercatori riunitosi alla Bocconi di Milano, si può
affermare che il linguaggio degli uomini primordiali consistesse nella
combinazione di suoni articolati e di suoni musicali, realizzando una
pluralità di linguaggio minimale, ma di sicuro interesse storico e
culturale.
Evidentemente quegli uomini avevano bisogno di comunicare non solo idee,
pensieri e progetti, ma anche sentimenti, desideri e rudimentali
psicologie, dimostrando di essere molto più avanti di tanti drammaturghi
contemporanei che praticano una scrittura fondata esclusivamente sulla
parola scritta, destinata ad essere trasformata in parola parlata. Se si
può accettare di comunicare un pensiero con le parole, è quantomeno
discutibile accettare la manifestazione di un sentimento attraverso il
linguaggio verbale. Ci dà fastidio nella vita, figuriamoci nell’arte! E’
meglio il sentimento d’amore dichiarato con le parole “ti amo”, oppure il
sentimento espresso attraverso un comportamento concreto e coerente, che
dice il sentimento senza dichiararlo?
Sì, d’accordo, le parole servono molto nella vita. In teatro un po’ meno.
Ne servono poche: studiate, calibrate e combinate in modo rigoroso, per
dire e non dire, al di fuori – dico io - di strategie mimetiche o
descrittive. Poche, come erano poche quelle che usavano gli uomini vissuti
45 mila anni addietro. In teatro le parole dovrebbero essere usate non per
dire la verità, non per dire le verità possibili e immaginabili, ma per
mentire. Le parole sono straordinariamente utili per dire menzogne, per
mistificare, per nascondere. Sono paraventi, vie di fuga e corazze che
risultano indispensabili quando si finge, quando si vuole separare
l’essere dal sembrare, quando si vuole provocare un danno o un conflitto.
Per esprimere un sentimento, una sensazione o una psicologia mi sembra che
la scelta migliore sia assumere comportamenti adeguati. Meglio, se sono
poetici. La parole mentono, mentre il corpo non mente mai? Mi sembra che
le cose stiano così.
Nella vita reale il drammaturgo può dire cento, mille volte “ti amo” alla
sua innamorata senza correre il rischio di ricevere un pugno in faccia, ma
in teatro, no. Se nell’ambito della scrittura ripete quelle parole; se
dichiara, manifesta e descrive a parole tutti i pensieri e tutti i
sentimenti che gli passano nella testa, è certo che metterà l’attore nella
condizione di fare un lavoro alienante e lo spettatore di chiedere il
rimborso del biglietto. Meglio, molto meglio è quello che facevano gli
antichi, combinando parole e suoni per comunicare il dicibile e
l’indicibile della loro vita. Una pratica la loro, fondata – come ho detto
- sulla pluralità del linguaggio e perciò sulle “azioni in lavoro” – con
tutto quello che ne consegue sul versante dei ritmi, delle energie o della
intensità dei flussi -, che mette in evidenza la quantità variegata delle
azioni medesime. Le azioni sono tante e di diversa natura: fisiche,
verbali (a condizione che non spieghino), sonore, musicali, visive,
spaziali, oggettuali, luminose, relazionali, eccetera, eccetera, come ha
ben spiegato Barba in un magistrale scritto sulla “drammaturgia”.
Tornare ai primordi non vuol dire guardarsi indietro per diventare di
sale. Vuol dire tornare alla sorgente biologica delle energie vitali, al
presupposto fondante della dualità della natura e della cultura umana,
alla combinazione di “azioni in lavoro” nella prospettiva di un valore
aggiunto dato dalla complessità dell’opera, dal mistero, dalla poesia
(oltre la grazia). Si tratta di una pratica che trova fondamento nelle
neuroscienze e che alcuni scienziati collocano alla base dei processi di
comunicazione dei nostri antenati, vissuti 45 mila anni fa. |