Teatri di vetro
Novembre 2008La visione di
alcuni spettacoli della rassegna Teatri di Vetro – organizzata dalla
Compagnia Triangolo Scaleno con la direzione artistica di Roberta
Nicolai, - ci spinge a fare alcune considerazioni relative alla ricerca
teatrale e all’arte dell’attore, non disgiunte dalla valutazione degli
spettacoli.
Il sistema teatrale italiano è caratterizzato da due grandi aree di
riferimento: il teatro di tradizione e il teatro di ricerca. All’interno
di questi ambiti esistono diversi modi di fare scrittura drammaturgica e
scrittura scenica. La pluralità delle metodiche e la differenziazione
dei risultati non sono tuttavia considerate una ricchezza vera. Sono
ancora molti coloro che pensano di vincere sugli altri, affermando la
superiorità di un modo di fare teatro sull’altro. Anche se il cosiddetto
teatro di ricerca rientra nelle nostre predilezioni, riteniamo sbagliato
riconoscere l’attività di ricerca soltanto alle Compagnie che si
definiscono gruppi di ricerca. Nessuna Compagnia degna di questo nome
rinuncia a farla. Ognuna fa la sua ricerca. E ogni ricerca, svolta con
competenza e professionalità, ha specificità che sono tutte diversamente
utili in un sistema teatrale democratico e pluralista. Possiamo allora
considerare la ricerca una modalità che va accettata per quella che è,
per le caratteristiche che possiede, a condizione che trovi riscontro
nell’arte teatrale e contribuisca a creare un oggetto di un’alta qualità
artistica: affascinante, coinvolgente, divertente. La ricerca è dunque
un atto di libertà espressiva, non un metodo, non una formula, non una
regola fissa. E’ una premessa, uno stimolo, un obiettivo, una necessità
irrinunciabile che attraversa generi diversi di teatro.
Il buon teatro è dunque tutto il teatro che cerca, e che trova, forme
vive di comunicazione e d’espressione artistica, a prescindere
dall’appartenenza nominale all’area della tradizione o della
innovazione. Conta il risultato. Conta lo spettacolo che conquista il
cuore e la mente dello spettatore, e lo tiene sveglio. Il presupposto
metodologico dell’imitazione o della ricreazione dell’azione umana è
importante, ma non è sempre determinante ai fini del buon risultato in
scena. In un caso e nell’altro, il fatto sostanziale resta la centralità
dell’azione compiuta dal personaggio, quindi dall’attore, che incarna
l’uomo concepito nella sua totalità. Si tratta di una questione, quella
del lavoro sulle azioni fisiche, che è molto spesso o disattesa o
sottovalutata, sia sul versante della trasposizione scenica di un testo
sia su quello della drammaturgia della scrittura scenica.
Le caratteristiche di un personaggio non derivano primariamente dal suo
fare? Il carattere non scaturisce dal suo comportamento? Quel
comportamento che tanto apprezziamo nella vita reale perché non dovrebbe
avere la stessa rilevanza in situazione di finzione scenica? Nei
rapporti d’amore o d’amicizia non desideriamo che siano i comportamenti
a parlare, piuttosto che le parole? L’amore o qualunque altro sentimento
lo mostriamo – paradossalmente -, nascondendolo. I fatti parlano. Il
corpo parla. Il corpo dice la verità, le parole mentono. E allora, se
sono le azioni umane che parlano nella vita reale, saranno sempre le
azioni fisiche a parlare nella vita ricreata della finzione scenica,
qualunque siano le premesse o le finalità del fare teatro.
E così, nel gettare uno sguardo sulla rassegna Teatri di Vetro - che ha
raccolto una quantità eterogenea di proposte appartenenti alla
produzione indipendente -, abbiamo cercato di capire il tipo di ricerca
effettuato dalle Compagnie e di valutare alcuni aspetti dell’arte
dell’attore nella prospettiva della creazione di personaggi intesi non
come uomini dimezzati o marionette, ma come uomini interi e vivi, cioè
totali, fatti per un teatro totale. Il teatro è totale. Non ci dovrebbe
essere bisogno di aggiungere l’aggettivo totale al sostantivo teatro, ma
la combinazione si rende necessaria per richiamare l’attenzione sul
fatto che lo spettacolo dal vivo si è progressivamente impoverito fino a
diventare parola esangue che, come tale, nega la dualità dell’uomo e la
polidimensionalità dell’opera a danno dell’intreccio tra comunicazione
chiara e comunicazione oscura, della credibilità delle forme, del
piacere della visione e del divertimento che fa ,come si dice, buon
sangue
Nell’arco di due giorni abbiamo visto tre spettacoli di prosa, uno
spettacolo di danza e un’installazione.
Mariacane è lo spettacolo che ha suscitato maggiore interesse. Per
motivi semplici e fondamentali. Intanto, perché c’è una perfetta
corrispondenza tra le dichiarazioni di principio e le realizzazioni
sceniche. “Mariacane – scrive Ilaria Drago – è un lavoro scritto col
sangue d’ogni donna stuprata, con la disperazione delle ossa rotte, con
la forza della resurrezione”. E questo c’è nello spettacolo. Si vede. Si
rivela attraverso la parte sensibile, intrecciata a quella cognitiva.
Anche per questo la creazione artistica ci sfiora, ci tocca, ci
coinvolge pienamente. Non punta sull’invettiva sociologica e sulla
condanna, ma evoca quella cognizione del dolore di gaddiana memoria,
tenendo insieme sangue e pensiero, movimento del pensiero e movimento
del desiderio della protagonista. Procedono insieme i due movimenti, nel
rispetto più assoluto della totalità della creatura umana, concepita e
restituita artisticamente nella sua interezza. Questo è uno dei segreti
del teatro. E’ il segreto di Mariacane e dell’arte d’Ilaria Drago,
un’attrice che ha raggiunto livelli d’eccellenza.
La Drago parte dal suo testo: essenziale, pulito, levigato, scolpito col
martello dei segni, senza alcun vacuo cedimento. L’autrice si attiene ai
fatti e li racconta con un comportamento poetico di pregnante
leggerezza, rarissimo nei drammaturghi contemporanei, che genera
un’energia dirompente, a volte paurosa e barbarica. Come quelle grida.
Come quei canti improvvisi. Non nascono dalle abbaglianti e sciocche
divinità interiori, ma dalle interiora. Sì, dal fegato, dalla milza, dal
ventre e dalle budella. La parte del corpo umano che sta al centro del
tronco. Quello è il cuore dell’attore. Il cuore che sta al centro del
corpo. Quello è il luogo dove nascono i suoni. Dove nascono parole,
orrori, pensieri e sentimenti. Il cuore vero. Il cuore che serve per
compiere l’atto della creazione artistica, che rende possibile la
trasformazione artaudiana della carne in corpo glorioso.
E così, abbiamo constatato la maestrìa semplice e complessa di una
scrittura scenica che, pur facendo riferimento ad un testo compiuto, va
alla ricerca di un propria autonomia, utilizzando tutto quello che serve
per raccontare la tragica e a tratti gioiosa vicenda di Mariacane.
Abbiamo visto l’artista affidarsi al quel cuore che non pulsa sangue, ma
che produce energia e ritmo, per celebrare la donna come vittima che
vince sul carnefice. Abbiamo percepito lo stupore irrinunciabile che
scaturisce dall’imprevedibilità delle azioni fisiche e dalla
trasfigurazione del corpo in valore aggiunto poetico. Siamo stati
sorpresi dalle esplosioni sonore che arrivano fino al canto, con il
supporto necessario di un looper, e dai fremiti della spina dorsale che
inducono alla danza leggera delle gambe sottili e delle ali d’argento.
E’ stato piacevole vedere la Drago che vedeva e che, vendendo, diventava
una visione. Ilaria Drago è un’attrice intelligente. Ha avuto buoni
maestri di riferimento. Adesso, dopo aver imparato, ha imparato a
disimparare. Sa che il miglior modo di recitare è quello di non
recitare. Mariacane? Teatro di ricerca o teatro di tradizione? Teatro di
crinale, forse, con forti elementi innovativi. Ma che importa! Forme
credibili. Spettacolo da non perdere.
E poco importa che la Compagnia URTeatro faccia un teatro
sostanzialmente diverso da quello d’Ilaria, rivolgendo lo sguardo verso
la tradizione rappresentata da Testori e da Ruzante. Pur non facendo
teatro di ricerca, ha impostato una ricerca e ha sviluppato una poetica
che hanno prodotto uno spettacolo piacevole, apprezzato dal pubblico,
più volte applaudito a scena aperta. Nel cortile del lotto 25 della
Garbatella - dove la Compagnia ha definito, per accenni essenziali, uno
spazio rurale funzionale all’allevamento di maiali -, Ameleto dei
porselli, testo e regia di Riccardo Festa, è risultato uno spettacolo
fluido, ironico e divertente.
Ameleto ha trovato il padre morto tra i maiali. Pensa che sia stato lo
zio ad ucciderlo. Lo zio pensa che Ameleto sia pazzo e la madre pensa
che sia un bambino. L’eredità lasciata dal padre d’Ameleto, consistente
in migliaia di maiali, rischia di finire nelle mani della madre e dello
zio, che pensano ad una nuova azienda fondata sull’intreccio tra affari
e politica. Lo zio – che pensa meglio di tutti gli altri - diventa
padrone dei maiali sposando la madre di Ameleto e padrone della città
diventando “sindico”. Alla fine muoiono tutti. Rimane Orazio a
raccontare la storia e rimangono i maiali, che continuano a grugnire per
motivi relativamente misteriosi. Forse pensano.
La scelta del dialetto bresciano è certamente azzeccata. Un dialetto
ricreato. Una lingua, robusta e sanguigna. Oscilla tra presente e
passato. Porta con sé energia viva e una discreta fisicità. La densità
dello spettacolo risente del lavoro fatto prevalentemente sui movimenti
e sui gesti che accompagnano la parola dialogata. Il dire non scaturisce
dal fare. Il come non nasce dalla cosa. L’uso frequente degli arti
superiori ne è la testimonianza. Rivela una formazione disattenta,
perché anche la parola è corpo. Il gesto delle mani e delle braccia è a
volte esagerato, per dismisura derivante da un’imperfetta autogestione
del corpo. E, qua e là, è maldestro, per carente consapevolezza sulla
centralità del tronco. Anche Shakespeare raccomandava agli attori di non
tagliare l’aria con le mani.
Va tuttavia detto che il gruppo degli attori – costituito da Lorenzo
Bartoli, Serena Brindisi, Alessandro Federico, Francesca Debri, Riccardo
Festa e Salvatore Li Causi - è bene affiatato e stabilisce un buon
rapporto di comunicazione con il pubblico Due attori si distinguono
sugli altri, ma non siamo in grado riferirne il nome perché disponiamo
di una locandina che non abbina il nome dell’attore a quella del
personaggio. Ci riferiamo agli interpreti dello zio di Amleto e di
Polone che tendono a recitare con tutto il corpo. Di fronte ad una
Compagnia che ha capacità e potenzialità apprezzabili, il nostro
auspicio è che il gruppo rimanga unito, che sia messo in forma il corpo
degli attori, che il regista concepisca luci e suoni come codici
espressivi. L’approdo a miscele linguistiche eterogenee potrà produrre
forme più seducenti e più coinvolgenti. Chi cerca trova. Spettacolo da
vedere.
Volevo un gatto nero è la storia di due bambine che conducono una vita
sana: istinto, sentimenti, proficui contrasti e corroborante creatività.
Il sapere e il non-sapere, poli costitutivi della natura e della cultura
umana, nutrono lo sviluppo della personalità di Gorda e Flaca, ma la
società violenta del Maestro d’Armi le trasforma ben presto in soggetti
dipendenti e stereotipati. Una sarà vittima della voracità consumistica;
l’altra dell’edonismo, che la condurrà a continue correzioni del proprio
corpo. La creatura in bianco, piantata in terra a rappresentare tutte le
donne vittime delle violenze fisiche e psicologiche, non va al di là di
una presenza simbolica. La Compagnia Twain teorizza “rapporti
autentici”, ma utilizza stilemi coreografici, forme fisse e algide.
Mette in preventivo “creatività passionale” e “sapere ancestrale”, ma
lavora sui processi di astrazione che creano una distanza abissale tra
palcoscenico e platea. La coreografa-regista-drammaturga Loredana
Parrella per comunicare la svolta in negativo delle due donne introduce
immagini in movimento in funzione esplicativa. Invece di esprimere
artisticamente, descrive. Invece di comunicare, spiega, provocando un
arresto della comunicazione. L’inconsapevole risultato è il rigetto
dell’opera e dell’opera di ricerca. Tanti movimenti delle braccia e
delle gambe per una stasi mortale. Spettacolo da dimenticare.
Il giudizio vale anche per Bubble (bolla), di Andreana Notaro e Maria
Paola Zedda, presentata come “costruzione live di un’installazione
dentro un’installazione”. E’ costruita sul gioco infantile
dell’affogamento di dieci bambole e sulla rivelazione finale di un
imprevisto umano. Le autrici dichiarano la “voluta/dichiarata assenza di
evento”. Il fatto è che l’assenza di evento determina l’estraneità e
l’indifferenza dello spettatore. Il tempo breve dell’esecuzione è
sembrato un’eternità.
Guerriglia Live Show, prodotto da Margine Operativo, si è avvalso della
ideazione e regia di Pako Graziani e Alessandra Ferraro,
dell’interpretazione di Nicola Danesi De Luca in video e della presenza
in scena dei musicisti Federico Camici e Andrea “Loko” Cota. “Uno
spettacolo politicamente scorretto”, si legge sul programma. Perché
suggerisce gli strumenti di attacco e/o di difesa con i quali bisogna
andare alle manifestazioni? “Un manuale d’insubordinazione al potere
dell’ascolto”: lo spettacolo dal vivo non dovrebbe essere una visione
sinestetica? “Feroce ironia”, “parole che mozzano, sanguinano e
brancolano”, “atmosfera surreale”, “spettacolo multiplo, denso,
grottesco, comico” sono soltanto atti di volontà registica. Se lo
spettacolo è fatto per essere ascoltato e non per essere visto, perché
non trasmetterlo da una stazione radio? Accettiamo il suggerimento:
spettacolo da non vedere.
Compagnia Ilaria Drago
presenta
MARIACANE
Cronaca di uno stupro
Scritto,diretto e interpretato da Ilaria Drago
Musiche originali di Marco Guidi
Ideazione luci, spazio scenico, dinamiche vocali di Marco Guidi e Ilaria
Drago
URTeatro
presenta
AMELETO DEI PORSELLI
Testo e regia di Riccardo Festa
Interpretazione di Lorenzo Bratoli, Serena Brindisi, Alessandro
Federico, Elisabetta Ferrari, Riccardo Festa e Salvatore Li Causi
Associazione Culturale TwAiN
presenta
VOLEVA UN GATTO NERO
Felicità clandestine
Coreografia, regia e drammaturgia di Loredana Parrella
Scenografia e luci di Roel Van Berckelaer
Musiche di Antonia Gozzi
Musiche dal vivo di Antonia Gozzi, Daniele De Santis
Costumi di Roel Van Berckelaer, Loredana Parrella
Videoinstallazioni di Elena Fedeli
Interpretazione di Vittoria Maniglio, Anna Basti, Valentina Calandriello,
Enza Carrozzino.
ZDDNTR
presenta
BUBBLE
Costruzione live di un’installazione dentro un’installazione
di Loredana Notaro e Maria Paola Zedda
Ideazione e azione di Andreana Notaro e Maria Paola Zedda
Immagini di Maria Paola Zedda/Baby Machine
Elaborazione del suono di Giancarlo Petroni
Margine Operativo
presenta
GUERRIGLIA LIVE SHOW
Ideazione e regia di Pako Graziani e Alessandra Ferraro
Interpretazione di Nicola Danesi De Luca
Mosiche originali live di Federico Camici, basso-voce, e Andrea “Loko”
Cota, chitarra-voce
Video live di Riot Generation Video
Luci di Diego Labonia
Fonica di Luigi Giandonato
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