L'egemonia culturale
Dicembre 2008Questa volta lo
stimolo alla scrittura mi è stato offerto dal libro di Franco Ricordi,
Le mani sulla cultura (Gremese, Roma 2008, 14.00 euro). L’opera
rappresenta un contributo originale e argomentato sull’egemonia
culturale della sinistra storica nel XX secolo, con particolare
riferimento al teatro. Accolgo il tema come problema persistente e
resistente che mi dà la possibilità di fare alcune riflessioni che vanno
anche oltre il tema del libro.
La sinistra ha fatto un “investimento” strategico per scopi
politico-ideologici sul versante delle attività artistiche e culturali,
realizzando nel corso di alcuni decenni un dirigismo duplice,
riguardante la produzione e la distribuzione di spettacoli dal vivo.
Produzione e distribuzione sono strettamente collegate, perché – come si
sa – la seconda influenza la prima sulla base di una prassi molto
semplice: se tu, regista, compagnia, gruppo, vuoi distribuire il tuo
spettacolo devi scegliere un testo e comporre un cast artistico che
godano della nostra condivisione. Le figure preposte alla gestione del
potere ai vertici dei Circuiti non pretendevano che lo spettacolo avesse
un segno ideologico evidente, ma che fosse funzionale all’organizzazione
del consenso piuttosto che alla realizzazione di intelligenti politiche
culturali sul territorio. La sinistra storica ha “investito” nell’arte e
nella cultura per lungimiranza o perché gli è stata concessa la
possibilità d’ “investire”? Forse per tutti e due i motivi. Resta il
fatto: l’egemonia culturale esercitata per interessi di parte. E bisogna
aggiungere che allo stato attuale del conflitto politico, la tendenza a
controllare le attività culturali e l’informazione non è mutata e non
tende a mutare minimamente, anche con di governi di diverso orientamento
politico.
L’arte dipende dalla politica, anche se la politica afferma a parole
l’esatto contrario.
Nell’ultimo dopoguerra, alla “libertà” della creazione artistica si è
sostituita la “necessità” dell’assoluto ideologico. Scopo: alimentare la
lotta di classe anticapitalista, scrive Ricordi. Il teatro politico -
sorto come risposta legittima alle aberrazioni naziste e fasciste, alla
necessità di ricostruzione di un mondo nuovo dopo il ritorno alla
democrazia -, si è diffuso in Europa nei decenni successivi con la
fioritura di una miriade d’iniziative: nascita di teatri stabili, di
compagnie legate alla tradizione e al teatro di ricerca; sviluppo
dell’associazionismo di base e del movimento cooperativo. Gli anni ’70
hanno rappresentato la punta di massima espansione del movimento
teatrale e della sua strumentalizzazione politica che si è avvalsa del
sostegno d’intellettuali come Brecht, Sarte, Fo, e che ha trasformato il
teatro politico in teatro ideologico. L’”alleggerimento della propaganda
marxista” effettuato dal Partito Socialista di Craxi è servito solo a
radicalizzare lo scontro interno alla sinistra e ad allargare le aree
del clientelismo che ancora oggi garantiscono rendite di posizione non
scalfite dal tempo. Neppure il crollo dell’impero sovietico e la caduta
del muro di Berlino, che hanno segnato il fallimento del comunismo nel
mondo, hanno contribuito a determinare una svolta significativa e a
produrre fermenti di coscienza critica capaci di riportare il teatro
nell’alveo di una politicità intrinseca all’atto della creazione
artistica.
Col passare egli anni sono cambiate le parole, ma come spesso accade nel
nostro bel paese – nulla o poco è cambiato nella sostanza. Il “teatro
politico” è diventato formalmente “teatro civile”, ma le motivazioni e
gli obiettivi strategici sono rimasti pressoché gli stessi. La
situazione è apparentemente più fluida, ma la stasi permane,
contrabbandata per movimento. E’ peggiorata con l’introduzione nel
dibattito politico della teoria riferita ad una (reale o presunta)
“cultura di destra” contrapposta ad una (reale o presunta) “cultura di
sinistra”. Un’invenzione diabolica, quanto ingenua, incapace di produrre
cambiamento reale. Contrapporre valori di destra a valori di sinistra ha
significato creare due assoluti ideologici contrapposti al posto di uno,
deprivati entrambi dell’energia necessaria per cambiare la cultura del
Paese. L’alternativa reale sta nella creazione di una cultura di valori
condivisi in una polis che è di tutti. Un’utopia? Un’utopia concreta.
Intanto, nonostante le alterne vicende governative, non solo non sono
migliorate le condizioni di vita dei cittadini della polis che non c’è,
ma sono peggiorate. La società liberale d’ispirazione capitalista – che
sembrava un punto di riferimento credibile dopo la caduta dell’ideologia
comunista nell’abisso degli orrori umani -, non ha prodotto il progresso
umano che ci si attendeva. Mostra ferite gravi e prospettive molto
incerte di guarigione. Finanza dissennata ed economia che geme. La
cultura politica resta fondata sull’esercizio del potere ed è
attraversata da anomalie, vizi e contraddizioni che riempiono
quotidianamente i giornali. Dato lo stato di crisi, anche di valori
etici, delle democrazie liberali, il traguardo della creazione della
polis appare irraggiungibile. E non può che essere così, quando politica
ed etica non coincidono; quando punti di vista opposti e contrari
restano irriducibili anche sul fronte dello stato di necessità
nazionale; quando il conflitto è permanente; quando la contrapposizione
si traduce nel tentativo reiterato di prevalere sull’altro arrecando
danno a tutti. E non si sa quando questo possa cessare. E non si sa chi
avrà la voglia e la capacità di determinare una svolta radicale.
Parafrasando: la cosa (pubblica) ha bisogno di un come – cioè di un modo
di agire e di essere – scandalosamente semplice e coerente che faccia
nascere forme vive e seducenti. E’ evidente che il benessere materiale e
immateriale di un popolo dipende non soltanto dalla politica economica
ma anche dall’economia della cultura, essendo l’una e l’altra
intrecciate e destinate al conseguimento di un unico obiettivo:
l’interesse della collettività, la ragione della polis, alla quale tutti
– nella diversità – dovrebbero concorrere.
Nello scrivere queste righe mi spunta un sorriso sulle labbra. Lo so, mi
salva dalla vita, ma non smorza il disagio derivante dalla
consapevolezza di dire cose che sono di un’ovvietà pazzesca. Cose ovvie,
ma essenziali. Ampiamente condivise da cittadini inermi, ma non inerti,
come me, che la politica beffardamente ignora.
Dal dramma della vita contemporanea al dramma del teatro. Nel suo libro
Franco Ricordi riflette sul teatro e torna ai primordi, citando
Aristotele, che – come si sa - considera il dramma come “qualcosa di più
elevato e più filosofico della storia”. Partendo da questo presupposto,
il regista afferma che “con quest’intuizione Aristotele ci permette
oggi, attraverso le sedimentazioni di Shakespeare, Lessing, Schiller,
Szondi, Gadamer, di tornare ad una concezione del dramma e della
dramatis persona che rappresentano la stessa quintessenza e la
possibilità della libertà culturale. Il dramma, garantendo l’esempio
universale, ha sempre superato il ‘particolare’ dell’esistenza, vale a
dire l’intrusione della storia nel suo ambito, quindi della possibile
politica dittatoriale o di parte. La storia del teatro drammatico è
dunque la storia della liberta di comunicazione e di espressione
artistica, che c’è stata al tempo di Shakespeare, ma che non c’è stata
nei Paesi comunisti e post-comunisti dove i contravventori ai principi e
alle regole dettate dalle oligarchie politiche hanno rischiato e
rischiano di essere eliminati”. E, ricorrendo ancora ad Aristotele,
Ricordi rilancia la teoria della mimesis, dalla quale si evince che “lo
storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono
accadere. Perciò la poesia è qualcosa di più filosofico e di più elevato
della storia: la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la
storia il particolare”.
Già, all’inizio era il verbo e il ritorno alle origini lascia che i
fatti siano descritti. Assieme ai fatti, anche i sentimenti, le
percezioni, le psicologie e i pensieri sono descritti -, seppure in modo
poeticamente alto, attraverso l’uso esclusivo di segni verbali. Sulla
base di tali presupposti,il teatro mimetico - con le sue esibizioni
disordinate di sentimenti e con il suo naturalismo psicologico –
risponde alle predilezioni di molti drammaturghi, registi, attori, ma
anche di masse considerevoli di spettatori, e rappresenta - assieme al
teatro pirandelliano, al teatro futurista e al teatro totale-, come ho
avuto occasione di dire altrove (Teatro Totale, Titivillus, Corazzano
2006), una delle quattro aree dell’ipotetico patrimonio culturale della
polis.
Il teatro mimetico è la forma di teatro più praticata nel mondo, ma non
è l’unica. Ce ne sono molte altre, altrettanto legittime, altrettanto
importanti: tutte necessarie per dare efficacia ad un sistema teatrale
realmente pluralista. Certo, ha ragione Ricordi, la ricerca degli uomini
liberi dovrebbe muovere in direzione di quel teatro politico, quello da
cui scaturisce la politica, il senso profondo della vita dei cittadini,
i valori condivisi che rendono forte una comunità nazionale. Ma
(aggiungo io), quando si crede nella libertà della creazione artistica e
nella pluralità del linguaggio teatrale si devono accettare tutte le
forme di teatro che sono espressione di quella comunità. Se si critica
la supremazia egemonica di una cultura malata di ideologia, non si deve
cadere nella tentazione d’ignorare e di sognare la cancellazione di
quello che non piace. Insomma, tra le variegate forme di teatro c’è
anche quella epica – contraddetta a suo tempo dallo stesso Brecht, anche
se non in maniera perfettamente chiara -, contro la quale Ricordi lancia
i suoi strali, dopo averla sottoposta ad attenta analisi critica. Non
piace, ma c’è. Il teatro epico è molto ideologico. Il teatro di Dario Fo
è un teatro di propaganda politica, d’accordo. Ma è bene che i suoi
testi (e quelli di Brecht), tra gli altri, siano presenti nelle
biblioteche e nelle librerie. Se troveranno registi e pubblico
disponibili, dureranno nel tempo, altrimenti si spegneranno da soli. Non
si combatte un assoluto ideologico con un altro assoluto ideologico
(nascosto) di segno opposto e contrario. Semmai, un giorno o l’altro,
bisognerà decidersi di fare un riflessione irriverente sul nostro premio
nobel.
Un conto è cullare una predilezione e un conto é negare ciò che non
condivido. L’esercizio di pensiero mi aiuta a distinguere ciò che mi
appartiene da ciò che non mi appartiene, perché è diverso, altro da me,
ma deve anche aiutarmi a non demonizzarlo altrimenti pagherò l’errore
con una perdita di realtà e di verità. Le grandi illusioni egemoniche
sono destinate a cadere e a ridursi in polvere, prima o poi, sotto la
spinta di trasformazioni che, prima o poi, faranno coincidere lo
sviluppo con un vero progresso umano (lo spero). Non hanno bisogno di
leggi speciali, ma di processi culturali che coinvolgano l’intero corpo
sociale. Se credo nelle pratiche in divenire dell’unità nella diversità
(lingue, linguaggi, dialetti e culture), significa che accetto il valore
della diversità da cui dipende la praticabilità dell’unità di sintesi e
la messa a margine del conflitto. Devo credere fino in fondo nel valore
della differenza e non cedere al desiderio inconfessabile della sua
sparizione, altrimenti salterà in aria la libertà creativa che volevo
invece affermare.
La pluralità dei testi teatrali nell’area dello spettacolo dal vivo
m’induce a fare due considerazioni logiche. Intanto, i testi non sono
soltanto qualcosa di scritto (scaletta,canovaccio, partitura, scrittura
drammaturgica compiuta), ma anche una rete di riferimenti teorici, di
natura artistica, letteraria, storica. E poi, se è vero che ci sono
tante tipologie di testi, vuol dire che a monte ci sono tanti scrittori
che hanno necessità artistiche differenziate nel compiere l'atto di
descrivere o di ricreare la realtà espressa dalla collettività di
riferimento. E vuol dire anche che ci sono diverse modalità riguardanti
la “messa in scena” e la scrittura scenica, e conseguentemente tanti
prodotti e tanti oggetti artistici destinati a tanti pubblici, ognuno
con le sue predilezioni e i suoi gusti. Dai cittadini agli spettatori il
cerchio della libertà individuale si chiude. La libertà è un valore
assoluto, non relativo. Vale per tutti e allo stesso modo.
E che dire della teologia civile, ancora a proposito di egemonia?
In un saggio, apparso sulla rivista MicroMega, Gustavo Zagrebelski dice
che nell’arco di un secolo si è passati dalla teologia sociale, alla
teologia umana, alla teologia civile dell’era contemporanea. Dietro
l’espressione gentile della teologia o religione civile cosa si
nasconde? Intanto la volontà della Chiesa di offrirsi come collante
interno alle società politiche in crisi, in pieno disfacimento politico,
economico, etico e culturale. Infatti, o si fa la polis o si muore. La
Chiesa ha perfettamente capito la situazione e fa l’offerta, che trova
perfetta sintesi in una frase pronunciata a Parigi da Benedetto XV.
Secondo il Papa sarebbe necessario “Prendere una chiara coscienza della
funzione insostituibile della religione per la formazione delle
coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre
istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società”.
Una sciocchezzuola.
Il ritorno ai primordi della Chiesa riporta al De Civitate dei di
Agostino d’Ippona – scrive Zagrebelski -, in cui la religione civile è
trattata come pratica finalizzata non alla salvezza delle anime, ma alla
cura del benessere e della felice convivenza dei popoli. Tali questioni,
che le democrazie liberali non garantiscono, sono sottoposte
all’attenzione dei governanti come atti di amicizia e di generosità.
Dalla salvezza delle anime si passa alla salvezza delle società
“materialiste, disgregate, disperate, nichiliste, egoiste, prive di
nerbo morale, prede di pulsioni autodistruttrici, giunte ‘ad odiare se
stesse’”: questa è la “vibrante accusa del magistero cattolico”. La
Chiesa si chiama fuori dai mali del mondo, criminalizza governanti e
governati, si candida alla risoluzione dei problemi terreni attraverso
lo strumento miracoloso della teologia civile. Le società sono
imperfette. Di più, sono fallimentari su tutti i versanti e l’ordine
(che è un disordine) civile non ha la capacità di trovare soluzioni
efficaci.
Questo è - in tutto o in parte -, vero, ma non autorizza un “ordine” ad
entrare “in un altro ordine”, in barba al Concordato (per quanto ci
riguarda) e alla laicità dello Stato. Il religioso, facendosi
onnicomprensivo, tende a sostituirsi al politico, decretandone la
subalternità. E come sovrappiù, la funzione civile della religione
dovrebbe “precedere la libertà”, cioè essere inculcata, prefigurando
così un principio di autorità che metterebbe in discussione la libertà
dello Stato e sotto tutela la Costituzione repubblicana. Ciliegina sulla
torta: il ruolo di sovrintendente spetterebbe a “un Dio geloso” di tutte
le altre religioni, che dovrebbero essere escluse dal godimento del
privilegio riservato alla religione cattolica e sopravvivere in
diaspora. E’ evidente che la religione civile (come il teatro civile?)
nasconde dietro l’offerta di amicizia la volontà dell’intrusione e
dell’occupazione dello spazio politico, sociale e culturale dei
beneficiari. Un’invasione di campo bella e buona che rivela una chiara
intenzione egemonica con la pretesa di garantire l’identità dei popoli
assieme al loro benessere materiale e immateriale.
Sarà il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio,
qualche ministro o i rappresentanti dell’opposizione in Parlamento a
respingere al mittente la proposta? Per ora il silenzio è assordante. |