Lo spettacolo della vita
Marzo 2009Colpo di scena. “Il
teatro allunga la vita”, dice la Presidenza del Consiglio. La
discussione si accende. “Allunga la vita a chi?”, “Grazie per aver
chiuso quegli anziani signori in appetitose cornici di legno”, “Con
tutto l’acrilico che gira, dove si trova più tanto bel velluto, soffice
e muffoso?”, “Anche il digiuno allunga la vita”, “Se questo teatro
allunga la vita , era meglio morire da piccoli”, “Un uomo di spalle
guarda dei ritratti, è la sua vita che si allunga? È la vita delle
persone ritratte che è lunga? c’è un’ambiguità semantica, questo spot è
fatto contro il teatro, immobilizza e nega il futuro”, “ sentirsi
bersaglio della retorica è la cosa peggiore”: questi alcuni dei commenti
che la solerzia di Benedetta Buccellato mi ha consentito di leggere sul
sito dell’Associazione per il Teatro Italiano.
Siamo in piena museificazione. Ottima idea. Del resto il teatro di
tradizione non esiste più. E non c’è più contesa tra le bande armate
della “tradizione” e della “ricerca”. Tutto si trasforma in tutto. Tutto
si accumula in un tutto più grande. E tutto nega la differenza. Come
quella tra “prodotto” e “oggetto artistico”, tra “spettacolo” e
“teatro”. Che fare? Tornare ai primordi. Tornare all’origine,
riscrivendo le regole: ne bastano due. Collocare lo “spettacolo” nei
musei, come si dovrebbe fare anche con l’opera lirica. E accogliere in
luoghi non tradizionali il “teatro” che intende affrontare con crudele
determinazione la teatralità del “teatro”, introdurre il “teatro” dalla
parte del mondo, far entrare il “teatro” nella vita.
Nell’era delle grandi tragedie quotidiane non esiste più il tragico e
nel trionfo dei comici è scomparso il teatro comico. Regna la farsa.
L’eccesso. Nello spettacolo dei teatri e nello spettacolo della vita. Il
troppo umano diventa disumano. E’ bello ciò che appare. E la Presidenza
del Consiglio si candida al premio internazionale della sintesi
pubblicitaria multimediale, dopo aver messo il fiore all’occhiello per
andare al funerale del “teatro”.
Il “teatro” non serve. L’hanno capito anche i fessi. Il “teatro” è un
lusso, mentre lo “spettacolo” è abbondante e a buon mercato. E se lo
“spettacolo” allunga la vita, l’allunga a chi lo fa e ai benpensanti che
ne usufruiscono, questo è certo. E’ giusto che i “santini” incorniciati
dal Governo nel museo dello “spettacolo” abbiano a disposizione un
mercato fatto apposta per loro e i contributi dello Stato? La vita, non
soltanto non si allunga, ma si accorcia sempre di più per coloro che
hanno scelto di fare “teatro” e che, per questo, si ritrovano a battere
la testa contro un violento dirigismo distributivo, che – come si sa -
sta in mano a non più di dieci persone nel nostro Paese.
Ma sì, diciamolo francamente, tutto sommato viviamo in un’epoca felice.
Italo Svevo pensava che “poteva restare felice quell’epoca solo finché
durava lo sforzo di uscirne”, ma la Presidenza del Consiglio, invece di
allungare lo sforzo (vitale), sceglie di allungare l’epoca felice per la
felicità dei pochi. E’ a vantaggio dei pochi, ma è pur sempre la
felicità che rende felice un’epoca. Insomma, è una felicità epocale,
oppure è una barbarie culturale? Penso che siamo usciti dall’alternativa
tra autoritarismo e democrazia con la guerra di liberazione e con la
carta costituzionale. Penso che siamo usciti anche dall’alternativa tra
comunismo e capitalismo con il fallimento palese di tutti e due i
sistemi, mentre non siamo usciti dalla barbarie culturale. Una barbarie
che si ammanta di buone maniere, lancia sorrisi a dritta e a manca,
semina speranze e fa benefiche elargizioni di buone notizie. La
situazione felice, dunque, dura e perdura, e non sembra voler uscire da
se stessa. Intende conservarsi, allungando i tempi della nostra
(presunta) felicità. C’è poco da scherzare. Il mondo entra in se stesso,
afferma l’angustia della propria totalità, spinge la dispotica economia
di mercato verso la perpetuazione di se stessa. L’entropia esclude ogni
possibilità di cercare (e di trovare) una “porta”. Una “porta” vera. Di
uscita.
E i giovani? Lasciamo perdere le politiche giovanili. La retorica sui
giovani è la sporcizia peggiore. Torniamo al “teatro”, cioè allo
“spettacolo”. Produzione di spettacoli dal vivo in tempi brevi secondo
modalità convalidate da modelli stereotipati e precostituiti,
distribuzione controllata dagli amici degli amici, consumo immediato e
veloce, poco da comprendere e molto da ridere. E ancora, complicità a
diversi livelli istituzionali, difesa delle rendite di posizione,
esaltazione del sistema delle stars, rovesciamento della stasi
effettuale in movimento apparente, atteggiamenti mentali gattopardeschi,
tensione verso il pensiero unico, libero sfogo ai mugugni periodici,
riconferma dei vecchi modelli di riferimento, disattenzione sulla
“necessità” del “teatro” e dell’arte, negazione del bisogno di nuovi
sguardi, nuovi orizzonti, nuove politiche di progresso artistico,
culturale, sociale: questa è la “felicità” a cui si vorrebbe dare lunga
vita. Chi non ha, non mangia o mangia quello che trova. E chi ha,
inghiotte, divora e diventa un perfetto ghiottone. Lunga vita a loro.
Alla ideologia che muore e rinasce sotto nuova bandiera: lunga vita.
Alle idee populiste che si condensano in nuove ideologie: lunga vita. In
fondo è una fortuna che non si riesca a trovare la “porta” di uscita a
causa della ressa in entrata, altrimenti si perderebbe una eccitante
“felicità”.
E’ il sorriso sulle labbra che mi salva dalla vita.
La nostra epoca, oltre ad essere “felice”, è parodica. Lo è nell’ambito
della teoria dei generi e dei codici della comunicazione (multimediale,
come ho detto; la peggiore, essendo la sommatoria di elementi di natura
linguistica che rimangono separati e distinti), mentre l’ironia si
svolge nell’ambito della retorica. Ma la parodia può essere, per
assurdo, l’effetto di ritorno di una idea seria che colpisce chi la
manifesta. L’osservatore diventa osservato, e in questa nuova condizione
potrebbe ridere di se stesso, ma di solito non lo fa, perché l’ironia
non lo sostiene. Se ridesse, guarirebbe dal male della stupidità
congenita o prodotta dalle cattive frequentazioni. Saltano i freni, lo
stile, la ragione. Saltano i rapporti. Tutto prende a girare in modo
caotico, producendo risultati moralmente indegni, ma drammaturgicamente
pregevoli.
Tutti scrivono. Tutti hanno storie da raccontare. Alcuni, non sempre i
migliori, hanno addirittura la possibilità di fare la storia, come è
accaduto ad alcuni dirigenti dell’IMAIE. Mentre mi accingevo a
raccontarvi la fabula di questa lotta per il potere, che - per intreccio
e trama - non ritengo inferiore a quelle raccontate da Shakespeare, mi è
arrivata la notizia che sono stati trasmessi una cinquantina di avvisi
di garanzia a persone implicate a vario titolo nella vicenda, a seguito
di una denuncia fatta nel 2007 dalla Direzione Generale dell’istituto
per truffa aggravata. Brutta storia, anche perché comincia a diventare
chiaro chi aveva ed ha ragione e chi aveva ed ha torto. Una brutta
storia che io non utilizzerei per scrivere un testo teatrale perché non
mi piace raccontare storie con personaggi che hanno ragione contro
personaggi che hanno torto. Mi piacciono situazioni un po’ più
complesse. Ma qui i fatti non sono destinati a fare “teatro”, ma ad
alimentare lo spettacolo della vita, la sua spettacolarizzazione, e
soprattutto a fare giustizia.
Anche la storia della Fondazione Villa Piccolomini ci porta nel mondo
delle ombre. E devo confessare che anche questa mi sembra una brutta
storia. Come drammaturgo alle ombre preferisco l’ombra. Ma qui la luce
umbratile non c’entra per nulla. C’entra invece il giallo del genere
teatrale e una certa dose di suspance che, se vi piace, potreste
alimentare visitando il sito www.comitatogbianchi.it. A me, per il mio
ragionamento, bastano poche tracce. Nel 1943 l’attore-conte Niccolò
Piccolomini scrive nel testamento che la splendida Villa del Sole
diventi una Casa di Riposo per attori drammatici. Il padre s’infuria.
Seguono liti. Cause. Nel 1953 nasce la Fondazione. Ancora difficoltà,
controversie, abbandono, rovine. Arrivano i tempi che corrono. La
Regione ci butta un occhio, ma non nomina i suo rappresentante nel CDA.
Il Comitato a difesa del progetto non molla la presa e chiede il
rispetto del testamento Piccolomini. Quando sembra che il nodo si
sciolga e la situazione entri in movimento, si verifica – come negli
altri casi che ho raccontato - un colpo di scena. Il 15 febbraio u.s la
Regione pubblica la notizia che la Conferenza delle regioni marittime
periferiche (Crpm) d’Europa ha accolto la candidatura avanzata dal
Presidente Marrazzo di stabilire a Roma, nella Villa Piccolomini, la
sede della Commissione Intermediterranea della Crpm.
A volte, dopo il sorriso sulle labbra, coltivo un silenzio riempito.
Quando il confine dell’affidabilità si slabbra, quando si rompe l’argine
della legittimità dilagano maree incontrollabili che portano con sé
interessi e avvenimenti che dovrebbero restare invece entro margini
precisi e rilevabili così da garantire la certezza del diritto. Storie
vecchie quanto il mondo, che rivelano sempre cose inaudite e
stupefacenti. Perché si sa, lo stupore è l’ultimo a morire. Comprendere
è più difficile di capire. Ma qui non c’è niente da comprendere e poco
da capire. Dopo molto tempo che mi seguo l’evolversi di queste storie,
capisco quanta verità ci sia in una frase di Marx, che cito a memoria:
”Taluni eventi, quando accadono, sono delle tragedie, a distanza di
tempo si presentano come farse”.
Questo, e ben altro, ci affre lo spettacolo del mondo. E, di rimbalzo,
mi torna nella mente il poema “La tragedia dell’uomo” di Imre Madach (al
quale ho lavorato molto, e che ho pubblicato a cura dell’ETI), in cui
Adamo, accompagnato da Mefistofele, compie un viaggio nel tempo e
assiste ad una serie innumerevole di fatti tragici che gli fanno passare
la voglia di vivere. Ma appena Eva gli dice di essere in attesa di un
bambino, Adamo comprende quanto sia importante la vita, e preziosa, e
bella. Non può buttarla via Ma soprattutto comprende che la vita è
lotta. Anche la scrittura è lotta. E la poesia della scrittura è lotta.
E i viaggi della conoscenza e della creazione artistica sono sempre
molto rischiosi. Ma i fatti che attraversano la vita quotidiana sono
pericolosi, è ovvio, in altro modo e con altri effetti. Quante volte
abbiamo detto: “Basta, non ne posso più”. E almeno una volta abbiamo
pensato di offrirci alla morte come attori volontari, oppure siamo stati
attraversati dal pensiero dell’assassinio. Il problema da risolvere è
questo: ognuno deve stare al proprio posto. Il barbiere deve tagliare i
capelli, l’attore deve recitare, il medico deve curare il malato, il
sindacalista deve difendere gli interessi dei lavoratori e il
legislatore deve fare le leggi a beneficio della comunità regionale o
nazionale. Quando la politica, tutta la politica, invece di cambiare se
stessa, pensa a cambiare i cittadini, dimostra di essere fuori posto.
Per vivere meglio, molto meglio, di come viviamo oggi non ci dobbiamo
inventare nulla. Basta che ciascuno stia al proprio posto e faccia
quello che deve fare.
La golosità è una forma iperbolica del consumo alimentare e a volte
produce l’effetto grottesco della crapula del potere che, sostenuto da
un potente movimento del desiderio, genera di riflesso una connessione
con la copula.
Secondo Jhon Donne, Cristo è stato un attore volontario. E anche Giuda è
stato un attore volontario. Ritenne di essere indegno di vivere come
uomo buono, restituì i trenta denari e s’impiccò. |