Gli intoccabili
Maggio 2009Bisogna lottare
sempre nella vita. Per ogni cosa. Anche per amare. Anche per morire. Anche
per lavorare. Gli artisti di teatro sono di nuovo in piazza. Mi sembra di
poter dire che gli attori sono sempre stati in prima linea nella difesa
degli interessi legittimi di categoria e del sistema teatrale. I registi
raramente prendono la parola nei momenti difficili. Non si espongono
facilmente, forse per scarsa sindacalizzazione o debole spirito
corporativo. I drammaturghi sembra che non esistano. Si fanno vivi, salvo
rare eccezioni, solo per partecipare ai premi di drammaturgia, forse
perché troppo impegnati a cullarsi nella reale o presunta capacità di
ricreare il mondo a propria immagine e somiglianza attraverso la
scrittura. Sembra che non esistano, ma in realtà sono migliaia. Ormai
tutti scrivono: attori, registi, operatori teatrali, studenti
universitari, direttori di compagnia. Sfornano testi originali, riduzioni,
adattamenti, rielaborazioni, in funzione di spettacoli che spesso stanno
in cartellone per pochi giorni o settimane, prodotti da una quantità
enorme di compagnie che basterebbe a “programmare” tutti i Paesi europei.
Questa volta, in clima di crisi, ho deciso di scrivere l’articolo per la
Rubrica partendo da due eminenti personalità della politica e della
cultura nazionale. Niente di personale, ovviamente. Un’azione irriverente
che è in un certo senso “dovuta”, in quanto simboli di un potere politico
(operante) e di un potere culturale (antico e ancora attivo). Il primo –
il ministro Sandro Bondi – l’ho sfiorato. Il secondo – Ugo Ronfani,
direttore della rivista Hystrio -, l’ho frequentato per qualche anno.
Nella mia memoria li ritrovo in un episodio realmente accaduto che
racconterò sinteticamente e che mi offre lo spunto per fare una
riflessione - dal particolare al generale -, sulle figure degli
intoccabili, che molto contano e ancor di più intimidiscono.
Bondi è stato per un paio di anni responsabile del Centro Studi di Forza
Italia. Un giorno mi chiama al telefono e mi dice che avrebbe avuto
piacere di conoscere il mio pensiero di esperto su alcune questioni
riguardanti il sistema teatrale italiano. Mi manda un foglietto. Io
rispondo e dopo circa un mese ritrovo, pari pari, le mie considerazioni
sulla rivista Hystrio diretta da Ugo Ronfani come dichiarazioni del
responsabile culturale di Forza Italia. Cerco Bondi. Non lo trovo. Lascio
messaggi. Non ho risposta. Amen. Poi vengo a sapere che il Centro Studi è
stato chiuso. Dunque, la prima dichiarazione pubblica di Forza Italia sul
teatro è stata scritta, e pubblicata a sua insaputa, da un artista
indipendente di sinistra. Questo, anche questo, è il Paese Italia. E’
evidente che, senza il mio scritto, il dottor Bondi non avrebbe saputo
rispondere alla questioni poste da Ronfani per Hystrio, facendo fare un
“buco” giornalistico al suo “movimento”. Ma al di là dello stile dei
rapporti, non è grave che Bondi non conoscesse le problematiche del
sistema teatrale nazionale, non è grave che abbia continuato a ignorarlo
facendo negli anni successivi il portavoce del suo capo carismatico, e non
è grave che sia stato nominato Ministro. E’ grave che sia stato nominato
ministro dello spettacolo dal vivo. Questa, anche questa, è la politica
del Paese Italia.
Ora il ministro si sarà circondato di esperti, ufficialmente incaricati
come consulenti, questa volta. Siamo nelle loro mani. Ma il pragma del
poeta mi spinge a dire che finora si è visto molto fumo e niente arrosto.
Infatti l’arrosto si è bruciato e gli artisti - a rischio occupazione -
sono costretti di nuovo a scendere in piazza. Al di là del fatto che il
ministro sappia o non sappia che esistono tante forme di comunicazione e
di espressione teatrale, sappia o non sappia la differenza tra lo
spettacolo (che lui ama, come risulta dalle icone museali scelte per la
pubblicità “Il teatro allunga la vita”) e il teatro (che io prediligo), mi
sembra di capire dal suo fare/non fare che il teatro in generale non conti
niente per questo Governo, il che può essere considerato un sublime un
atto di coerenza. Finalmente un ministro che non ci ammorba con la
retorica del grande valore sociale del teatro, dell’arte e della cultura.
Finalmente una parola chiara e coerente. Il teatro non ha valore
strategico nella costruzione della polis. Non serve. Basta tenere in vita
i grandi organismi della tradizione immobile che fanno spettacoli e
qualche compagnia che fa teatro per giustificare un pluralismo di
facciata. Gli altri, quelli che con il loro teatro non allungano la vita,
tornino a casa da mamma e papà.
Che le compagnie teatrali siano troppe sono d’accordo. Che la massa delle
unità produttive vada sfrondata sono d’accordo. Che la riforma vada fatta
sono d’accordo. Non sono d’accordo che vada fatta una riforma che non sia
una riforma, ma l’ennesimo compromesso che non risolve i problemi. Questo
è il punto. Che riforma si vuole fare? Cosa si vuole cambiare? E, sia
chiaro, ponevo le stesse domande anche quando c’era il Governo di
sinistra. Quel Governo ha messo qualche soldino in più, ma non ha fatto la
riforma, che doveva essere anche un riforma del mercato, che un mercato
della libera concorrenza. Il mercato teatrale è sottoposto, come ho già
detto in altra occasione, ad un dirigismo violento, governato da poche
decine d’intoccabili. Per questo - e anche per questo, - è necessaria una
riforma vera, quella che non è stata fatta ieri e che temo non verrà fatta
oggi.
Intanto per fare un riforma bisogna credere in tutte le forme di teatro e
di spettacolo esistenti, bisogna ritenere che tutte le forme siano
necessarie in un sistema realmente pluralista e degne della massima
considerazione da parte dello Stato. I buoni propositi di ieri e di oggi
non servono a risolvere i problemi, non servono a ridare speranza, non
dicono nulla e non risolvono nulla. I silenzi, i vuoti, e le icone
pubblicitarie che allungano la vita invece dicono molto. Parlano e mettono
in allarme. La bellezza è morta? Mi guardo attorno e vedo ancora qualche
scintilla brillare nella notte, ma penso che la bellezza, se non è morta,
è di certo agonizzante.
Chi è l’uomo che avrà il coraggio di fare una riforma vera? Chi avrà il
coraggio di smantellare i gruppi di potere e le rendite di posizione
formatesi nel corso di decenni? Chi avrà il coraggio di scontentare gli
amici? Chi chiuderà la forbice abissale che si è aperta tra interessi
legittimi e illegittimi, tra pensare altro e cercare di vincere
sull’altro? Chi farà la mossa per tornare ai primordi e azzerare tutto? In
altre parole, chi saprà ricominciare daccapo come se, paradossalmente, il
teatro e lo spettacolo non esistessero, facendo una legge semplice, molto
semplice, capace di fare pulizia? Cosa si nasconde dietro i buoni
propositi? La difesa dello status quo. Tutto cambierà perché tutto resti
com’era: questo è l’allarme che scaturisce dai silenzi, dai vuoti
reiterati e dalle icone pubblicitarie. Un principio che attraversa la
storia di un popolo geniale, creativo, laborioso, ma sempre pronto al
compromesso, che a volte è un bene e che a volte – come in questo caso – è
decisamente un male.
I silenzi non sono vuoti, sono vuoti pieni di silenzio. Non interessano
una o due regioni italiane, ma attraversano l’intera penisola, tutti i
settori delle attività umane. Si tratta, mi pare, della tanto vituperata
cultura del silenzio, non collusa ovviamente con la mafia, ma che possiamo
chiamare tranquillamente mafiosa. E se ci sono silenzi più importanti e
silenzi meno importanti, mi sia consentito citare quelli che sono più
vicini al mio lavoro professionale. Sarebbe bello se qualche studioso
coraggioso cominci a dire qualcosa sul teatro ideologico, di propaganda,
“mortale” come direbbe Brook, del nobel Dario Fo. Sarebbe bello se qualche
altro studioso articolasse un ragionamento utile sulla teoria e prassi
della scrittura drammaturgia di Eduardo De Filippo, il quale trattava il
personaggio come fosse un organismo vivo, una persona, invece che un
lessema, e conseguentemente chiedeva ai suoi discenti universitari di
scrivere con sentimento, perché quando ci vuole ci vuole. Scrivere con
sentimento e pompare sentimenti: ecco, il passaggio che lega il
drammaturgo all’attore se stesso nel teatro d’intrattenimento. Kott e
Brecht, diversamente, ci hanno insegnato che non bisogna avere un
atteggiamento di soggezione nei confronti dei classici, ma da noi Fo ed
Eduardo, e non solo, non solo loro, sono intoccabili. E anche il buon
Ronfani – che ho citato a proposito di Bondi - è stato per lungo tempo un
intoccabile che ha gestito un considerevole potere attraverso il lavoro
critico, la direzione della rivista, la presenza nella giuria dei premi di
teatro, la presidenza dell’Associazione dei Critici Teatrali, che ai suoi
tempi non ha passato di certo i momenti migliori. Non sono state poche le
energie profuse dal nostro critico, e da molti altri della sua generazione
e della generazione seguente, a sostegno di alcune idee quantomeno
bizzarre.
Non è bizzarro – anzi, è legittimo - apprezzare lo spettacolo
d’intrattenimento che dice tutto, anche l’indicibile. Non è bizzarro –
anzi è opportuno - elogiare quel tipo di teatro quando produce spettacoli
affascinanti e divertenti. E’ bizzarro non stroncarli (già, qual’è il
motivo?) quando (come nella maggior parte dei casi) risultano un
fallimento. E’ bizzarro, entrando velocemente in alcuni dettagli, ignorare
che il teatro è corpo, non è parola, perché anche la parola è corpo. E’
bizzarro, come ho già detto, ignorare che il personaggio sia un lessema.
E’ bizzarro non sapere utilizzare drammaturgicamente e non sapere
sceverare criticamente un sistema di segni, oppure ignorare l’incidenza
della dualità della natura e della cultura umana nella scrittura
drammaturgia, nella scrittura scenica e nell’arte dell’attore. E’ bizzarro
pensare – secondo una tesi malata di assoluto ideologico -, che si possa
fare teatro soltanto partendo da un testo (anche perché c’è testo e
testo), riconoscendo a questo lo statuto di opera unica e al drammaturgo
il ruolo di autore dello spettacolo.
In conclusione voglio dire che è legittimo amare lo spettacolo
tradizionale (che cerca vanamente d’imitare la vita e che si fonda sulla
trasformazione della parola scritta in parola parlata, con arredi e
ornamenti conseguenti), ma non è legittimo considerare questo tipo di
teatro come il teatro, con l’implicita condanna di tutte le altre forme di
teatro che non sono considerate teatro, ma la negazione del teatro. I
fallimenti ci sono su tutti i versanti produttivi, insieme a qualche
perla. La garanzia assoluta non c’è in nessun ambito. Né in quello dello
spettacolo né in quello del teatro. Tuttavia va detto che molti artisti
che hanno fatto teatro (invece di fare spettacolo) sono stati riconosciuti
eminenti maestri dell’arte teatrale e sono stati accolti nella rete
distributiva pubblica con quindici o venti anni di ritardo: un fatto
dovuto al settarismo ideologico di pochi che hanno agito consapevolmente o
inconsapevolmente a danno di molti, alzando muri di silenzio o diffondendo
falsi idoli e false verità.
Tutti gli uomini hanno ovviamente il diritto di manifestare le loro
predilezioni - anche gli uomini di potere , ma non hanno il diritto di far
passare le predilezioni per verità assolute su quel determinato tema,
ambito, metodica, forma, linguaggio, estetica - soprattutto se sono uomini
di potere che non vogliono in nessun modo suffragare la filosofia del
pensiero unico con tutto quello che comporta di barbarico. L’uomo di
potere ha una responsabilità in più, quella di fare opinione e di
trasformare l’opinione in marchio. Solo praticando in modo effettuale il
principio del pluralismo artistico, diventa un uomo di cultura. In caso
contrario, come uomo falso diventa un falso uomo.
In conclusione, voglio dire che vedo profilarsi il pericolo di una
rivincita dello spettacolo sulle variegate forme di teatro, quindi il
riaccendersi dei conflitti tra tradizione e ricerca, peraltro mai sopiti,
proprio nel momento in cui le pratiche di un ministro coincidono
sostanzialmente con le teorie imperiture della parte più conservatrice
della critica militante, provenienti anche da altra sponda politica. E di
conseguenza temo il riaccendersi della contesa tra i tifosi della
scrittura drammaturgia e i tifosi della scrittura scenica, che farebbe
saltare in aria il principio di libertà applicato alle metodiche di lavoro
e all’autonomia artistica, con un imprimatur – dato il vento che tira - a
favore della prima. Sono contrario ad appiccicare marchi. E ancor di più a
favorire rigurgiti. I danni provocati dai cavalli di battaglia di uomini
che avevano in mano teatri, riviste, giornali e circuiti sono ancora sotto
gli occhi di tutti. Ai marchi di sinistra non vorrei che si aggiungessero
a dismisura i marchi di destra, così da aumentare il numero degli
intoccabili. |