Ionica

di Alessandro Sesti
    con la collaborazione di Alfonso Russi

© 2019. Tutti i diritti riservati

 

 

Ad Andrea e alla sua famiglia.
Ad Alfonso e Luigi, i miei zii che sanno le cose segrete.
    Ai pranzi calabresi.
    A mia madre e mio padre,
    che mi hanno insegnato a osservare gli occhi delle persone.

 

 

In scena, un attore narratore e tre musicisti che eseguono musiche dal vivo al clarinetto, al contrabbasso e alla chitarra classica.
    L’attore è vicino a una sedia, che userà in vari modi, al centro del palcoscenico. Sulle sue parole, il trio suona
Jingle Bells.

Credo che le cose sono più buone quando te le fai da solo. Perché ci lasci un segno, un’impronta, un pezzo di te, ci lasci una traccia, insomma diventano uniche. Senza dubbio. Le cose sono più buone e riescono meglio quando te le fai da solo.
    C’è questo mio amico che mi ha invitato. Poi, “amico”: più che un amico è un fratello, anzi vista l’età potrebbe essere mio nonno.
    Andrea, questo amico che potrebbe essere mio nonno, che mi ha invitato a casa sua, ma non in un periodo qualsiasi, ma in questo periodo qua. E allora non posso assolutamente presentarmi a mani vuote.
    Sulle prime, come molti penserebbero, mi son detto: “Porto del vino?”.

Stop di parole e musica.
    Pausa. Poi ripartono insieme.

No, ché Andrea non lo può bere, ché prende questi farmaci sperimentali che meglio che non ci beve sopra; poi i bambini, cosa ci fanno i bambini col vino. E allora mi sono detto: “Porto un bel mazzo di fiori”.

Stesso stop di prima e stessa ripartenza.

I Fiori? Dove cazzo vado con i fiori a Natale?
    E allora faccio la scelta giusta: il panettone. Solo che non lo vado a comperare.
    Il panettone lo faccio io e seguo tutta la ricetta. Sì, perché le ricette sono come le regole: vanno rispettate.
    Ci metto tutto: l’uvetta, i canditi, lo so che molti non saranno felici ma ci vanno.
    Poi una ricetta come quella del panettone, che fai, non la segui? Voglio dire un dolce nato così, dal caso.
    Lo sapete come è nato il panettone, vero?

Ancora stop. Finché la musica ricomincia, molto più veloce, insieme alle parole.

Allora… C’era questo pasticciere che stava preparando un dolce. E gira che ti rigira dà una botta alla credenza e dal ripiano cadono tutti gli ingredienti che diventeranno gli ingredienti del primo panettone. Quest’uomo poteva buttarlo via, ma non lo farà mai. Perché? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che lascerà l’impasto a riposare tutta la notte e, al mattino, con il forno ben caldo metterà a cuocere per qualche ora la sua creazione. E dopo qualche ora, signore e signori, avremo il primo panettone della storia: un dolce che non doveva nemmeno esistere, un dolce nato dal caso, un dolce che non ha rispettato le regole, quello che potremmo definire il primo dolce infame della storia.

Stop.

Adesso aspetto di finire che si cuoce, che si indora ben bene sopra. Perché l’oro è bello.
    Poi preparo tutte le mie cose e salgo in macchina ché la strada da fare è tanta. Sant’Andrea Apostolo dello Jonio: chi cazzo c’è mai arrivato? Anche Cristo s’è fermato a Eboli eppure mi tocca arrivare fin laggiù, da Andrea ’u figghiu d’ macchinedda.

Parte una musica funky da viaggio.

In Calabria le cose non sembrano: sono. Tutto è sempre come sembra. A volte sei tu che vorresti fossero diverse, ma non è così. In Calabria tutto è come sembra.
    773 chilometri, sono 773 chilometri, e puoi illuderti quanto vuoi, ma quelle otto o nove ore in macchina le passerai. Allora tanto vale che fai altro, rifletti, canti, assumi posizioni interessanti, tanto da farti sognare una carriera come quella della Comaneci, alterni momenti di onnipotenza a sconforto assoluto,
    Stai facendo la cosa giusta? Questo viaggio è davvero la cosa giusta?
    Sei felice o ti sembra di esserlo? No, tu sei felice, cazzo, perché tu sei calabrese dentro e le cose non ti sembrano: sono.
    Per esempio quel monte non sembra un grande gigante che si è tirato una coperta d’erba verde fin sopra il viso.
    No, no, lo è e prima o poi si muoverà.
    Quella macchina non sembra stia rallentando perché i due dentro stanno scopando mentre guidano.
    No, no, lo stanno facendo davvero.
    Guarda quella montagna innevata: Lagonegro. Non sembra che stia arrivando una tempesta di neve, tu ci passerai dentro alla tempesta, l’attraverserai e quando sarai dall’altra parte della galleria, di fronte alla distesa di neve ti ricorderai che non hai mai voluto imparare e mettere le catene. Se ti blocchi cosa fai? Piangi? Chiami aiuto? Il telefono non prende. Non importa, in qualche modo tu supererai anche questa e quando mancheranno trecento chilometri, ti sembrerà di essere quasi arrivato, e ti sembrerà di vedere un uomo che scende dalla macchina della Finanza, ti sembrerà di vederlo sventolare una paletta. Sembra proprio che ti stia fermando. No, non sembra. Lo fa.

   
       

~ Salve.
            ~ Salve.
            ~ Da dove viene?
            ~ Sono umbro.
            ~ Non ho chiesto le sue origini, le ho chiesto da dove viene.
            ~ Ah… dall’Umbria?
            ~ Lasciamo stare. Dove è diretto?
            ~ Sant’Andrea Apostolo dello Jonio.
            ~ A Natale?!
            ~ Perché a Natale non si può…?
            ~ Mi dà un documento?

   
       

Attimo di panico perché non ho mai idea di dove siano i documenti della mia auto. Chi intende la macchina come me, ovvero una poltrona coperta che ti porta a spasso per il mondo, mi capirà.

       
       

~ La patente va bene?
            ~ Se non è scaduta, sì.

   
       

Altra cosa che di cui non ho assolutamente controllo e quindi mi affido al caso.

       
       

~ Ecco qua, prego.

   
       

La musica si fa tesa.

       
       

~ Ma lei fuma?
            ~ Sì, ma le sigarette. Guardi ho un’età ormai, sono cresciuto, non è che faccio ancora certe stupidaggini…?
            ~ Sicuro?

   
       

Nel mentre realizzo che la mia macchina sembra un accampamento: valigie e borse sul sedile posteriore; bottiglie di plastica sotto il sedile del passeggero che rotolano; nel vano portaoggetti, delle lattine di birra risalenti a chissà quale serata; e lì sul parabrezza, come fosse la polena di una nave, un piccolo peluche a forma di pinguino…

   

E risuona il tema del film Titanic, su cui l’attore compie dei gesti sognanti. Finché tutto si ferma.
    Pausa. Poi l’attore riprende.

   

Carta del tramezzino al tonno e carta del tramezzino al formaggio e una serie altra di indizi che avrebbero fatto pensare ad attacchi ripetuti di fame chimica. Ma, agente, mi creda non è così non mi giudichi perché io li conosco quegli occhi, è solo che quando fai un viaggio così lungo non è che ti fermi per ogni cosa e allora mangi mentre vai, lanci le cartacce ed ecco il risultato.

       
       

~ Va bene. Può andare. Buona giornata.
            ~ A lei… e buon Natale.

   
       

Torna il brano funky.

   

Riprendo il mio viaggio verso sud, costeggiando aride fiumare e strani pensieri mi attraversano. Poi d’un tratto, come una sveglia non programmata, arrivo e di colpo tutti i cliché riguardanti il sud si materializzano: chilometri di nulla che urlano, case fatiscenti però col tetto ben rifinito, una passione sfrenata per nostro signore Gesù Cristo e sua mamma… devo dire un po’ più per la mamma che per il figlio.
        Parcheggio al bar, Andrea ha detto di aspettarlo lì. Parcheggio e, appena scendo dall’auto, due persone escono dal bar e sembrano guardare verso di me. Preparo tutte le mie cose e i due sembrano proprio guardare me e fumano. Chissà di cosa parlano. Fumano, forse pensano che io… e fumano.
    Mi avvicino all’entrata e fuori dalla porta c’è un signore, brutto, orrendo, sembra stia fumando un sigaro, ma il sigaro è spento. Sta guardando me, sembra stia guardando il telefono, ma è spento, guarda me con la coda dell’occhio. Faccio finta di niente anche perché, Andrea, ti giuro che non riuscivo a guardarlo in faccia, è brutto come la morte, Andrè! … Quando sei arrivato?

       
       

~ Allora ascolta! Non sapevo che portare, però mi sono impegnato al massimo, v’ho fatto il panettone.

   
       

Andrea fa una faccia strana.

       
       

~ Volevo portare il pane che faccio io, che hai visto faccio quello con la curcuma che è la fine del mondo, però ho pensato: se faccio il panettone magari anche Andrea e Fabio sono contenti. Poi voglio dire, che cazzo di Natale è senza panettone?

   
       

Andrea non ride.
    Sfruttiamo il suo silenzio per spiegare una cosa. Andrea e Fabio sono i nipoti di Andrea. Andrea si chiama come il nonno. Si usa ovunque in Italia, lo so; ma qui, a differenza che altrove, non si è aspettato che il nonno fosse morto: il che potrebbe generare diverse incomprensioni a tavola e in questo racconto.

       
       

~ Ti prendi un caffè?
            ~ Perché no? Dài.

   
       

Entriamo, davanti a tutti: Rizzeri poi Andrea poi io e, dietro, Romano l’altro paladino che… aspetta fuori come da prassi.    Il caffè è pronto, questo bar non lo fa così bene, però pazienza lo prendo corto. Dove non è buono, prendete il caffè corto che almeno salviamo il salvabile.

       
       

~ Be’ che fai? non ci metti la spruzzatina?
            ~ Andrè non lo so, non ho ancora mangiato.
            ~ Eddài, che è Natale per tutti.

   
       

Il barista ci guarda male.

       
       

~ E va bene, scusi, per me corretto sambuca.

   
       

Devo dire che non avevo mai preso il caffè corretto, credo d’aver iniziato con Andrea, in quel momento.
        E da quel giorno lo prendo solo così. Ho dato il via a un’abitudine proprio in quell’istante.
        Vi è mai capitato?
        Sapreste dire quand’è che avete iniziato a mangiarvi le unghie? A sistemare il cuscino in quella maniera prima di chiudere gli occhi? Oppure a usare un detto. Mia madre me ne ha insegnati tantissimi e due sono i miei preferiti, che poi sono anche simili:
        “Chi va per fregare rimane fregato”. O: “Che fai rubi a casa dei ladri?”.
        Anche Andrea mi ha insegnato un detto bellissimo:
        “Chi ha più sale deve condire la minestra”.
    È chiaramente un modo di dire che ha a che fare con le famiglie numerose, dove i figli che hanno di più devono condividere con chi ha di…

       
       

~ Andrea! Andrea! Andrea! Andrea scusa ma chi è quello?
            ~ È ’u Babbalano.
            ~ Babbalano.
            ~ Babbalano, Babbalano!
            ~ E che significa?
            ~ Ca è cunnu.
            ~ Ca è cunnu?
            ~ Ca è stupido.
            ~ Ah ecco.
            ~ Hai finito col caffè?
            ~ Sì, sì, andiamo di ammazzacaffè?
            ~ No andiamo, andiamo e basta.
            ~ Dài è Natale che ci frega…
            ~ Andiamo, per favore.

   
       

Usciamo dal bar e solo in quel momento realizzo che, per tutto il tempo in cui siamo stati là dentro, nessuno ha parlato. Eravamo avvolti da un silenzio, da un rumore bianco.
    Ci avviciniamo al condominio di Andrea, e come da regola i due paladini restano fuori, così ne approfitto per togliermi un dubbio:

       
       

~ Andrè scusa, ma Rizzeri come fa di nome?
            ~ Rizzeri…
            ~ Sì lui, insomma ormai è un po’ che ci parlo, ma non so il nome…
            ~ Eh, Rizzeri.
            ~ Ma che è il nome?

   
       

In un posto dove uno si chiama Babbalano, forse, così strano non è.
        Saliamo le scale da soli. E vengo travolto da una strana ansia, inizio a guardare ogni angolo, ogni finestra, ogni stipite. Mi spuntano altri occhi sulla nuca, sulla schiena, come se ogni parte di me volesse osservare questo posto, come se fosse l’ultima volta.
        C’è solo silenzio, eppure so che dietro a quelle porte stanno tutti preparando il loro Natale.
        “Vabbè saranno a messa” mi dico. Ma la verità è un’altra, la verità è che ho paura.
        Sono da solo. A quasi ottocento chilometri da casa.
        In un paesino lontano dalla realtà, abbandonato da Dio.
        Qui nemmeno Dio comanda più.
        Nemmeno Dio mi sentirà gridare aiuto tra poco.
    Vorrei gridare aiuto, chiamare la mamma, ma non esce alcuna voce, vorrei dire ad Andrea che ho cambiato idea che me ne torno dai miei per Natale, ma ormai è tardi, la porta si apre e so benissimo che, forse, non uscirò vivo da questa casa, perché sono l’ospite d’onore a un pranzo di Natale in Calabria!

   

E scatta una musica dal titolo Carnevale.

   

Ad aprirmi la porta è ovviamente Vittoria, un personaggio che nessuno scrittore avrebbe mai potuto immaginare: metà calabrese, metà americana, praticamente come se Stanlio e Ollio fossero nati a Soverato, che with her Broccolina from l’orto nostro that you can only sognartela, può risollevarti una giornata intera… E Fabio. Fabio, ma quanto cazzo ti sei fatto alto?!
        Il buon Fabio che al grido di “non è solo questo”, inizia già a riempire la tavola di teglie, pirofile e padelle fumanti.
        Fabio ti amo, ma già so che ti maledirò. E poi c’è Andrea, quello che porta lo stesso nome del nonno: si fa testimone del testimone. C’è Alessandro con la piccola che dorme in culla. Loredana, manca solo… Giuseppe! Finalmente!
        Giusè! A quest’ora si arriva, devi sempre farti desiderare?
        Vittoria, scusa, mi avevi detto che sta male, che ha perso peso: guarda che una persona è così che sta bene; e poi mi avevi detto che non ride più, guardalo; ammettilo, dài, ridi perché ci sono io.
    Poi mi avvicino alla cucina.

       
       

~ Andrea, Vittoria, avete tutto? Posso darvi una mano?

   
       

Domanda inutile. Quando sei ospite in Calabria non alzi un dito – peccato mortale – ma accade l’incredibile:

       
       

~ È finita l’anice.
            ~ E ca ti freghi.
            ~ E che non ci mettiamo la spruzzatina sul caffè?

   
       

Allora io che sono scaltro, non chiedo niente, prendo il primo mazzo di chiavi che mi si para davanti, scendo di sotto al bar, saluto il barista, alla calabra, come Babbalano ha salutato Andrea, il barista mi guarda strano, ma io sto per giocare d’anticipo su una famiglia di calabresi a Natale, mi sento tipo Lupin quando scappa da Zenigata, prendo la boccia di liquore all’anice, mi volto c’è Babbalano e gioco d’anticipo anche su di lui, cazzo mi frega a me, sono Lupin, e lo saluto, alla calabra, due volte che sono proprio di buon umore, poi salgo di sopra, faccio le scale a tre a tre, senza la paura di spaccarmi i denti, apro la porta con un calcio:

       
       

~ Ragazzi, l’anice l’ho presa io.

   
       

Carnevale termina.

   

Luna. Luna. Ma quando?
        Vieni qui. E dài. Luna. Ma da quando?
        Giù buona. La palla. Ecco la palla. Mettiti giù qua.
        Luna dorme sempre con la palla accanto al muso o fra le gambe. Luna è un pastore tedesco, però è calabrese, c’ha un po’ i fianchi larghi ecco.
        Luna è stata rapita. Se la prendono anche con i cani. Se la prendono, sempre, con i più deboli. Poi l’hanno ritrovata alle Serre, a Oppido Mamertina, a cento chilometri di distanza, dopo sei mesi grazie al microchip.
    “Vedi che a rispettare la legge succedono cose buone?”, mi dice Giuseppe.

       
       

~ Dai, è un bel regalo di Natale! Sta bene mi sembra.

   
       

Sorridono, la situazione però è cambiata: ’ste cose poi ne fanno apparire altre e ti sembra che il mondo ti crolli addosso.
        Solo che qui le cose non sembrano: crollano.
    Cerco di dar fondo a tutto il mio spirito d’ingiustificata euforia.

       
       

~ E indovinate un po’ chi altro v’ha portato un regalo? Io! Guardate qua che vi ho portato? Il panettone, solo che il panettone non l’ho comprato, l’ho fatto io così se è buono mi portate in gloria tutto l’anno, altrimenti se non vi piace, ci metto la faccia, crocifiggetemi pure. Eccomi sono pronto.

   
                I bimbi ridono e qualcosa ho recuperato, poi stappo il vino, beviamo un po’ e la situazione sembra essere tornata alla normalità. Sembra.

 

       

Inizia il tema musicale intitolato Ionica.

       
       

~ Arrivo subito. Sì, scusate una telefonata di lavoro. A Natale, sì. È un lavoro strano il mio.

   
    Dovrei sedermi, ma so benissimo che se lo faccio…

 

   
       

~ Arrivo! Mi lavo le mani e sono da voi.

   
       

Dovrei sedermi ma davvero non ho il coraggio. Ma in fondo sono venuto qui per questo e già so che non mi alzerò da tavola prima che faccia buio: soprattutto sulle mie gambe e ancora in grado di intendere e volere.
        I piatti nello svuotarsi e riempirsi, sembrano godere di vita propria e il vino, nel bicchiere, sembra generarsi da solo. Forse qui qualcuno ha gli stessi poteri di Gesù?
        Cristo!
        Gesù è a tavola con noi, solo che non è come lo immaginate voi. Ha i capelli corti, collo alto e occhiali quadrati e fuma. Gesù Cristo fuma, Gesù Cristo fuma Camel Light, sorride sornione e sussurra: “Te l’avevo detto”.
        D’improvviso Andrea e Fabio saltano sul tavolo e iniziano un duello all’arma bianca, ma non hanno spade, combattono con stinchi di maiale al forno; Loredana al mio fianco inizia un numero di giocoleria, una roba così non s’è vista mai nemmeno al Cirque du Soleil, che brava.
    Uh Madonna! C’è anche la Vergine a tavola con noi che imbarazzata mi porge il suo piatto di lasagne.

       
       

~ Ti prego, finiscila tu, io davvero non ce la faccio più.

   
       

Qui in Calabria, a tavola osano dove nemmeno i santi possono arrivare e, all’improvviso, Fabio si è trasformato in Roberto Bolle e volteggiando scarica una scodella di insalata nel mio piatto e al grido d’odisseica sirena.

       
       

~ Stai tranquillo, questa sgrassa.

   
       

Gesù fa così con la mano, ecco lo sapevo, è giunta la mia ora, ma che bello andarsene così, con la pancia piena. Allora voglio andarmene senza rimpianti: vi prego dite a quella donna che l’amavo; dite anche a mamma che quella volta non aveva perso 20 Euro, ma me li ero fregati io che dovevo uscire con la fidanzatina; dite al mondo che l’avvocato Stajano è l’avvocato degli ’ndranghetisti e che il capretto che ci stiamo mangiando Andrea l’ha pagato 1.000 Euro… e da chi cazzo l’avrà comprato mai?
        Ma soprattutto dite che in Calabria a Natale è possibile pranzare con Gesù, la Madonna e Roberto Bolle.
        Ormai è giunta la fine, Gesù pronuncia la sua sentenza e mi dice: “Capo la vuoi una sigaretta?”.
    Dice proprio così: “Capo, la vuoi una sigaretta?”.

   

Ionica finisce.

   

Gesù non è Gesù, cioè, Gesù è Gesù ma non in questo caso. Gesù è Luigi. Gigi. Lui è quello che qui in giro fa i miracoli. Come Gesù è santo all’inferno. E anche se all’anagrafe non sarebbero d’accordo, Gigi è il papà di Andrea.
        Ché quando Gigi prende una persona sotto la sua ala, li chiama “i suoi figliocci” e, quindi, ecco: ha tanti figli sparsi per la Calabria. Tutti a rischio.
        Gesù fa il poliziotto.
        Si sono conosciuti otto anni fa, quando Nausicaa venne violentata.
        Trent’anni. Ha la mia età. Lei è stupenda. Potrei stare ore a guardarla, forse sono anche un po’ innamorato di lei, ha il profumo di bosco, ma non un bosco qualsiasi: tipo il bosco delle fate, con asinelli, pony di nome Pegaso e paperette, che scorrazzano liberi; un bosco di quelli che si affacciano sul mare con il profumo della resina che si mescola con quello della salsedine… Ci sono anche dei bambini in questo bosco che rincorrono le paperette e poi le paperette rincorrono i bambini, poi vanno tutti in acqua a giocare e tra gli schizzi si voltano tutti insieme e osservano quella linea in cui il mare si getta nel cielo. Ecco.
        Quello sguardo è esattamente come il mio quando guardo Nausicaa.
        I Mongiardo, i Procopio, i Gallace, i Gallelli, l’avevano distrutta in una notte.
        Andrea era andato anche dai carabinieri e questi gli avevano solo chiesto: “Ha dei sospetti?”.
        E io che cazzo ne so se tu sei minacciato da qualcuno o sei un colluso di merda, che mi metto a fare i nomi per peggiorare le cose… Mica sono scemo. E così aveva continuato ad abbassare la testa come sempre e a portare sempre il regalo di Natale a Cenzo Macineju.
        Ma non era fregato un cazzo a nessuno e quella notte quel bosco l’hanno distrutto.
    Bruciarlo no, forse dava troppo nell’occhio, meglio strappare un tronco dopo l’altro, vita dopo vita.

       
       

~ In verità, in verità ti dico, ti stai fumando il filtro.

   
    Scatto e schicchero via la sigaretta.

 

   
       

~ A che pensavi?
            ~ A Nausicaa.
            ~ Il tuo problema è questo. Pensi troppo. Questi sono come un tumore, sai che sta lì, pronto, che dorme, può essere oggi, può essere domani, può accadere in qualunque momento, poi si sveglia, e sarà sempre più veloce di qualunque medicina, di qualunque giustizia.
            ~ Ecco Gigi, in realtà pensavo proprio a questo: non ci pensi mai a fartela da solo la giustizia?
            ~ Come dice il detto? Non discutere mai con un idiota, perché prima ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza. Quando tu avrai pensato a come ammazzarli, loro avranno già la canna della pistola appoggiata sulla tua testa.
            Quando al bar cala il silenzio cosa credi che è un caso?
            Quando entri e il vecchio fuori se ne va secondo te dove va? A fare il resoconto al capo zona.
            Quando ti aspettano sotto casa con la bambina e fingono di giocare cosa credi che stiano facendo?
            Sono lì a dirti, ci siamo. Controlliamo. E la bambina è un codice, significa che ora non succede niente. Ora.
            Quando ti ho raccontato che l’‘animale’ ha staccato la testa alla moglie e l’ha seppellita sotto all’uscio di casa, che ti credi che l’ha fatto per divertimento?

   
       

Era stato proprio Gigi a chiedergli come mai tanta efferatezza dopo un gesto del genere e lui aveva risposto solo: “Ca io, quando uscivo e trascivo ’a casa, i piedi sopra a quella zoccola me li avea a puliri”.

       
       

~ No, non l’ha fatto solo per sé, l’ha fatto per tutti gli altri, per far sapere che lui non deve sottostare a nessuna regola.
            Quello che hanno fatto a Nausicaa secondo te, l’hanno fatto solo per Andrea?
            No! L’hanno fatto per far sapere a tutti che sono padroni di ogni cosa, perché loro non hanno firmato nessun contratto, il contratto sono loro e le parole le cambiano quando vogliono.

   
       

E io la vedo Nausicaa, laggiù, laggiù dall’altra parte della strada, che da qui si vede bene, da qui si vede che adesso sta meglio, dal terrazzo dove stiamo fumando con Luigi, si vede Nausicaa il villaggio vacanze che dorme. Ora è inverno, si sveglierà più in là, a primavera, perché qui la primavera anticipa l’estate.
        Quando ho conosciuto Luigi, mi ha descritto quel villaggio distrutto come una bambina violentata. Ecco perché me lo sono immaginato così. Ecco perché per me lui è Gesù: perché quando ti parla non ti parla soltanto, ti spiega delle cose, come Gesù con le parabole.
        Io allora mi chiudo nei miei pensieri e lui mi prende per il culo.
        Allora lo chiudo fuori, rientro e sembra incredibile, ma Gesù ha compiuto un altro miracolo.
        Si inizia a sparecchiare.
        Quindi tra poco sarà il momento del mio panettone. Devo introdurlo degnamente. Devo trovare una musica giusta. Sfoglio i vinili.
    Questo?

   

Parte Money, canzone dei Pink Floyd.

   

No, troppe aspettative. Questo cos’è?

   

È La solitudine, hit di Laura Pausini.

   

Per carità di Dio!
    Eh. Questo.

   

Felicità di Al Bano e Romina Power.

   

Felicità!
    Su Al Bano e Romina ci faccio un pensierino. Sono troppo stanco e allora lascio andare quello che c’è già su senza nemmeno leggere, e faccio la stronzata più stronzata che puoi fare in casa Dominijanni il giorno di Natale: faccio partire Lucio Dalla, che non è tanto per Lucio Dalla in sé, pace all’anima sua, ma per la canzone. 4 Marzo 1943, anzi 4 Marzo 2011.

   

I musicisti attaccano con un brano intitolato Rapina.
    L’attore evoca un luogo diverso e impersona un altro personaggio.

   

Ma vuoi levare le mani da quei cazzo di mandarini?!
        Ma che significa: “Ormai che ci siamo”. Vabbè ormai dammene uno, no? Cazzo buoni. Che poi manco è periodo questo. Sono quelli tardivi, i marzolini. Buoni.
        Tu resta qui e mi raccomando tieni il telefono a portata che c’abbiamo poco tempo. E leva le mani dai quei cazzo di mandarini e resta lì al cancello.
        Ti chiamo io quando siamo pronti. Intanto raggiungo gli altri.
        Fatto con la porta?
        Stiamo qui a svuotare un cazzo di magazzino e tu ti metti lì col fil di ferro? E passami quella sbarra di ferro.
        Ci voleva tanto. Dài, forza entriamo che dovremmo fare subito.
        E come cazzo ce la portiamo via tutta ’sta roba? Ma che sono deficienti?
        Due ore mi avevano detto, non due giorni. Che cazzo.
        Dai sbrighiamoci, tu inizia ad attaccare quel carrellone rosso. Caricalo e poi portatelo fuori. Tu riempi i camion con tutta questa attrezzatura. Tutto. Ma stai fermo con quello che è un pezzo di antiquariato, se lo prendiamo ci trovano subito. Sì, quello sì.
    Tu guarda questo poi. È nuovo. Guardate le ruote, non avrà nemmeno una settimana di vita: prendetelo questo, che ci si fanno i soldi veri. Sì, quello sì. No, quello lasciamolo qua. No. Sì. No. Senti. Facciamo una cosa, prendete su tutto e non rompetemi più i coglioni. Io chiamo.

       
       

~ Allora noi siamo quasi pronti, lì la strada è libera? Cosa? Senti non capisco. Parla piano. Ma la smetti di mangiarti ’sti cazzo di mandarini, mastica e poi parla per Dio. Possiamo partire?

   
       

Bene ragazzi tutti fuori e l’ultimo chiude la porta. Chiudi, chiudi. Così la sorpresa riesce meglio.

   

Stacco. Pausa.
    Stesso luogo, dopo la rapina. Cambiano i personaggi.

       
       

~ Giuseppe, scusa lo so che è presto, ma sono arrivato qui al capannone, ma il camion quello nuovo… per caso, lo hai prestato a qualcuno? No, che ne so io.
            Ogni tanto ho visto che agli amici prestavi attrezzi e magari ieri serviva a qualcuno e l’hai…
            Certo ti aspetto qui.
            Giusè, ma come cazzo hai fatto? Già qua sei?
            Sì. Quella sì. Era aperta.

   
       

I due entrano nel capannone e sono schiacciati dal vuoto di quello spazio. Quando in uno spazio così grande non c’è niente, le parole rimbombano a lungo, troppo a lungo: come i pensieri malamenti. Troppo a lungo. Le lacrime solcano il viso ed è come se la forza di gravità si fosse coordinata con la gravità della situazione, tanto che Giuseppe fa uno sforzo disumano per riuscire a far uscire dalla giacca il telefono.
    Il viso è bagnato – non so se più lacrime o più sudore – e le parole, in bocca, si mischiano alla polvere e con la saliva s’impastano come calce, e ti ritrovi a vomitare ai carabinieri un fiume di cemento, e in cambio ricevi solo risposte del cazzo, perché fino alle otto non si può entrare in servizio: così ingoi fiele su fiele mentre loro stanno ingoiando al bar crema su crema e, allora, quel fiume di cemento ti trasforma in centinaia di mattoni, che spacchi con i denti e inizi a sputare i sassi sempre più veloce sempre più forte con la stessa violenza con cui vorresti sbattere la testa contro il muro perché tanto, qui, tutto ha perso di senso.

       
       

~ E allora guardi che se continua così, veniamo là e prendiamo lei.
            ~ E magari, così almeno qualcosa fate, per Dio!

   
       

I carabinieri arrivano. Controllano l’evidente.
        Uno di loro chiederà se Andrea sia già stato a Badolato a casa di Cenzo Macineju per portargli l’ambasciata.
        Allora qualcosa sapete, ma non fate niente.
        Le proposte arrivano tutte da Giuseppe. Controlliamo le telecamere in paese? E viene preso per il culo, ma da quelle telecamere riusciranno a vedere che i mezzi sono arrivati fino a Sant’Andrea Marina e poi sono spariti, perdendosi fra le montagne.
    Controlliamo le chiamate. Quante chiamate saranno mai partite in quest’orario da questa zona? Quante?

       
       

~ E Giuseppe, tu ti vedi troppi telefilm americani.

   
       

Tu ti vedi troppi telefilm americani.
        Tu ti vedi troppi telefilm americani.
    Troppi telefilm americani.

   

Di nuovo a casa di Andrea e di nuovo Jingle Bells.

   

È il momento del panettone.

       
       

~ Allora Andrea, pensavo, prima del mio apriamo quello della confezione: primo, perché così il mio sembra più buono; e poi perché da solo il mio non basta mica per tutti. Sì lo so che sei il padrone di casa e decidi tu, però per una volta mi vuoi lasciar fare di testa mia? Per favore, dài, prima facciamo. Non insistere. Insomma, per una volta mi lasci fare come dico io o no?

   
       

7.500 Euro: questo era il costo minimo della rata da versare alla cosca di Cenzo Macineju. Poi c’erano i regali di Pasqua, i capretti a 1.000 Euro e feste varie.
        E poi il periodo della bacinella, perché qualcuno deve pur mantenere le famiglie di quelli che sono stati arrestati. Tutto questo per trent’anni Andrè? Trent’anni?
        Giuseppe non è l’unico a guardare troppi telefilm americani.
        Piacciono tantissimo anche a me. Perché hanno quelle trame intricatissime fino all’ultimo e il cattivo, quello vero, appare solo alla fine. Come qua.
        Perché ci sono personaggi che sembrano importanti, ma spariscono nel nulla in un attimo, come qua.
    Allora io voglio immaginarmelo come un telefilm questo finale.

   

Sulla musica intitolata Terremoto.

   

Aula di un tribunale, interno giorno.
        Andrea Dominijanni è seduto alla sedia dei testimoni.
        Stacco.
        Il giudice lo osserva.
        Stacco.
        Carrellata su tutti gli imputati. Prima il cognome e poi il nome, come tutti gli imputati, prima il cognome e poi il nome, come ogni cittadino davanti alla legge:
        Santillo Andrea alias Nuzzo, Cosentino Andrea, Procopio Fiorito, Lentini Michele, Mongiardo Mario alias Babbalano, Procopio Gerardo alias Gerry il biondo e il grande boss – il capo bastone di tutti questi sgarristi – Gallelli Vincenzo detto Cenzo Macineju.
        Stacco.
        Un uomo sussurra a un altro: “Oh, ma lo sai che questi sono stati già tutti condannati quattro anni fa? Operazione Scheria, si chiamava”.
        Stacco.
        La telecamera si sofferma sui grandi assenti. Non c’è la Regione, non c’è la Provincia, non c’è il Comune di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio. Nessuno s’è costituito parte civile. Un breve fermo immagine sul vuoto.
        Stacco.
        L’avvocato fa la domanda cruciale, sta per cominciare la deposizione.
        Stacco.
        Particolare delle mani di Andrea, sono sudate, l’ansia cresce.
        Stacco.
        Primo piano degli occhi, si guardano intorno. Stanno cercando qualcuno. Luigi dove cazzo è Luigi.
        Stacco.
        Viene inquadrata la porta, particolare della maniglia. Non entra nessuno.
        Stacco.
        Primo piano di Andrea, la bocca è asciutta, passa lentamente la lingua sulle labbra.
        Stacco.
        Viene inquadrata nuovamente la porta. La maniglia si muove ed entra Luigi. Andrea scatta in piedi. I due si guardano per un istante, un’eternità, tanto quanto basta per dirsi tutto.
        “Signor Giudice. Posso avere un bicchiere d’acqua per cortesia?”
        Da qui la scena va molto lentamente. Entra una musica.
        La ’ndrangheta è forte perché ti isola, ti schiaccia e ti fa sentire piccolo come uno scarafaggio.
    Adesso vi dimostro come un insetto può cambiare le cose.

   

E, da qui in poi, impersona Andrea.

   

Bene. Adesso possiamo cominciare e andare avanti fino a stanotte.
        Signor Giudice io non ricordo nemmeno quando ho iniziato ad essere sotto scacco di questi signori qua. “Signori” che poi, signori, che sono esseri umani questi qua?
        Ho voluto dimenticare tutto, metterlo sotto al tappeto come dico sempre.
        Lo sa, mio padre mi diceva sempre: “Ognuno in cuor suo tiene la sua misura”. Ed io certe cose non le potevo immaginare e quando te ne accorgi, ormai è troppo tardi.
        Quando ho incontrato Luigi, prima ho incontrato un amico, poi uno che sa fare bene il suo mestiere e mi sono fidato, perché in un mondo dove l’unica domanda che ricevi quando denunci è “lei ha dei sospetti?”, non parli: non parli perché hai paura, perché non ti fidi e non sai.
        Felicità è solo una canzone.
        Signor Giudice, qui siamo in un posto dove ti svegli al mattino, vai nel tuo campo a lavorare e ci trovi uno come Gerry ’u biondo e se ti lamenti che s’è preso la tua terra va a finire che ti apre la testa a sassate; viviamo in una terra dove uno come ’u Babbalano comanda su tutti e non abbiamo ancora capito se è più potente o più stupido.
        E allora ci pensi di andartene, certo che ci pensi.
        Poi però ti guardi intorno e vedi tutto quello che hai costruito: le case, le vie e tuo padre prima di te i parchi, i palazzi e tuo nonno prima di lui.
        Macchinedda.
        Mio nonno, è lui che ha messo la prima pietra nella piazza del paese di Sant’Andrea Apostolo. Ed oggi questi criminali qua, su quelle pietre, ci pisciano ogni giorno: le usano per ammazzare, quelle pietre; perché a loro non importa altro che il denaro, i soldi, le monete, le banconote, gli assegni.
        Lo sa? Io sono sempre stato un caso speciale, pagavo e mi facevano saltare in aria un camion; pagavo ancora e mi ritrovavo le taniche di benzina a ricordarmi che gli sforzi di trent’anni se ne potevano andare in una notte; pagavo e mi ritrovo il garage preso a colpi di fucile, che Vittoria quella sera era rientrata da poco in casa: un attimo in più e sarei rimasto solo, più solo di quanto sono ora. Perché quando parli, Signor Giudice, smetti di esistere. Al supermercato tutti si girano dall’altra parte, non vogliono parlare con te, con l’infame, con l’appestato, ma baciano mani e culo a quelli che ti hanno già puntato la canna della pistola alla tempia.
        Ma cosa crede che ho paura di questi criminali qua? Secondo lei ho paura di morire?
        Certo che ho paura di morire. Guardi queste foto. In questa macchina c’eravamo io e mia moglie Vittoria. Quando sono arrivati i soccorsi hanno detto di lasciare la nostra auto per ultima: “Tanto non si sarà salvato nessuno lì” e invece siamo usciti con le nostre gambe.
        Ed io la Morte l’ho conosciuta quella sera. Non è poi così male, sa?
        Quando ho chiamato Gigi per denunciare tutto, ho solo deciso di vederla un po’ più spesso.
    L’aspetto a colazione tutti i giorni, arriva sempre puntuale. La spremuta la trova lì, alla mattina, la spremuta delle mie rosarie, le mie arance; il caffè, alla mattina, senza spruzzatina. Poi giochiamo con Luna, scendiamo di sotto e da quando questa Signora gira con me, Rizzeri ha sempre una faccia al mattino…

       
       

~ Andrea e che te la porti sempre appresso adesso.
            ~ Rizzeri, perché non impari tu a farle un sorriso?

   
       

Andiamo alla casa al mare e diamo da mangiare ai miei animali, raccogliamo le arance e Lei è sempre là con me, che mi guarda da fuori il cancello. Signor Giudice ormai io con la Morte ho imparato a conviverci, so cosa preferisce mangiare a pranzo e a cena, il colore dei suoi occhi e che suono ha la sua voce. Ma nonostante questo, ho ancora una paura di Lei…
        Ho paura che magari un giorno si sbaglia e bussa a casa di mio figlio al piano di sotto, ho paura che un giorno non mi trova in casa e si porta via mia moglie.
        Non voglio vedere gli altri andare sottoterra prima di me, no questo no, non ve lo permetto.
        Perché se c’è una cosa che ho imparato in tutta la mia vita è che la terra deve rimanere ferma. Se si muove la terra è per costruire e non per distruggere.
        E allora datemi una mano.
        Prendete anche voi questa: una pala, proprio come abbiamo fatto noi quando ci hanno svuotato il magazzino e sentite quanto fanno male le piaghe quando sanguinano.
        E scaviamo, scaviamo insieme che, se scaviamo tutti insieme, va a finire che facciamo un terremoto.
        Il primo terremoto buono della storia. Un terremoto che farà tremare la Calabria e l’Italia intera.
        Un terremoto che farà crollare case, palazzi, ville abusive e le sale da gioco. Voglio vedere tutti gli ’ndranghetisti, tutti i capi bastone sotto le macerie, tutta la ’ndrangheta sotto le macerie.
        E se per ottenere tutto questo devo finirci anche io sottoterra, Signor Giudice, sa cosa le dico?
    Ho pagato per una vita intera, cosa cazzo me ne frega di pagare una rata in più?

   

Stop.

   

Comunque quel panettone, era davvero buono.

   

 

   

Fine