Non sono Harold
- contro la guerra -

di

alessandro trigona


17- 8 -2005


A sinistra, una scrivania rivolta verso il fondo. A destra, in prossimità del proscenio, una branda. In fondo, un grande schermo e una porta. Luce al centro e a destra. Dalla porta entra un ragazzo, chiaramente ispanico, con indosso una divisa logora e strappata. Il ragazzo barcolla. Come ubriaco. È affranto. Vaga per la scena. Si butta a terra, vicino alla branda. Vi nasconde la faccia. La sua parlata sarà una mescolanza di inglese (italiano) e messicano. Luce a sinistra. Dalla porta al centro entra una donna. Di colore. In divisa militare. La donna, con passo marziale, va alla scrivania e, dando le spalle al pubblico, con tono alto, quasi urlato, parla a foto proiettate sullo sfondo che riproducono uomini e donne in divisa, tutti di diverse razze, ad eccezione di quella anglosassone.

maude:        recluta Ramirez, da oggi tu sei a tutti gli effetti un soldato degli Stati Uniti d’America, l’esercito più imponente che sia mai esistito. Ti ricordo i tuoi doveri di onorare e difendere con dignità, impegno e sprezzo del pericolo il tuo nuovo paese: gli Stati Uniti d’America. Come da contratto, tu avrai diritto a sessantamila dollari per sei anni; le spese per il college; una gratifica “una Tantum” di treantacinquemila dollari; un prestito agevolato per la somma di cinquantamila dollari per poterti acquistare una casa; assistenza medica gratuita e, dopo vent’anni di onorato servizio, avrai diritto alla pensione. Oltre a diventare a tutti gli effetti un cittadino degli Stati Uniti d’America. Che dio salvi la regina… no. Che dico? Che dio benedica l’America.
harold:    e noi…

Il ragazzo cerca di alzarsi dal terra, ma ricade subito.

harold:    yo sono l’America. O almeno… yo avrei voluto esserlo. Diventare essa. L’America. Perché l’America è grande. Muy grande. È forte. L’America è todo. È libertà, è civiltà, la possibilità di diventare qualcosa, qualcuno. L’America è l’America.

A sinistra la foto di un alto ufficiale di razza bianca.

maude:    (quasi urlando) sissignore, come aveva detto lei, signore. Una nuova recluta, signore. Arruolata e subito spedita al campo di addestramento, signore. Gli ho offerto quanto mi avevate detto voi di offrire, signore. Se potevo dargli di meno, signore? Difficile dirlo, signore. Non sono convinta che gli sarebbe bastata la possibilità di diventare cittadino americano, signore, per fargli accettare di andare a combattere in Iraq, signore. Come dice, signore? Se ci ho provato? Certo che l’ho fatto, signore. Ho dovuto fermarlo sulla porta e, per convincerlo, ho dovuto spiegargli come funziona il sistema sanitario nazionale, signore. E allora, solo allora, signore, che ha firmato e si è arruolato. No. Non direi, signore, di essere stato troppo generosa. Ho promesso quello che lei, signore, mi aveva ordinato di promettere. Ho risparmiato anche cinquemila dollari in poco più di un mese, signore

Buio su di lei

harold:    yo vengo da Cuba, signore. Yo sono un rifugiato politico, signore. No. Anzi. Vengo dall’Honduras… Colombia. Dal Perù!. No. Yo vengo dal Mexico, signore. Da una delle tante province dell’Impero. E yo voglio combattere per voi, signore. Per gli Stati Uniti d’America. In nome della libertà e del “vostro” tenore di vita… signore. (lunga pausa poi comincia a cantare una vecchia canzoncina messicana per bambini. Si ferma. Si guarda intorno e comincia a giocare con le parole) Pull the bull and push the bush. Pull the bull and push the bush. (urlato) Pull the bull and push the bush. (silenzio)

Dalla porta entra Maude. Che, vedendo Harold per terra, corre a soccorrerlo.

maude:     Harold? Harold, stai male?
harold:    (delirando) non mi chiamo Harold.
maude:    c’è ancora qualcosa che non va? Stai male?
harold:    yo mi chiamo Miguel. Miguel Hernandez de’ Aguillera detto “el fuego”
maude :    sei… sei caduto. Devi avere sbattuto la testa e… No! È la ferita… ancora la ferita che…? Oppure ti sei ubriacato?
harold:    (delirando) yo non so chi sei tu. Io sono Miguel e non mi piace il formaggio
maude:    mio dio, ha la febbre. Ha ancora la febbre
harold:    (delirando) quando vedi un… “carro”… una macchina, hombre, una que…  si avvicina a velocità… tu non apettare que… essa troppo vicina. Spara. Sparagli contro. Prima che ti sia addosso e si faccia esplodere con te e i tuoi commilitoni.

La donna gli toglie il giaccone militare. Il ragazzo ha il busto fasciato e le fasce mostrano delle ampie macchie di sangue

maude:    ancora sangue. Non riesci proprio a star fermo tu? Buono. Non lo vedi che la ferita ti si riapre? Ricomincia l’infezione.

Lo adagia sul letto e lo disinfetta. Lo riveste

harold:    un hombre è sordo quando è sordo. E tu devi capire, intiendere quando è il momento di ablar o de star muerto
maude:    ci penso io a te. Non ti preoccupare. Io…
harold:    pull the bull and push the bush. Push the bush. Push… (sviene)
maude:    dormi, Harold. Cerca di dormire. Di riposarti. Ne hai bisogno. Fottutamente bisogno.

Il ragazzo sembra svenuto, mentre lei comincia a passeggiare nervosamente. Dalla tasca estrae un bigliettino da visita. Lo rigira tra le dita. Lo legge.  Prende il cellulare. Fa per digitare un numero. Cambia idea. Sbuffa. Riprende il telefono. Di nuovo compone un numero

maude:    (al telefono) parlo con NO-NEWS-TV? Vorrei parlare con il signor Kenneth Brown. Sono il sergente Maude Debois dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Non c’è? Può lasciare detto che ho chiamato? Ho bisogno di parlargli. Grazie.

Ripone il telefono. Guarda il ragazzo sul letto. Gli passa la mano sulla fronte. Scuote il capo. Esce. Il ragazzo comincia ad agitarsi.

harold:    (delirando) push the bush. Push the bush. Pull the bull and push the bush. (anche urlato) Pull the bull, push the bush and smash everything!

Tace. Si alza imbracciando una scopa  a mo’ di fucile. Come se fosse lucido.

harold:    que pasa, soldato? Bene? Il rancio è bueno? Se fa caldo qui? Dipende dai punti di vista, soldato? Di notte, circa trenta gradi. Militarmente ce ne sono di più, molti di più. Intiende? Ma l’importante… è… que tu… non ti faccia fregare, soldato. Non ti esporre. Rimani con il culo al riparo, arma puntata, dito sul grilletto e, se… tu ha fortuna, veramente fortuna, puoi pensare di farla franca e portare la pellaccia a casa. Intiende?

Si posiziona utilizzando la branda come se fosse una trincea. Ci appoggia sopra la scopa e la punta contro il pubblico.

harold:    vedi, cazzo di uomo, come si fa la guerra? Tu… attiento… stai sul “chi-va-là”. Siempre! Con arma spianata. Donne, vecchi, ninjhos. Non ha importanza. Sono loro. Gente loro. Non nostra. Sono dei nemici. Dei possibili nemici. Quindi non ti fidare e se il caso spara. Fallo pure. Tanto poi il comando ti difenderà. Penseranno loro a proteggerti. Tu non ti preoccupare. Meglio loro che noi. (simula lo sparo) Bang! Bang! E qualcuno muore. Non tu per carità. Tu non devi morire. Troppe perdite qui in Iraq ed i giornali, quei malditos de giornalisti cominciano a fare troppe domande. Porta a casa la pelle, hombre. In nome degli Stati Uniti e anche in nome tuo. Intiende? Silenzio e… spara.

Buio su di lui. Luce a sinistra. Maude che telefona. Ma non riesce a prendere la linea. Si spazientisce

maude:    occupato, sempre occupato. Cazzo!

Maude insiste a telefonare. Sempre a sinistra, ma vicino al proscenio, un uomo bianco, Kenneth, parla al microfono. La sua immagine è proiettata sullo schermo televisivo.

kenneth:    questo servizio… abbiamo avuto molti problemi  a mandarlo in onda. Ce lo volevano proibire. Vietare. Volevano impedire che fosse visto, ma… la censura politica non esiste, non deve esistere. Nessuno mai riuscirà a mettere il bavaglio alla stampa libera. Noi facciamo informazione. Solo informazione e non si può ignorare che ci sono ormai più di duemila i soldati americani morti in Iraq e che altrettanti sono i soldati che hanno disertato e si sono rifugiati in Canada. Per NO-NEWS-TV, in diretta il vostro Kenneth Brown!
maude:    pronto? pronto? Sono il sergente… maledizione non prende!
kenneth:    (rispondendo al telefono) sì? Chi è? (lunga pausa) Hai visto che servizio? Una bomba, una vera bomba. Domani mando in onda quell’intervista a Noam Chomsky, con quello che lui ha da dire sulla guerra! È una bomba, una vera bomba.
maude:     sono il Sergente Maude Debois e vorrei parlare con… pronto? Non sento. Non sento. Sono…
kenneth:    (al telefono) lo sai che con la Fonda sono intimo. Posso portarla anche in studio e…

Luce anche a destra.

harold:    colpo in canna. Arma puntata. Dito sul grilletto. E fai fuoco. Ripetutamente fuoco. Sei o non sei un soldato del più grande esercito del mondo?
maude:    sì. Il signor Kenneth Brown. Vorrei parlare con lui. Proprio lui.
kenneth:    e l’indice d’ascolto? Alto? Anche quello alto? E allora lo vedi che siamo sulla strada buona! Gradimento alto. Indice alto. È fatta decisamente fatta. Abbiamo preso l’osso e adesso non lo molliamo.
maude:     è urgente. Maledettamente urgente. Si tratta di un caso di… di diserzione. Un caso grave.
harold:    push the bush and pull the bull. push the bush and pull the bull. push the bush and pull the bull.
kenneth:    chi? Chi ha chiamato? Il sergente chi? E che vuole? Un caso di diserzione? Interessante. Anche se… c’è ancora da montare il caso degli aiuti e della ricostruzione a New Orleans. Anche questo è una vera bomba. Ma… va bene, va bene tutto. Proverò a chiamarla.

Buio su di lui. Harold che continua a vaneggiare..

harold:    sì, signor tenente. Come le dicevo… un gruppo di donne si sono avvicinate al posto di blocco… sissignore, abbiamo cercato di allontanarle ma… volevano passare. Andare all’ospedale e… tengono un ninjho con loro. Volevano portarlo in ospedale. Dicono.... sissignore, mi rendo conto. Il bambino no, non è ferito. È solo malato. Muj malado. Tiene la gastrointerite o qualche cosa del genere. Ha bevuto acqua infetta del Tigri e.. ha bisogno di cure. Lo so, signore, che la zona è off limits, ma... non ci sono “ma”, signore. Certo, signore. Come dice lei, signore. È solo che questa è la strada più breve per l’ospedale e volevano passare da qui. Certo, signore. Le abbiamo allontanate, signore. Mi rendo conto. Bisogna tenere libera la strada dell’aereoporto, signore. Nessuno deve percorrerla, signore. Deve arrivare Rumsfeld, deve passare lui da qui e... ma chi cazzo è Donald Rumsfeld?

Maude cammina nervosa. Telefono alla mano le squilla il cellulare

maude:    (rispondendo) chi è? Chi? Kenneth Brown? È lei? Veramente lei? Sì. Una cosa delicata, molto delicata e… non so se posso fidarmi. Ho bisogno di vederla. Al più presto.

Luce anche su Kenneth sul proscenio.

kenneth:    chi? Sergente americano? Diserzione? Testimonianza importante? Bisogna vedere. Solo vedere e cercare di capire se è davvero come si tratta, come dice lei: una cosa importante. Oppure no.
maude:    occorre aiutarlo. Portarlo fuori. In Canada e cercare di salvarlo.
kenneth:    non siamo qui per questo. Non siamo un’agenzia di espatrio o una fondazione di beneficenza. Possiamo testimoniare il dissenso sociale e politico che cresce contro l’Amministrazione questo sì, ma mai sostenere, aiutare disertori o fuorilegge qualsiasi. Il nostro obiettivo è informare, commentare, trarre anche sei giudizi, ma sempre e soltanto in nome della libertà e dell’interesse della nazione.
maude:    è rimasto ferito. Si è ferito ed ora è grave. La ferita gli si è infettata e allora….
kenneth:    domani. A quest’ora. E facciamo presto. C’è Jane Fonda che mi aspetta. Un intervista che… mi pagano oro.
maude:    (riagganciando e andando verso il ragazzo) Harold, Harold? È fatta. Il giornalista ci vuole incontrare. Ha detto che è interessato ad aiutarci. È fatta. Siamo salvi. “Sei” salvo.
harold:     non mi chiamo Harold.
maude:    lui è con noi. Sarà con noi. Ha detto che parlerà di te anche con Jane Fonda. Vedrai, Harold, ti porteremo in Canada in carrozza.

Maude esce dalla porta in fondo.
harold:    non mi chiamo Harold.

Il ragazzo si scuote. Si guarda intorno allarmato. Prende la branda e la rigira un paio di volte. Si accovaccia imbracciando la scopa. Questa volta dal lato del pubblico, guardando proprio in direzione del pubblico.    

harold:    quel maledetto tenente! Voleva che entrassimo in quel villaggio senza la dovuta copertura. Ci mandava alla sbaraglio, quel bastardo! (voltandosi verso destra) Ehi, tu, che fai qui? Vedi di allontanarti, scemo. E presto altrimenti… (guarda verso il pubblico) Allora, Paco, yo ti dicevo che… (spazientito torna a voltarsi verso destra) Allora? Non sono stato abbastanza chiaro? Ti ho detto di non starmi qui vicino, venirmi addosso. Ma allora no intiendes? Non capisci nada? Ti ho detto di allontanarti! E subito! (si volta verso il pubblico) Vedi, Pac… (ci pensa) ti chiamo Paco no? Bene. Poi uno si incazza! Dici a questi iracheni di fare una cosa, di non farne un’altra e loro, che fanno loro? Disobbediscono. Fanno come gli pare. (si volta verso destra) Via! Via! Subito. Oppure… oppure… oppure… (sembra esplodere. Poi si calma. Si scuote. Ora calmo) Ma sì. Fai come cazzo ti pare. Tanto… (si volta verso il pubblico) Yo vengo dal ghetto. Quello di New York. Vivo nei sobborghi degradati, quelli abitati dagli ispanici. I “wetback”, “culibagnati” o come ci chiamano i bianchi. I WASP. Non è che vivo male lì. E che lì proprio non si vive. Si sopravvive. Ed è anche difficile farlo. Darsi una vita, una prospettiva di vita.

Maude è sull’attenti dietro la sua scrivania. Proiettata la figura di un ufficiale

maude:    era un disperato, signore. Uno di quelli arruolati per disperazione. Proprio il tipo adatto da mandare a combattere in Iraq. Se lo conoscevo, signore? Certo. Sono stata io ad arruolarlo. A convincerlo a farlo. Gli ho promesso soldi. Assistenza medica. Un finanziamento agli studi. E la cittadinanza statunitense se fosse tornato vivo da lì.

Sul proscenio appare il giornalista.
kenneth:    è lei che mi ha fatto cercare?

Maude si volta verso di lui. Scompare l’immagine dell’ufficiale

maude:    sono contenta di conoscerla. Avere il piacere di farlo. Una persona importante come lei.
kenneth:    beh, certo. Ormai ho acquisito una certa popolarità.
maude:    pensavo non sarebbe mai venuto.
kenneth:    è perché non avrei dovuto? Io vado lì dove nasce la notizia, dove si crea. Sono pagato per farlo.
maude:    immagino il lavoro.
kenneth:     intenso sì. Piuttosto intenso, ma… veniamo a noi.
maude:    ad Harold?
kenneth:    al ragazzo. Non so come si chiami.
maude:    Harold. Si chiama Harold. Lo chiami così.
kenneth:    bene. Lo chiamerò così.
maude:    vede il suo è un caso limite.
kenneth:    tutti lo sono
maude:    bisognerà trovare il modo per aiutarlo
kenneth:    se è il caso lo faremo.
maude:    è solo un povero disgraziato che si è trovato coinvolto
kenneth:    ha visto i miei servizi? Il mio documentario che hanno appena trasmesso. Altro che Michael Moore!
maude:    non vedo vie di uscite
kenneth:    e l’ho realizzato senza l’aiuto di nessuno. E senza soldi
maude:    è anche ferito.
kenneth:    mi dovrebbero dare il premio Pulitzer o meglio l’oscar
maude:    se non lo aiutiamo a passare la frontiera finirà in galera. O peggio: morto.

Pausa

kenneth:    è stata lei ad incastrarlo?
maude:    faccio solo il mio dovere.
kenneth:    e qual è il suo dovere?
maude:    arruolare giovani per la guerra in Iraq
kenneth:    per servire il proprio Paese?
maude:    sono pagata per farlo
kenneth:    e allora perché questo non lo denuncia? Non lo fa sbattere in galera? È un disertore. Uno che ha tradito. Si è tolto la divisa ed è scappato.
maude:    è solo un povero disgraziato
kenneth:    più di mezzo milione di soldati statunitensi lo sono.
maude:    forse proprio per questo.
kenneth:     forse proprio per questo lo vuole aiutare?
maude:    ne ho già inviati troppi al fronte, a morire che uno solo in più è di troppo.
kenneth:    c’è in corso una guerra, sergente. I destini del nostro paese sono messi in discussione. Si ricordi dell’undici settembre.
maude:    proprio per questo.
kenneth:    cinquemila americani sono morti in quell’attentato e lei cosa fa per onorarli? Aiuta un disertore a fuggire?
maude:    che c’entra adesso l’undici settembre?
kenneth:    c’entra eccome! Noi siamo l’America. Quella dell’attentato, di quella strage. E siamo lì, in Iraq, proprio per questo. Per vendicare l’orrore delle Twin Towers e per rendere il mondo più sicuro.
maude:    e questo sarebbe il modo per farlo?
kenneth:    questo o un altro non fa differenza. La cosa importante è fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Dare l’impressione di farlo.
maude:    vendicare l’undici settembre?
kenneth:     almeno dare l’impressione di farlo, che ci si sta vendicando dell’attentato.
maude:    ha fatto bene a ricordarmelo perché delle volte mi sembra solo che stiamo mandando della gente al macello senza alcuna ragione.
kenneth:     ed è per questo che lei lo sta aiutando? Perché si sente responsabile del suo destino, della sua vita?
maude:    a giorni Harold sarebbe dovuto tornare in Iraq. Riprendere a combattere. Non se l’è più sentita.
kenneth:    e allora si è reso irreperibile. Uccel di bosco.
maude:    non è facile uccidere… farsi uccidere.
kenneth:    è comunque diserzione.
maude:    una forma di dissidenza
kenneth:    è pur sempre un disobbedire agli ordini. Andare contro le leggi. Violare le consegne.
maude:    io voglio solo aiutare un ragazzo che è stanco di guerra
kenneth:    uno che ha degli obblighi, un contratto da rispettare. Delle clausole come servire la patria o uccidere il nemico.
maude:    lui vuole solo vivere. Cerca un modo per farlo.
kenneth:    e qual è, sergente, il suo dovere? Aiutare i disertori?

Maude tace.

maude:    mi aiuterà?
kenneth:    lo sto già facendo.
maude:    non mi era sembrato.
kenneth:    questo è solo un modo di lavorare. Il mio. Accertarmi dell’affidabilità delle persone. La loro reale convinzione. Non vorrei poi trovarmi esposto per nulla.
maude:    non fa una piega.
kenneth:    e fa molto audience.

A destra, Harold

harold:    push the bush, push the bush. Push the bush (pausa) Pull the bull and push the bush

A sinistra, Maude e Kenneth

maude:    come le dicevo lui è uno che parla e straparla. Sarà lo shock.
kenneth:    sto pensando di riprenderlo. Intervistarlo, cogliere la sua testimonianza e seguirlo durante la sua fuga.
maude:    deve solo passare il confine. Raggiungere il Canada. Basterà questo
kenneth:    faremo di più. Molto di più. Se è il “caso” farlo. Mi faccia pensare. Ha visto cosa ha fatto Cindy Sheehan, la madre di quel soldato morto in Iraq? Ha assediato Bush nel suo ranch nel Texas e ha finito col mobilitare le piazze. Ha alimentato il dissenso. Promosso una campagna contro Bush e la sua guerra in Iraq
maude:    il nostro caso è diverso. È solo un caso umano.
kenneth:    questa è la patria di Bush. L’impero del terzo millennio. Tutto può essere utile, funzionale a combattere il sistema, l’uomo, il suo potere.
maude:    non spetta a me dirlo.
kenneth:    però lei aiuta chi va contro il suo paese
maude:    è questo il mio problema
kenneth:    no. Questo è un problema di tutti

A destra, Harold
harold:    push the bush. Push…. the bush.

A sinistra, Maude e Kenneth

kenneth:    me lo faccia incontrare e vedremo cosa potremo fare.
maude:    la chiamerò domani

Buio a sinistra. A destra Harold

harold:    allora, caporale? È questo il modo di presentarsi? E i suoi uomini? (pausa) Non me ne frega niente se siete stati di pattuglia e siete stati attaccati! Bisogna sempre essere in ordine, pronti a marciare davanti all’autorità con la divisa pulita  nel rispetto delle gerarchie e della bandiera. Non voglio sentire storie. Alcuna giustificazione. Non ci si presenta davanti ad un superiore con la divisa sporca ed in disordine. Ritenetevi consegnati.

Buio a destra. A sinistra Kenneth parla al telefono

kenneth:    sì. Ti dico di sì. Ho preso contatto con Joan Baez. Mi rilascerà un’intervista… forse. Almeno spero. Cercherò di convincerla. Del resto anche lei ha bisogno di comunicare, di fare sapere che la vecchia guardia è scesa in campo. Come ai tempi del Viet-Nam. Come ai vecchi tempi. Chiudo.

Buio a sinistra. A destra, Harold appare distrutto. Steso sul letto. Entra Maude.

maude:    Harold? Harold?
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    mio dio come sei ridotto? (lo soccorre) Hai la febbre. Alta. Ti ci vuole un medico.
harold:    un becchino.
maude:    devo cercare un medico. Farti vedere. La ferita è ancora infetta e…
harold:    chi sei tu?
maude:    Harold, sono io. Maude!
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    mi riconosci? Dimmi. Mi riconosci?
harold:    sei un terrorista di Al Zarquawi? Oppure un diavolo dell’inferno?
maude:    io…
harold:    Maude…
maude:    Harold, sì. Sono io, Maude
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    allora mi riconosci? Sai chi sono?
harold:    un angelo nero venuto dal cielo
maude:    (sorride) sì. Forse è vero. Forse lo sono. Almeno spero.
harold:    Maude, non voglio il medico. Sto meglio. Molto meglio solo che…
maude:    dimmi.
harold:    vorrei uscire da qui. Tornarmene a casa. Passeggiare per Mexico City
maude:    (lo rifocilla) lo sai che è impossibile. Non ancora almeno
harold:    non può essere certo una piccola ferita a fermarmi. Maledetti vetri!
maude:    non è per la ferite, Harold
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    siamo a New York. E tu non puoi certo uscire, andartene a passeggiare per la Quinta strada. Sei ricercato
harold:    a New York? E che ci faccio yo a New York? Vendo castagne?
maude:    purtroppo no. Non più almeno. Ma ho riparlato con quella persona che sicuramente ci aiuterà
harold:    a vendere castagne?
maude:    a fuggire in Canada.
harold:    e che ci vado a fare yo in Canada?
maude:    a vendere castagne. Se vuoi.
harold:    a Mexico City non ci sono castagne
maude:    in Canada sì. Ora comunque devo andare. Domani incontrerò quel tipo e lo porterò qui. Ti vuole conoscere. Sapere chi sei, Harold. Aiutarti. (esce)
harold:    non mi chiamo Harold.

Buio a destra. A sinistra Kenneth. La sua immagine è riprodotta sullo schermo.

kenneth:    ormai è una moltitudine di personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, della stessa politica e del giornalismo che giudica con la massima severità l’operato del Presidente Bush. Dalle menzogne costruite per giustificare l’intervento in Iraq al modo stesso in cui la guerra è condotta, passando per come si è affrontata l’emergenza a New Orleans. Da New York, il vostro inviato Kennneth Brown

Buio a sinistra. A destra, Harold

harold:    push the bush. Pull the bull and push the bush. Pull the bull and push the bush

Entra Maude. Lo guarda. Si ferma

maude:    che dio ci aiuti
harold:    dio? Quale dio? Quello del Cristo? Di Maometto? O di Re David?
maude:    ti trovo meglio.
harold:    o forse il Buddha che dall’alto del Tibet illumina la strada del Nirvana?
maude:    non scherzare, Harold
harold:    non mi chiamo Harold
maude:    ho una brutta notizia da darti
harold:    hanno bombardato Pearl Harbour? Hiroshima? I New York Yankee hanno vinto il campionato?
maude:    il giornalista, quel giornalista oggi non è potuto venire
harold:    lo hanno arrestato e deportato a Guantanamo.
maude:    doveva raggiungere Jane Fonda e intervistarla con urgenza.
harold:    e Bob Dylan? Donde esta Bob Dylan?
maude:    non scherzare. Non è il momento
harold:    (cantando) “how many roads must a man walk down before you can call him a man?”
maude:    almeno sei di buon umore
harold:    (cantando) “how many time must the cannonball fly before they are forever banned?”
maude:    sarebbe bello, Harold…
harold:    non mi chiamo Harold
maude:    però purtroppo non sarà mai così. Non ora almeno.
harold:    hey, Maude?
maude:    sì?
harold:    donde sta il Canada?
maude:    (sorride) a nord. Un po’ più a nord di qui
harold:    e l’Iraq?
maude:    (ride) molto più ad est di qua
harold:    e yo che cazzo ci faccio allora a New York?
maude:    vivi qui. Da un paio di anni. Almeno così mi hai raccontato quando ti sei arruolato.
harold:    e questa topaia? Che ci facciamo noi aqui?
maude:    è l’alberghetto di un mio amico che ti ospita in attesa di fuggire in Canada.
harold:    ma yo voglio andare in Mexico. Tornare in Mexico.
maude:    la strada più breve per il Messico passa dal Canada
harold:    (ride) maldita geografia! Yo non intiendo nada de geografia!
maude:    non sei l’unico.

Bevono.

harold:    Maude? Perché lo fai?
maude:    non lo so. Forse per un senso di colpa.
harold:    sono Yo che sono partito volontario. Tu mi hai offerto solo la possibilità di farlo
maude:    arriva il momento in cui uno fa i conti con se stesso e quando non tornano cerca il modo di farli quadrare
harold:    aiutando me?
maude:    un modo come un altro.
harold:    tu ami il tuo paese?
maude:    me lo hanno insegnato
harold:    e tu lo fai?
maude:    credo di sì. Sono convinta di sì.
harold:    ed il tuo amico? Quel giornalista… ama il suo paese?
maude:    come tutti.
harold:    io non sono tutti.
maude:     ma tu non sei americano. Non ancora.
harold:    ma yo intendo farlo lo stesso.
maude:    lo fai per disperazione.
harold:    allora siamo in due

Bevono

harold:    quando yo ero a Baghdad pensavo che le cose sarebbero state diverse.
maude:    in che senso?
harold:    portare lì la libertà. Il benessere
maude:    invece?
harold:    conosci l’M-16? È un’ottima arma. Spara raffiche precise, molto precise e… faresti l’amore con me, Maude?
maude:    pensavo l’avessimo già fatto, Harold
harold:    non mi chiamo Harold
maude:    però… se vuoi…
harold:    lo voglio
maude:    anch’io.

Lo fanno.
Buio a destra.
A sinistra, Kenneth che, camminando, prende appunti.

kenneth:    è proprio in nome della verità che noi continuiamo il nostro lavoro per informare correttamente la gente su come sta realmente andando la guerra, come viene condotta. Errori che potrebbero anche risultare fatale per i destini del nostro Paese. È così che si combatte il terrorismo? È proprio necessario uno scontro di civiltà per risolvere i problemi del mondo? Cazzo! Come ha detto: “è uno che parla e straparla”. Proprio quello che fa al caso mio! “Uno che parla e straparla”! Devo parlare con quel sergente. Subito!

Esce a sinistra. A destra Harold da solo

harold:    sai, José, quando yo mi sono arruolato non credevo che fosse così. Yo pensavo fosse una cosa normale. Forse anche eroica. Noi si entra a Falluja. Si libera la città dai terroristi e la gente in festa ci viene incontro con le bandiere americane. Invece… (pausa) Tu da dove vieni? (pausa) Dicono che sia un bel posto Belle spiagge. Belle donne e sigari a volontà. (pausa) No. Yo non sono mai stato a Cuba. E poi lì… lì c’è quel dittatore que… nada! (pausa) Certo. La libertà non ha prezzo così sei fuggito. Sssssst! (si muove furtivo) Ho visto qualcosa muoversi. Lì. Un sospetto. Un uomo, quello con la pelandrana que… attento, cazzo! C’è uno che…. (lunga pausa) È saltato in aria…

A sinistra, presso la scrivania, Maude sull’attenti verso lo schermo dove appare l’immagine di un ufficiale

maude:    certo, signore. Mi rendo conto, signore. Convengo con lei, signore. Solo che… no! Certo che no, signore. Non volevo contraddirla, signore. Volevo solo precisare che… certo, signore, non c’è nulla da precisare, signore. Va tutto bene, signore. Farò il mio dovere e vigilerò, signore. (lunga pausa) Fanculo… signore.

Buio su di lei. Sul proscenio, Kenneth.

kenneth:    è un’idea geniale. Veramente geniale. Solo a un grande giornalista poteva venire in mente un’idea simile. Bisogna usare tutti gli strumenti possibili, tutte le armi in nostra dotazione per… fotterli.

Buio su di lui. A destra, Harold cammina a passo di marcia cantando una canzoncina messicana  per bambini. Entra Maude

maude:    allora, Harold?
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    hai visto che temperamento, che carattere ha l’uomo?
harold:    non è una macchina.
maude:    è un’idea geniale. Vedrai… vedrai che cosa riuscirà a fare
harold:    non mi piace la pecora cotta
maude:    che dici?
harold:    yo non intiende fare la fine del pecora cotta
maude:    non ti preoccupare non è questo
harold:    quell’uomo gioca con la vita. Solo che io di vita ne tiengo una sola
maude:    lui ci porterà fuori da qui. Ci porterà al sicuro. Andiamo?
harold:    donde?
maude:    qui. Fuori. Ci aspetta sotto. Ha un camioncino per portarci al sicuro.
harold:    in Mexico?
maude:    no. Che dici?
harold:    in Canada?
maude:    un magazzino in periferia. Riadattato e attrezzato per l’abbisogna.
harold:    yo ha bisogna di andare al gabinetto.
maude:    ci andrai, ci andrai al gabinetto.
harold:    in Canada?
maude:    anche li andrai.
harold:    e… in Mexico?
maude:    forse anche più in là, Harold
harold:    non mi chiamo Harold

Escono. Buio a destra. Luce sul proscenio. Rivolto verso la quinta di sinistra, Kenneth si rivolge a Maude.

kenneth:    Maude? Maude?
maude:    (entrando da sinistra) sì?
kenneth:    posso chiamarla Maude?
maude:    sì. Certo. Può. Assolutamente deve.
kenneth:    bene, Maude.
maude:    come le è sembrato?
kenneth:    stupido. Molto stupido.
maude:    beh… è scosso. Turbato. Lo shock della guerra. E poi è ferito. Quella maledetta ferita che non si rimargina.
kenneth:    sì, certo. Immagino. Un bel taglio, non c’è che dire
maude:    attraversare una finestra chiusa non è certo una cosa da nulla
kenneth:    è così che è fuggito dall’ospedale?
maude:    si è gettato contro senza neanche aprire i vetri.
kenneth:    senti… Maude… volevo chiederti… non è possibile avere la cartella medica di Harold? Darci almeno un’occhiata?
maude:    mi sembra difficile.
kenneth:    impossibile?
maude:    qualche “centone” e forse la si spunta.
kenneth:    bene. Anche questo è importante. Più informazioni abbiamo e meglio sarà. Ci staranno addosso e cercheranno di imbastire una campagna contro. Si inventeranno tutto e di più.
maude:    non credo comunque che ci sarà molto. Solo supposizioni e ipotesi. È stato quasi subito dopo il suo rientro negli States che ha cominciato a dare di matto.
kenneth:    stress da reduce.
maude:    qualcosa di simile. Il giorno che doveva partire, si è presentato al comando vestito da Pancho Villa e voleva dare l’assalto a Forte Alamo. Imprecava contro David Crockett. E rivendicava la California al Messico.
kenneth:    una bella trovata!
maude:    in caserma hanno ritenuto di sì. Troppo manifesta la cosa. La sua follia. Troppo evidente. E allora lo hanno ricoverato con la convinzione che stesse solo recitando. Volevano fare degli accertamenti, essere sicuri che non facesse cazzate, che non si suicidasse. Per il resto… come si dice… “che si fotta”.
kenneth:    e quell’assurda frase che continua a ripetere?
maude:    “push the bush”? (Kenneth annuisce) Durante il ricovero, almeno così mi hanno detto, un giorno lo hanno trovato davanti una porta a vetri in stato quasi catatonico. Continuava a leggere i cartelli appesi sopra: “pull” e “push”. Per ore è rimasto lì, immobile a ripetere: “pull” e “push”. “pull” e push”. Lo hanno riportato al reparto che lo ripeteva in continuazione. Poi forse – chi lo sa! – l’ispirazione artistica ha fatto il resto.
kenneth:    un bel personaggio non c’è che dire. Uno che parla e straparla.
maude:    tu che ne pensi?
kenneth:    che al Pentagono saranno parecchi quelli che salteranno sulle sedie.
maude:    e lui?
kenneth:    lui chi? Bush? Il Presidente Bush?
maude:    al diavolo quello! Lui. Harold.
kenneth:    ah. Lui. Certo. Beh… come si dice “che si fotta”.
maude:    lo vuoi usare?
kenneth:    voglio solo impedire che migliaia dei nostri ragazzi, se non centinaia di migliaia finiscano inutilmente nel buco nero dell’Iraq.
maude:    ma qui abbiamo uno di questi ragazzi. Uno. Con un nome, cognome, identità che rischia per tutti.
kenneth:    non ti preoccupare. Il tuo ragazzo lo porteremo al sicuro. Ma ora, per adesso, dammi tregua, lasciami lavorare. Dobbiamo salvare lui e quegli altri come lui. Il vento è cambiato. Molto cambiato dall’undici settembre. E tutto fa brodo.
maude:    Harold può rappresentare questo?
kenneth:     Harold può rappresentare molto più di questo. Oltre se stesso.
maude:    che dio benedica l’America.
kenneth:    e anche noi!

Buio a sinistra e luce a destra. Harold da adesso appare in video sullo schermo infondo.

harold:     e noi. (pausa) que fa un marine nel deserto? Ombra. (lunga pausa poi ride) Come una mucca. Fa ombra. Come un albero. Ombra. Come un ombrellino di merletto. Ombra. Cosa ci fa un marine nel deserto? Forse bisognerebbe chiederselo sul serio. Certo nel deserto ci sono le “navi del deserto”. C’è un “mare” di petrolio, ma... passa da qui l’autobus? Sono venti minuti che aspetto l’autobus e ancora non passa. Que pasa? Che non è possibile vivere in questo modo. Tu qui aspetti l’autobus, la metropolitana e poi lo prendi anche l’autobus, la metropolitana. Ma quelli nel deserto, cosa aspettano? La nave del deserto sguazzando in un mare di petrolio? (pausa scaccia il pensiero) Bha! Yo ci sono stato lì, su di un nostro elicottero. Di pattuglia. Mitra in mano. E il culo coperto. Scruti la sabbia. Le dune o come cazzo le chiamano. Un foulard sulla bocca. Gli occhiali perché se no gli occhi pisciano lacrime ed impazzisci. Scruti il deserto e ti chiedi: “donde sta il nemico?”, “quello che ti pianta una pallottola in capo ed è finita”. Donde sta? Dietro quella duna? Sotto quella duna? Oppure è a Baghdad? Vicino alla base. Che non riesce a mettere in moto la macchina imbottita di tritolo perché la batteria è scarica e allora impreca? No. Yo non so. Tu sei al checkpoint. Arma puntata, dito sul grilletto. Vedi le macchine, poche, venirti incontro. “Cazzo” dici “vuoi vedere che quel fijo de’ puta è riuscito a far partire il “carro”, la macchina magari anche a spinta, ed ora tutto contento ti viene incontro, addosso, per farti saltare in aria?” te lo chiedi. Eccome se te lo chiedi. E hai paura. Una paura fottuta. (pausa) Niente paura. Calma. Arma puntata. Dito sul grilletto. Quella macchina... il carro... lo riconosci. È di quel pastore che la usa per portarci le pecore. Ogni giorno, tutti i giorni. “Che cazzo ci farà quello con le pecore sulla macchina?” ti chiedi. Ma non sai. Forse non  lo saprai mai. Intanto sei nervoso. Muj nervoso. Con l’arma puntata. Ed il dito sul grilletto. E fa caldo un caldo boia. Come quello del Mexico. Del tuo Mexico. “Cazzo de vita” pensi “lasci il deserto di Sonora e ti ritrovi nel deserto dell’Iraq!” Che presa per il culo la vita!. Silenzio. Concentrato. Arma puntata. Dito sul grilletto. Persone si avvicinano. Bambini. Uomini. Donne. E ancora bambini. E ancora donne con quelle loro palandrane addosso. Nere. Ma anche se non sono nere, sono ingombranti. Pesanti! Lerce! “Che cazzo c’avranno da nascondere sotto?” ti chiedi “Il corpo di una donna è un corpo di una donna...” forse è proprio per questo. Perché è un corpo di donna e... meglio nascondere. Non far vedere. Per non tentare. O forse perché poi non valeva neanche la pena. Sono brutte ed è meglio non far vedere. Arma puntata. Dito sul grilletto. E ti chiedi “chissà se in Vietnam era la stessa cosa?” sbuffi. Poi ti dici: “certo che no! Lì era un’altra storia, altra situazione. Diverso il paese, diverso il nemico, diverso il paesaggio. Diverso il contesto. Stessa la logica. Arma puntata. Dito sul grilletto. Osservi.  Un crampo. Un cazzo di crampo ti prende alla spalla e... ti muovi, ti scuoti... per via del crampo. Nervoso. Maledette pulci. Maledetto paese. Maledetta guerra. Intanto ti sei mosso. Ti sei distratto. Qualcosa potrebbe anche essere passato e tu non lo hai visto. Allora cerchi di recuperare. Di vedere cosa intorno ti potresti essere perduto durante quei pochi, miseri secondi. Una capra? Il saluto del tenente? Un pezzo di giornale che vola via? Quando yo torna in America... se torno in America yo... yo voglio chiudermi in una stanza da albergo con una puttana di colore che conosco e che mi fa impazzire. Chiuso con lei. Tante stecche di sigarette. E casse di birra. Yo me faccio saltare i polmoni. Scoppiare il pisello e defragare il cervello. BOOOOM! Cos’è stato? Un colpo di mortaio. Dove? Più in là. Molto più in là. Ad Ovest. Cazzo! Ancora bombe. Arma puntata. Dito sul grilletto. La tensione è alle stelle. Hai fermato quante macchine oggi? Dieci, undici? Controllate? Sedici. Venti. E nessuna è esplosa. Che fortuna. Intanto la tensione cresce. Arma puntata. Dito sul grilletto. “Attenti agli italiani” dicono “non si sa mai da che parte stanno”. “Dalla loro” rispondo yo “stanno con se stessi e con dio, se dio c’è... altrimenti con se stessi e basta”. Arma puntata. Dito sul grilletto. E ancora macchine fino a sera quando qualcosa accade, ti saltano i nervi. Una macchina non si ferma. Qualcosa di più. Ti sembra qualcosa di più. A tutti sembra qualcosa di più. Checkponit. Checkpoint. Checkpoint. Prendi e spari. O quello accanto a te prende e spara. O quello dietro di te prende e spara. Un “carro” crivellato di colpi. Una macchina. Qualcuno muore. È la regola.

Harold si accuccia a terra. Entra Maude. Ha il volto coperto da una maschera che ritrae Bush. Harold la vede e si spaventa.   

harold:     dios de madre ! El diablo!
maude:    sssst, Harold. Sono io.
harold:     non mi chiamo Harold
maude:    sono Maude, ma… sssst… non parlare
harold:     perché tieni la maschera? Quella del diablo?
maude:    per le telecamere. Ci sono le telecamere e allora… non mi devo far riconoscere… io.
harold:     telecamere? Al Queda ci ha rapito? Vuole il riscatto? Ci sgozzeranno!
maude:    no. Al Queda non c’entra niente. Siamo in televisione. Collegati in televisione. Tramite internet.
harold:     che intiende?
maude:    Kenneth ti ha portato qui. In questo studios televisivo improvvisato per sollevare il tuo caso.
harold:     il mio caso? Quale mio caso?
maude:    di un disertore. Di un soldato americano disertore perché si rifiuta di combattere una guerra sbagliata.
harold:     è questo il mio caso?
maude:    farà di te un eroe.
harold:     per questo tu tieni la maschera de… de quello?
maude:    esatto. Io non posso farmi riprendere. Rischierei la corte marziale.
harold:    perché yo che rischio?
maude:    tu sei un disertore. Per te la corte marziale è sicura.
harold:    mmmm. (ci pensa) e questo è uno studios televisivo? Peggio della topaia del tuo amico.
maude:    siamo nascosti da qualche parte. Quello che facciamo è reato. Kenneth ha attrezzato questo spazio. Una sorta di “real tv”. Sei sempre collegato. Sempre indiretta su internet. Tutti ti possono vedere dormire, mangiare, muoverti, parlare. Tutti possono vedere come ti ha ridotto la guerra.
harold:     todos?
maude:    basta collegarsi al sito e tu vai in onda.
harold:     ecco le carte che mi hanno fatto firmare.
maude:    è per avere l’autorizzazione a mandare in onda la tua immagine.
harold:     yo diserto. Fuggo dall’esercito. Tu mi aiuta. Lui incita contro la guerra. Rischiamo todos la galera, ma occorre autorizzare l’uso della mia immagine?
maude:    è la legge ad imporlo.
harold:     che cazzo di civiltà tenete voi hombres!
maude:    Harold!
harold:     non mi chiamo Harold
maude:    già molte tv parlano di te. Vedrai domani i giornali.
harold:     vuoi dire che anche adesso, in questo momento noi siamo collegati?
maude:    in diretta.

    Harold si avvicina al pubblico

harold:     hey, fiji de puta madre, voi volete che io combatta la vostra guerra? Volete che io combatta? Sì? Ma voi cosa avete nella cabeza? Paglia? Siete fottuti in testa. Voi siete... de puta madre
maude:    Harold!
harold:     non mi chiamo Harold

Maude esce. Luce sul proscenio: Kenneth parla al microfono. È illuminato da un faro TV. La sua immagine appare sullo schermo.

kenneth:     quello che voi state vedendo non è un “real tv”. Almeno non un “realtv” di quelli soliti che immaginate. Questo è un vero “realty”. Di un uomo solo. Di un ragazzo ispanico che, inseguendo il sogno americano, è finito a combattere in Iraq. Questo ragazzo è un disertore. Uno che rischia il carcere. Se non peggio. Ma è un valido soldato che, dopo un anno di guerra, ha voluto dire “no” a continuare a combatterla. Dopo aver rischiato la pelle per più di 365 giorni, dopo aver affrontato i terroristi a Falluja, pattugliato le strade di Baghdad, quelle di New Orleans. Dopo aver affrontato agguati e kamikaze, si è rifiutato di tornare lì a combattere per la sua Patria... ehm... per la nostra patria. Noi di NO-NEWS-TV abbiamo deciso di informarvi su tutto perché la giusta e corretta informazione, quando è imparziale, è alla base stessa della democrazia. Questo ragazzo oggi rappresenta tutti i nostri ragazzi che sono in Iraq. Il modo più sincero di essere  a loro vicini. Da Kenneth Brown un saluto.

Buio sul proscenio. Harold è accucciato presso la branda. Solo.

harold:     che cosa ho, amigos? È che non si può continuare così. Non me la sento. Yo voglio tornar a casa. No a New York City. Non mi interessa più stare lì. Ma... in Mexico. Nel mio Mexico. Che dici tu? Sì, certo. Io sono volontario, ma... questo è un’esercito di mercenari, fiji del popolo e di disperati. Yo non intiendo uccidere altre persone per conservare il loro tenore di vita, di tutti gli occidentali. Per loro soldi. Yo voglio poter vivere. Vivere bene. (ci pensa) Vivere. Non bene. Non male. Solo vivere. Vivendo.... push the bush. Push the bush. Pull the bull and push the bush. And smash everything!

Luce a sinstra. Maude, sull’attenti parla rivolta a una quinta dove appare l’immagine di Bush. A destra, Harold, come sotto le telecamere di un “realtv” continua a muoversi, parlare, agire, ma senza produrre rumore. Non siamo collegati.

maude:     sissignore, ho letto i giornali. Sissignore, ho visto il sito. Sissignore, ho sentito i commenti. È una cosa indegna. Sissignore, allucinante. Qualcosa che sfugge a qualsiasi logica. In una vera democrazia, signore, certe cose non dovrebbero essere permesse. Sissignore, sono anch’io convinta che i giudici faranno qualcosa. Il Governatore farà qualcosa. L’FBI farà qualcosa. Il Congresso farà qualcosa.... il Presidente farà qualcosa. È evidente, signore. Però intanto io... sissignore, sono stata io... siamo stati noi ad arruolarlo, signore. Era... è volontario. Si è presentato qui un anno e mezzo fa spontaneamente e spontaneamente ha firmato il contratto. Signore. È un normale contratto, signore. Di quelli standard, signore. Cambiano solo le offerte, quello che noi, signore, garantiamo a lui: soldi, previdenza, pensione, assicurazioni, signore. Ne ho copia qui, in archivio, signore. Glielo vado a prendere subito, signore. Certo, lo so, mi rendo conto, signore. È evidente, signore. Gli avvocati troveranno sicuramente, signore, qualche appiglio giuridico per chiarire meglio la sua posizione, signore. E la nostra, signore. Un contratto è pur sempre un contratto, signore. Clausole rescissorie? C’è ne sono alcune, signore. Certo, signore. Gli avvocati sanno il fatto loro, signore, e riusciranno sicuramente a far valere le nostre ragioni. Certo, signore, gli Stati Uniti rimangono pur sempre la patria del diritto. Che ne dicano i romani! Gli antichi romani. Vado a prenderlo, signore. (fa per andarsene ma con imbarazzo si ferma) Ah, signore. Volevo chiedere... sa... siccome io sono particolarmente stanca. Il lavoro incessante, l’attività di arruolamento... solo qualche giorno di riposo. Un permesso. Licenza, ferie che siano. Una settimana? Bene, signore. La ringrazio, signore.

Buio a sinistra. Il collegamento ora funziona. Si sentono le parole di Harold che cammina in circolo.

harold:    e noi. (si irrigidisce, afferra la scopa e la punta contro l’immaginario) Cosa ci fai lì, donna? E quella roba? Dove l’hai presa quella roba? Te la porti dietro da casa oppure l’hai presa in un supermercato? E la carta di credito ce l’hai? Oppure vai a credito? Fai segnare tutto e paghi a fine mese? No. Non ti preoccupare. Non siamo qui per rubarti la roba. Anzi. Siamo qui per aiutarti. Per tranquillizzare la gente come te. E per porre sotto controllo la città. Perseguire i facinorosi e aiutare coloro che hanno bisogno di essere aiutati. Intiende? È l’ordine che manca qui. E noi ordine dobbiamo riportare. Oltre a centinaia di migliaia di altre piccole cosette. Certo bisognerà rimuovere le macerie. Portare via i morti. Spegnere gli incendi, evacuare lo stadio, ma questi sono solo dettagli, roba da croce rossa o altro. Noi siamo soldati. E dobbiamo garantire l’ordine. Il rispetto della legge. Sedare ogni violenza. Ha inteso, signora? Non vogliamo mica farle del male. Del male. (di colpo imbraccia la scopa, si volta e simula lo sparo) Un bastardo di meno! (si volta di nuovo verso il pubblico. Abbozza uno stupido sorriso) E allora quella roba, signora, dove l’ha presa? L’ha comprata oppure… prelevata da quel supermercato che… brucia? Signora, noi siamo a New Orleans, mica a Baghdad? Intiende?

Remissivo siede sulla branda e comincia a mangiare. Entra Kenneth seguito da Maude con la maschera di Bush.

kenneth:     stacca. Stacca il collegamento. Interrompilo.

Cambio di luci. Sullo schermo infondo appare una videata: colori della pace, una scritta “push the bush” e sotto scritto WWW.PUSHTHEBUSH.COM”

kenneth:    grande! Grande. Sei grande, Harold.
harold:     non mi chiamo Harold.
kenneth:     (a Maude) puoi toglierti la maschera. Non siamo collegati.
maude:    grazie al cielo. Soffoco con questa maschera.
kenneth:     pensa a quanto sta soffocando il Paese.
maude:    (abbracciando Harold) Harold! Mio dio, Harold, come stai?
harold:     non mi chiamo Harold.
kenneth:     (a Maude) sta bene. Sta bene. È sempre sotto sorveglianza medica e... è diventata una star. Puoi dirglielo
harold:    le star stanno in cielo. In terra solo la merda.
kenneth:     non essere così pessimista, ragazzo. Sei su tutti i giornali. Le televisioni non fanno altro che parlare di te e della tua condizione.
maude:     (a Harold) è così, Harold…
harold:     non mi chiamo Harold
maude:    sei diventato un simbolo. L’emblema di questo Paese
harold:     io voglio solo tornare a casa. Nel deserto, il “mio” deserto: Mexico City
kenneth:    ci andrai, ci andrai. Ma adesso dobbiamo solo pensare al lavoro.
harold:     io non lavoro. Io fuggo
kenneth:     e questo è il miglior modo per farlo. Più tu diventi famoso, più sarai intoccabile.
harold:    e il mio Iraq?
kenneth:     in Iraq non ci tornerai più.
harold:     piuttosto a Guantanamo.
kenneth:     chiuderanno anche quello. Una cosa alla volta.
maude:    Harold…
harold:     non mi chiamo Harold
maude:    mi ha scritto tua madre. Ho una lettera per te.
harold:     non sapevo di avere una madre. Non più almeno.
kenneth:     il New York Times ti vuole intervistare. In esclusiva.
maude:    lei dice di essere tua madre. Se vuoi le spedisco la tua risposta.

Maude consegna la lettera a Harold, il quale comincia a sfogliarla e a disinteressarsi di quanto Maude e Kenneth gli stanno dicendo.

kenneth:     anche la CNN vuole acquistare in esclusiva i diritti delle riprese
harold:     (tra sé) non so. Non ricordo. C’era una donna a Mexico City che si prendeva cura di me
kenneth:     anche Hollywood si è mossa. Un grosso regista, ora non posso dirti il nome, vuole comprare i diritti per fare un film sulla tua vita.
maude:    vedessi… la gente stampa magliette con la tua foto.
harold:     (tra sé) mia madre… non so se lei fosse veramente mia madre
kenneth:     (a Maude) davvero? Questo delle magliette è un aspetto che non avevo considerato.
harold:     (tra sé) era giovane, molto giovane.
maude:     (a Kenneth) sì. Le stampano in proprio e le indossano neanche fosse Cristo
kenneth:    o Che Guevara.
harold:    (tra sé) credevo fosse mia sorella. Troppo giovane per essere mia madre. Anche se…
kenneth:     dovremmo farle stampare noi le magliette. E venderle, regalarle. Distribuirle in giro. La “cariatide” sentirà il respiro sul collo.
maude:    hai sentito, Harold?
harold:     non mi chiamo Harold.
maude:     (a Harold) magliette con la tua immagine!
harold:    (tra sé) io la chiamavo “mami”. Proprio così: “mami”.
kenneth:     anche quella tua frase, quella specie di cantilena che ripeti: “pull the bull and push the bush” è diventato uno slogan.
maude:    è proprio vero, Harold. Uno slogan!
harold:     non mi chiamo Harold.
maude:     durante le manifestazioni contro la guerra la gente non fa altro che ripetere: “pull the bull and push the bush”
harold:    (tra sé)  “mami”. Sì la chiamavo “mami”. Lei era la mia “mami”.
maude:    lo ripetono durante le manifestazioni: “pull the bull and push the bush”. “Pull the bull and push the bush”
harold:    (tra sé) solo che poi di lei non ho saputo più niente. Io ero piccolo. Lei era piccola. Giovane. Non so.
kenneth:     al Pentagono stanno pensando anche di togliere le scritte sulle porte: “pull”, “push”.
maude:     (a Harold) si, Harold. Le tolgono. Lo vogliono fare.
harold:    non mi chiamo Harold.
kenneth:     ogni persona che attraversa, apre una porta, legge: “pull”, “push” e ride.
maude:    sì, Harold. Ride. Ride.
harold:     non mi chiamo Harold.
kenneth:     è inevitabile leggere quei cartelli senza pensare alla tua frase, al tuo slogan
maude:    “pull the bull, push the bush!”
harold:    (tra sé) di lei non ho saputo più niente. Il vecchio che mi ha allevato non la conosceva. Non sapeva neanche chi fosse. Che esistesse.
kenneth:     allora al Pentagono hanno pensato di cambiare i cartelli sulle porte. Niente più “pull”, ma “drag”, oppure “draw”. Non so.
maude:    pensa che stupidi!
harold:     (tra sé) chissà che fine avrà fatto “mami”? Puttana in qualche albergo per turisti o magari in prigione, drogata oppure… potrebbe anche essere lei. (agita la lettera)  “Mami”…
kenneth:     solo che ora viene il difficile, Harold
harold:     non mi chiamo Harold.
kenneth:     l’FBI ti cerca. Stanno cercando di individuare da dove trasmettiamo.
maude:    bisogna stare con gli occhi aperti.
kenneth:     anche la CIA è mobilitata.
maude:    mio dio, la CIA!
harold:     (tra sé) aveva gli occhi da gatto “mami”
kenneth:     Bush avrebbe dato severe disposizioni a riguardo.
harold:     (c.s.) la pelle scura.
maude:     il Presidente! Il Presidente ha parlato di te!
kenneth:    vogliono la tua testa. Oltre alla mia.
maude:    bisognerà stare con gli occhi aperti.
kenneth:     mi hanno prelevato. Mi hanno sottoposto ad un interrogatorio che non ti dico
maude:     era prevedibile.
harold:     (c.s.) la sua pelle però... profumava di fresco.
kenneth:    mi hanno anche arrestato. Ora sono fuori su cauzione. La mia emittente ha pagato la cauzione.
maude:     questo non me lo avevi detto, Kenneth.
kenneth:     non ne ho avuto il tempo
harold:     (c.s.) aveva un qualcosa “mami” che… che non ricordo.
maude:     ti staranno seguendo. Ti avranno seguito. Saranno qui.
kenneth:    calmati, Maude.
harold:     (c.s.) profumava di giovane. Di giovane donna che…
kenneth:     per questo dobbiamo cambiare sito, luogo da dove trasmettere.
maude:     e quando?
harold:     (c.s.) profumava di madre, di latte. (si discosta dai due) Di giovane madre che allatta.
kenneth:    ora subito. Dobbiamo andare. Chiudere la trasmissione e riprenderla al più presto da un posto più sicuro.
harold:     (c.s.)  “mami”…
maude:     dove?
kenneth:     dove non potranno prenderlo, individuarlo. Localizzarlo.
harold:    (c.s.) la mia “mami” era giovane. Una muchacha che mi ha avuto in chissà quali condizioni.
maude:     vengo con voi.
kenneth:     scordatelo, Maude. Tu ne resti fuori.
harold:     (c.s.) una “mami” bambina.
maude:     fuori? E perché fuori?
harold:     (c.s.) nato da una “mami” bambina, abbandonato per strada, allevato da un vecchio alcolizzato.
kenneth:    forse non lo hai capito, Maude. Quelli ci cercano, cercano tutti. Anche te.
maude:     io non volevo questo.
harold:    (c.s.) era proprio destino che finissi con un fucile in mano a combattere una guerra non mia.
kenneth:     la tua “sparata” dell’altro giorno, l’apparire in diretta con la maschera di Bush. Li ha messi sull’allarme. Cercano una afroamericana, con la tua voce e la tua divisa.
maude:     mio dio!

Harold torna ad accucciarsi vicino alla branda. Riprende a mangiare con fatica.

harold:     “mami”…
kenneth:     se ti beccano sei fottuta. Aiuti un disertore e, come sergente degli Stati Uniti d’America, partecipi ad una campagna contro la guerra. Altro che Guantanamo, Maude, saresti fottuta a vita!
maude:    Kenneth, io non pensavo. Non volevo.
kenneth:    fossi stato qui quel giorno non ti avrei permesso di entrare con le telecamere accese.
maude:    volevo stare con voi. Con lui.
kenneth:    Maude, lo dico per il tuo bene. Meno ne sai tu è meglio è. Per te. Per lui. Per il bene di tutti.
maude:    volevo solo aiutarlo.
kenneth:    e hai fatto la cazzata!
maude:     portargli conforto.
kenneth:    il miglior modo di aiutarlo e rimanerne fuori. Devi fidarti.
maude:    dove lo porterete?
kenneth:    meno ne sai...
maude:     dove?
kenneth:     oltre confine. In Canada. Al sicuro. Abbiamo allestito uno spazio lì e da lì riprenderemo a trasmettere.
maude:     in Canada? Lo portate in Canada?
kenneth:    oltreconfine. Al sicuro.
maude:     (voltandosi verso Harold) hai sentito, Harold?
harold:    non mi chiamo Harold.
maude:    sei salvo. Fuori da tutto. Ti portano in Canada. Non tornerai mai più in Iraq.
harold:     in Iraq, señor? Cosa è Iraq?
maude:    è passato. Un passato che non ritorna più.
kenneth:    però ora noi, Muade, dobbiamo metterci d’accordo e trasferire tutto oltre confine.
maude:    sono d’accordo-

mente Kenneth e Maude parlottano, Harold, come riflettendo, si avvicina al proscenio.

harold:    Iraq? Sì. Io mi ricordo qualcosa... Iraq.... (poi delirando) Cos’è tutta questa confusione? Tutta questa gente intorno? Un’esplosione? Una bomba? Un  attentato? Bisogna tenere la gente lontana. Nessuno iracheno si deve avvicinare alla postazione. Nessuno! Via. Via. Lontano da qui.
maude:     Kenneth...?
kenneth:    sssst!

Maude e, più dietro Kenneth, osservano Harold delirare.

harold:    eh tu? Che fai tu? Qui? Allora non hai inteso? Non vuoi capire? Sei un iracheno, un locale. Via. Vai via da qui. Un ordine è un ordine! Bisogna eseguire gli ordini! Ti ho già detto che non devi stare qui, di non venirmi addosso, iracheno. Devi andare via. Lontano. Non devi venire qui. Proprio qui, a vomitare, a sputare sangue, a guaire come un cane. (alterandosi) E non mi stare addosso. Attaccato come una zecca, maledetto iracheno! NO! (pausa poi remissivo) Proprio vicino a me dovevi venire a morire? Vicino a me. No…

Harold si blocca. Paralizzato. Come in stato catatonico. Maude gli si avvicina. Gli poggia un mano sulla spalla.

maude:    Harold…. ?
Harold:    Iracheno di merda !    

Harold si volta di scatto e colpisce con un coltello Maude uccidendola. Si china su di lei e ne culla il corpo cantando una canzoncina messicana. Si volta verso il pubblico

harold:     non mi chiamo Harold.
voce fuori campo:     (in crescendo) pull the bull and push the bush. Pull the bull and push the bush. Pull the bull and push the bush.  And smash everything.


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