TUBOR

Un monologo

di

ROBERTO MORPURGO


La scena: una stazione vecchia e trasandata, da vecchio paese di provincia anche non italiana (stile est europa). Un lampione fioco sulla quinta destra. Una panchina sulla quinta sinistra. Lungo il boccascena corrono binari non necessariamente visibili, descritti per esempio da un segnale o semaforo ferroviario piantato proprio lungo il limite del palco.

L’uomo: sembra uno straccione, è vestito con un ampio trench logoro e sporco, a tratti inforca un paio di occhiali di vetro a montatura nera, stile anni ’30 o ’40. Un cappello gualcito. L’uomo sta costruendo una specie di scatola con cartoni da imballaggio, ma si interrompe spesso, non vede bene le commessure e la costruzione gli si sfalda di continuo fra le mani.

Quando comincia a parlare, è come se rispondesse a un richiamo non esclusivamente interiore: quasi che una voce da fuori scena lo sollecitasse e lo distraesse dal suo inutile lavoro.

L’azione verbale è intervallata da pause più o meno lunghe, durante le quali l’uomo riprende il suo lavoro sisifeo; approssimativamente ogniqualvolta la ‘scatola’ gli si disfa fra le mani, ricomincia a parlare. Le pause più lunghe sono significate dalle spaziature tipografiche, le più brevi e non accompagnate da azioni, dai puntini di sospensione.


Sono miope. Da un certo punto di vista mi si potrebbe giudicare cieco. Perché non vedo, solo un esempio, un certo genere di oggetti: gli occhiali, per esempio, e le armi. Non amo i preamboli. Ero alla stazione di Tubor, proprio là, dove passa l’unico treno per Tubor. Dove vuole andare? - dice la bigliettaia. Che domande, dico io: proprio si vede che lei non ha fatto altro in vita sua che la bigliettaia. A Tubor, vado. Dove, altrimenti?

Un biglietto per Tubor, fa lei al collega. E strizza l’occhio. Questo sono riuscito a intuirlo attraverso i vetri della biglietteria strizzando i miei occhi ben bene sul suo viso. Strizza l’occhio, eh? Fa la bigliettaia. Io? Non ci penso nemmeno. Io vado a Tubor, poi lei non mi interessa. Ho un’amante, a Tubor. Non mi ascolta, è convinta del fatto suo. E’ così, eh? Bene, vorrà dire che la farò arrestare. Proprio, è quello che ci vuole. Dico, scherziamo, arrestare un uomo perché una bigliettaia crede che le abbia fatto l’occhiolino? Sono miope, dico alla guardia, ecco tutto. Ho strizzato gli occhi per vedere quel che faceva…

Stampava il suo biglietto per Tubor - dice l’agente senza scomporsi - questo. Sul biglietto c’è un nome, sì, ma non è Tubor. E’ un altro posto. Ne sono certo. Perché non mette gli occhiali? mi chiede l’agente mentre scrive i miei dati sul taccuino; io sbircio il mio nome: Tubor. Allora vuol dire che posso leggere quel nome e sul biglietto non c’era, avevo ragione. Non mi chiamo Tubor, dico, quello è il posto dove devo andare, ho un’amante laggiù.

Quello non è un posto: è un nome, dice l’agente. Sì, dottore, lei ha ragione. Non sono un dottore ma un poliziotto, mi corregge; certo, scusi, è un nome, e lei non è un dottore, ma un poliziotto, e Tubor è un posto, non un semplice nome.

Nemmeno l’agente mi ascolta. Sospetto che se la intenda con la bigliettaia, per via delle multe. Insiste con gli occhiali, il mio punto debole. Mi faccio coraggio e gli dico che li avevo, ma non riuscivo a inforcarli. Vede questa? E mi mostra la pistola. No, gli dico, mentendo. Ma so benissimo cos’è. E’ una pistola. Non amo i preamboli, taglia corto, mi segua. Lo seguo, nella nebbia, per le panchine della stazione. Mi scappa di dirgli, che, facciamo un giro panoramico?

E’ già buio, mi hanno fatto perdere tempo, molti treni sono già partiti. Il mio, chiedo, il mio treno?

Mi spinge su un convoglio, così lo chiama, crede che non sappia cosa vuol dire. La canna fredda della pistola la sento sin nelle ossa della schiena; mi porge con l’altra mano un paio di occhiali e me li inforca. Bene, dico, ora è tutto a posto. Vedo meno di prima, vedo solo gli occhiali. Glielo avevo detto. E’ una mia particolarità. Cosa c’è scritto su quel cartello? Tubor, binario sette, ore ventitré. E su quell’altro? Tubor, stazione. E sul biglietto? Tubor, seconda classe, posto riservato, numero ventidue, invalido. E sul suo patentino? Tesserino, già, il tesserino della polizia. Tubor, terzo distretto, quinto dipartimento. Agente…

Agente…lo chiamo due volte, niente da fare. Se n’è andato coi miei documenti. Non vedo ormai che le ombre delle cose, mi va bene il convoglio, ma non distinguo i vagoni dalle persone…convoglio merci, Tubor, binario sette, eccetera.

Non mi lasci solo! Non vedo più niente! Chi poteva immaginare che in questo maledetto posto la luce se ne va prima del tempo. Va bene lo stesso. L’importante è che sono sul treno. Sento che si muove, finalmente. Peccato la miopia, mi godrei il paesaggio. Nemmeno, già, me n’ero scordato, è notte.

Partiamo? Dico al tizio che mi siede vicino. Partiamo, risponde. Ho una piccola curiosità…dico, parlo con lei, signore…questo treno va a Tubor? Cos’è questo fastidio alla schiena? Non vuole rispondere, è stanco? Ho capito, anche lei è passato dalla biglietteria e l’hanno trattenuta….in queste stazioni di provincia non sanno come passare il tempo. Volevo dirle, spero non la infastidirà, ho una strana caratteristica, sono miope. Da un certo punto di vista mi si potrebbe giudicare cieco.

Non spari adesso…voglio vedere Tubor…l’abbiamo appena lasciata? Sì, la stazione, lo so…due posti non possono avere lo stesso nome? Certo, può sembrare strano…ma anche non vedere bene…non spari subito, la prego…vorrei arrivare a Tubor, prima di…ho un’amante, a Tubor…non mi crede, lo so…nessuno mi crede…è una questione economica? Due posti devono avere un nome ciascuno, in tutto, se non sbaglio, due nomi.

Sapevo che l’avrebbe infastidita il mio modo di vedere le cose….anche l’agente deve aver sospettato quando gli ho chiesto cosa c’era scritto sui cartelli, sul tesserino…anche lei mi consiglia un paio di occhiali? Non è quel che mi importa…a Tubor tutto è diverso…così almeno mi avevano detto…lì la luce è diversa, non c’è bisogno di occhiali…si vede proprio che è la luce, a essere diversa…perciò voglio andarci…non spari proprio adesso, lasci che le spieghi…non riesco a vedere le armi…dev’essere stato in guerra…un trauma, certo un trauma…lasci che riveda Tubor, lasci che ci arrivi…

Perché ho detto riveda? Davvero non saprei…è grave? Perché le ho detto che dev’essere stato in guerra? Capisco, questo la turba profondamente, non è colpa mia…odio la guerra…ho dovuto farla…vorrei rivedere Tubor, prima di…prima o poi tutti dobbiamo morire…ma non spari, lasci che la supplichi…la mia amante mi aspetta alla stazione.

A Tubor tutto è diverso, la luce è più intensa…non è mai notte…i riflettori illuminano il cielo…perché ho detto i riflettori? Devo aver dimenticato qualcosa…è grave? Sì, il suo silenzio vuol dire che è grave, ma non posso farci niente…cosa è grave? Ah, dimenticavo…lo stesso nome…lasci che le spieghi…a Tubor ho passato gli anni più belli della mia vita, prima della galera…perché sono stato in galera? Non saprei…perché non ho i documenti? Li ha tenuti il poliziotto. Se so cosa c’è scritto sui miei documenti? No, non ricordo. Non è possibile…Tubor è il nome del mio paese…è stato bombardato dopo che io fui ricoverato all’ospedale militare per una ferita all’occhio…lo so, l’occhio è vicino al cervello, ma cosa c’emtra…non crederà…io voglio solo rivedere Tubor…devo guardare una mia fotografia? Cosa significa?

Lei è evidentemente pazzo…non sono io, è un…non spari adesso…non ha capito…dove ho fatto la guerra? Non ricordo…era un posto diverso da tutti gli altri….cosa facevo? Illuminavo tutto il paese…ma poi commisi un errore nella preparazione della miscela…non dovevo sparare…lei non mi comprende? Non importa, dovremmo essere quasi arrivati. Non è così, non è Tubor quelle luci in lontananza? No? Cosa allora? Un altro posto, certamente, ma almeno sulla strada per Tubor…

Lei afferma di possedere una mia fotografia, una prova a mio carico…l’ho firmata sul retro? Può darsi, non mi interessa contraddirla…il mio nome? Non so, non ricordo…dopo l’interrogatorio decisero di cambiarmi nome? Può darsi: per sicurezza.

Questo prova a suo giudizio che ero una spia? Può darsi, sì…se lo dice lei. Questo, è importante? Oltre questa prova, vuol dire? Qui c’è una questione morale, ecco, è questo che vuol dire…una spia non ha diritto a niente…io…al mio paese?! Lei bestemmia! Il mio paese la cosa che amo di più…al mondo…lei ha le prove? Ah.

Io…davvero, se lo dice lei…io illuminavo…credevo di far bene, era quello che mi avevano ordinato per il bene del mio paese, dicevano che era sempre buio, che lo Stato non aveva mai provveduto all’illuminazione di Tubor…serviva al nemico? Così…c’era un nemico anche allora? Io davvero sono stupefatto…non so nulla di quello che lei mi dice…sono miope, non lo dico certo per implorare la sua pietà, non vedo quasi niente…come facevo senza occhiali a prendere la mira? Non ho mai sparato. Infatti. Come facevo in guerra a non sparare? Non rientrava nelle mie mansioni: Quando è cominciato il mio primo interrogatorio? Non lo so. Non è mai finito? Può darsi…può darsi che lei abbia ragione…non mi interessa, davvero non mi interessa contraddirla…del resto lei sa tante cose più di me.

Dica, siamo arrivati a Tubor? Perché allora si ostina a tenere puntata la sua pistola contro la mia schiena? Come, faccio finta di non capire? Non le ho chiesto niente…da allora…non so nemmeno chi lei sia…la sola cosa che voglio è rivedere Tubor…e la mia amante.

E’ sotto le macerie? Lo dice solo per ferirmi. Lei mente. Le macerie del bombardamento? Assassini! Io ho illuminato il mio paese perché…perché potesse…perché potesse essere…bombardato? Ho dimenticato una mia fotografia all’ospedale militare? Ho dimenticato la mia amante? L’ho prima abbandonata, poi tradita…no: semmai il contrario…Questo io devo proprio ammetterlo, lei è così certo…non sparerà prima che siamo arrivati, non è vero? Una spia non merita pietà, questo è giusto, nemmeno quando dimentica, per il comodo della propria coscienza…ma lei è diverso, lei non farà la spia…non sparerà.

Non dirà alla mia amante che io preparavo l’illuminazione a giorno del paese…non è mai notte a Tubor…lei è così diverso, non ci sono domande nel suo interrogatorio…tutto è così dolce su questo treno…le mostrerò la casa dove facevo…le farò vedere tutto di Tubor, vuole? Vede, è necessario che lei non prema il grilletto proprio adesso…la guerra non è mai finita, chi lo dice?

Davvero non ho mai sparato. Sono ugualmente colpevole? Davvero non vuole visitare Tubor? Come dice, solo un cumulo di macerie…i morti….li avranno pur tolti…non li avranno lasciati lì a bella posta…

Non sento più il treno, siamo fermi? Non vedo più la sua ombra…dove sono la mia borsa e il mio cappello? Perché ha tolto la canna della pistola? Sì siamo arrivati, il treno è fermo…in stazione. Siamo a Tubor, finalmente. Mi scorti lei, mi accompagni giù dal treno, così non desteremo sospetti…faremo finta che io sia un suo prigioniero. Le va? Dirà che ha arrestato una spia, non le crederanno, naturalmente, ma basterà a farci passare inosservati. Non c’è bisogno di questi stratagemmi in tempi di pace? Lei non ha alcuna intenzione, non dico di accogliere, ma nemmeno di ascoltare i miei suggerimenti.

Non li recepisce.

Lei ha allontanato la canna della pistola per non sbagliare la mira…in altre parole, per poterla prendere…non si può mirare a una schiena contro la quale ci si appoggia. Inoltre è’ stato zitto tutto questo tempo per farmi credere di aver confessato tutto…non le ho raccontato altro che fandonie!…non ho mai fatto la guerra, sono miope, non sarei servito nemmeno a…

Interrompe la laboriosa costruzione-distruzione della scatola e prende a pelare una mela o un’arancia. Lieve ma sensibile affievolimento della luce.

Cosa intende insinuare? Proprio ai ciechi si affidano gli incarichi più sporchi? Per chi mi ha preso, per una spia, forse? Gliel’ho lasciato credere per paura che mi sparasse…ma ora avrà finalmente capito che non sono il suo tipo. E che Tubor…Il mio racconto l’ha incuriosita, ah davvero? Addirittura: affascinato…Lei vorrebbe essere al mio posto…capisco in che senso. Io non ho mai sparato, e lei nemmeno. E’ comodo, così, forse anche troppo. Al mio posto, lei stesso non avrebbe mai sparato. Il fatto è che io e lei non siamo la stessa persona.

(Mangia senza fame il suo frutto e accumula le bucce da un canto. Si siede per terra con le spalle al lampione e getta bucce e semi sotto la panchina)

E’ comodo. Una spia non ha diritto a niente. Tubor è un cumulo di macerie, non hanno tolto niente…l’ho già vista così, non voglio più scendere: non spinga. Faccia come crede. Se potessi vederla mi farebbe orrore, per fortuna sono quasi cieco..appena parte...si decida, non intendo fermarmi qui. Ah, lei è così sicuro che tornerò a Tubor senza la minaccia di una pistola? Si sbaglia di grosso. Non tornerò più. Mai più. C’è troppa luce in questo posto…ha messo via la sua pistola? Ha dunque cambiato idea?

Va a sedersi sulla panchina. La luce si attenua e si sente il fischio di un treno in lontananza, frammisto a flebili echi di mortaio.

Perché allora mi diede l’ordine di illuminare Tubor? Sapeva che non c’era più nessuno…solo una donna che dormiva…sapeva che era la mia amante…perché non ha il coraggio di sparare adesso? Tubor è forse qualcosa per lei?

Fischio di locomotiva e stridore di treno che si arresta in banchina.

Se non lo fa lei lo farò io. Io salgo. Dunque lei resta qui?

Si alza e mentre si avvicina al proscenio estrae lentamente una pistola dalla tasca del trench. Non si fa in tempo a vedere l’arma, si fa buio assoluto. Due secondi. Uno sparo.