Numero 1 di aprile-giugno 2000

Un articolo

di Paola Ponti

A: Parla del teatro. B: Cosa? A: Parla del teatro. B: Ah. Pausa lunga A: Allora? B: Cosa? A: Non dici niente? B: Sì… Pausa B: Sì… A: Prima dell'estate ce la fai? B: Sì… ecco…sì… Beh... Che dire davanti a una domanda così? Non so, forse col tempo uno si prepara delle risposte, ci pensa intensamente, prende appunti, copia, e poi c'ha in tasca la risposta di rito, quella che magari fa scena, da estrarre al momento opportuno. Beh, io non ce l'ho ancora. E non è che se aggiungono "No, ma del tuo dicevo, parla del tuo teatro" la cosa migliori molto. Perché è un po' come se ti chiedessero perché esisti, voglio dire perché hai scelto una professione che si identifica fortemente con gran parte della tua vita. E allora la domanda per me suona un po' come: "Scusa, tu chi sei?". C'è una cosa però, che mi viene in mente spesso. Quando stavo alla "Civica", la Paolo Grassi, una frase tipica che ci veniva da dire a mensa, quando qualcuno faceva qualcosa diciamo di "curioso", era: "certo che qua dentro siamo tutti dei gran bei casi sociali, eh?" E allora ci credevo anche molto, credevo che chi ha delle… turbe?, viene facilmente attratto dal teatro. Ora non la vedo più proprio così, credo piuttosto che là dentro c'era qualcosa di specifico che ci faceva sentire così. E questo qualcosa era solo che ci stavamo occupando proprio di quello, di quei moti dell'animo che ci ballano dentro tutti i giorni e di cui spesso ci lasciamo sopraffare perché non li conosciamo. Cominciare a fare teatro era per noi cominciare a guardare l'anima, le sue sfaccettature, entrarci dentro, per poi portarle in superficie, a fior di pelle e… ascoltarle. E non è così facile: né scoprirle né avere il coraggio di stare ad ascoltarle. Stavamo insomma iniziando a renderci conto di noi stessi e, per paragone, degli altri. Del tentativo disperato di ognuno di noi di stare a galla nel mondo, di sopravvivere alla vita. Ecco, credo che sia questo che mi ha fatto scegliere il teatro: la possibilità di conoscermi, di ri-conoscermi nei personaggi che creo, studio, guardo, ascolto. Perché così, improvvisamente, ti accorgi che non sei più il tuo sconosciuto ma davanti a te ci sono una serie di facce che parlano, ti raccontano la loro storia, si mettono a sentire la tua. Per me, che credo in alcuni effetti importanti della psicoanalisi, o che almeno credo di sicuro (avendolo provato) che per sciogliere un trauma subito sia necessario riviverlo, vedo nel teatro un aiuto importantissimo a tale fine. Scoprire il trauma e riportarlo a te, rivivendolo. Cioè conoscerlo e ri-conoscerlo. Conoscersi e ri-conoscersi. Se esco da teatro con una mattonella in più nel puzzle di ricerca della mia coscienza, sono felice. E questo può accadere solo attraverso l'emozione. Certo, la testa ti aiuta, ma è solo l'emozione che ti fa rivivere. E quando ti emozioni ti senti vivo e se ti senti vivo…beh, direi che qualcosa per te il teatro ha fatto. Molto spesso invece mi accorgo di assistere o a delle cose… come dire?, che ti chiedi… "Embé?" oppure a delle pippe intellettuali tali che invece puoi solo chiederti "Ma perché non ha scritto una tesi didattica o non ha fatto una conferenza?" Eh...il teatro deve emozionare? Non so voi, ma per me è fondamentale. Che ci stanno a fare gli attori, se no? Perché scomodarsi da casa, arrivare fino a là, pagare un biglietto se sono solo informazioni quelle che ho in cambio. Un buon libro andava bene uguale, credo, no? Perché in fondo tutti gli spettacoli fatti si riducono a poche storie, a pochi meccanismi di incontro- scontro? Perché poi conta come vengono presentati. E il problema del come è solo se riesci a farti un culo così per intrufolarti dentro la vita e riportarla là sopra al palco. E mannaggia…quanto è difficile! Ma non c'è nient'altro al mondo che scambierei con il lavoro di fabbricazione di emozione!