Numero 1 di aprile-giugno 2000

Progetto Cechov

di Fortunato Cerlino

Un attore di Stanislawskij e il suo orologiaio ebreo.

OROLOGIAIO: e lei invece di cosa si occupa ?

ATTORE: Io ? bèh io, ecco, di teatro !

OROLOGIAIO:Già. E di cosa si tratta con esattezza ?

ATTORE: Principalmente facciamo l’analisi del testo.

OROLOGIAIO: E sarebbe ?

ATTORE: Scomponiamo il testo in ogni sua parte, anche la più piccola. Non è diverso da quello che fa lei insomma.

OROLOGIAIO: E vi pagano per questo?

ATTORE: Bèh, si.

OROLOGIAIO: Allora siete gente fortunata!

ATTORE: Perché ?

OROLOGIAIO: Perché a me pagano solo il rimontaggio.

Nel mio percorso formativo ho incontrato molti falsi maestri, falsi perché si professavano tali predicando una teoria, o per meglio dire una pratica teatrale. Ricordo in particolare l’allievo di un grande maestro, divenuto a sua volta maestro, che introdusse il lavoro parlando delle nostre vite come del corso di un fiume, e della sua presenza come di un macigno che avrebbe definitivamente deviato quel corso. Ora la sua proposta si rivelò estremamente interessante, ricca di stimoli e di riflessioni che effettivamente hanno poi condizionato il mio lavoro di quegli anni, ma nessun macigno annunciato ha deviato il mio percorso in maniera definitiva, quelle informazioni mi hanno arricchito ma non mi sono votato a quella pratica teatrale. Capita al contrario di incontrare persone che si occupano di arte, all’apparenza completamente anonime, che liquideresti in poco tempo se non fosse per lo strano silenzio e la timidezza che le rende interessanti. Persone che arrivano senza dichiararsi maestri e soprattutto senza nessuna idea di quello che faranno. Anton Milenin ci ha apertamente messo in guardia fin dal primo giorno seduti al tavolo della sala prove del teatro Argentina di Roma: «Non farò niente al vostro posto, non c’è nulla che io possa fare per voi, io mi affido completamente a voi affinché qualcosa riesca in questi cinquanta giorni» Lo sgomento ad una tale dichiarazione di intenti era tale da provocare reazioni ironiche. A conti fatti Anton non ci stava prendendo in giro. Il protagonista del lavoro fatto non è stato lui, tantomeno una metodologia teatrale. Abbiamo affrontato ogni giorno partendo soltanto dall’analisi del testo e dal provando a realizzare in scena con delle improvvisazioni quello che avevamo compreso. Soltanto su di noi era calata la responsabilità della riuscita, sia in scena che intorno a quel tavolo, l’unico metodo o maestro al quale ci potevamo aggrappare eravamo noi, come soggetti intellettuali ed emotivi. Ore e ore passate a scavare il testo e le nostre anime, dove si percepiva che la posta in gioco non poteva che essere alta. E’ stato difficile, talvolta terrificante, prendere atto dei nostri sensi assopiti, e della tendenza a prendere anche quando si pensa di dare. Questo terrore ci ha catapultati senza scorciatoie sulla via del "Teatro vivo" dove vivi per primi sono obbligati ad essere gli attori. Abbiamo compreso che questa condizione è pressoché impossibile da raggiungere se non ci si affida completamente alla libertà, dimentichi di ogni riferimento strutturale che non sia il testo e la sua analisi. Abbandonarsi all’arte e alla vita come barche a remi nel cuore della notte nell’oceano in tempesta. Liberi da ogni ormeggio la nostra barchetta di tanto in tanto volava senza compromessi in uno stato di terrificante gioia, come Dioniso che cavalca il leopardo senza esserne dilaniato. Qualcosa che assomiglia alla condizione umana. "L’arte della saggezza sta nel fatto che ogni giorno dovrà accadere qualcosa di nuovo, ed è per questo che vale la pena ricominciare, ogni giorno, daccapo. Con il nostro lavoro, ma più in generale nella vita, non siamo in grado di dire ‘cos’è’, ma possiamo tutte le volte trovare ‘cosa non è’. Sapremo identificare ‘cosa non è quello’, è l’unico modo per avvicinarci a ‘quello’." Durante questi cinquanta giorni, in cui ci siamo occupati soprattutto de "Lo zio Vania", avevamo il ruolo scomodo, ma anche stimolante, di pionieri alla ricerca di un soggetto impossibile da trovare perché troppo prossimo a noi. "Tutto il mondo è teatro" diceva Shakespeare/Crollalanza "oggi forse solo in teatro può succedere qualcosa, e l’attore è quel folle che vuole diventare uomo" Guidati infine dal nostro sentire finalmente stimolato ad aprirsi senza alcun compromesso, e dalle parole di Cechov, che con lo zio Vania intende porre alcune questioni proprio intorno alla anomalia Vita, il nostro viaggio è stato di una profondità di intenti che in qualche rara fortunata occasione ha visto anche materializzarsi qualche evento non meglio definibile, (se non con la parola Teatro) in scena. Stanislawskij si fece fare in punto di morte dai suoi attori un giuramento "non tradite il Teatro Sacro, l’arte Sacra". Anton ci ha parlato dell’assurdità nel classificare uno spettacolo come buono; quando ti occupi di qualcosa devi essere geniale, altrimenti non ha senso, e la misura della tua genialità non è data dal risultato, ma dalla libertà che hai vissuto durante il lavoro. E’ giusto dire che coloro che hanno dato fiducia al giovanissimo Milenin, già apprezzato da Franco Quadri, sono Giorgio Barberio Corsetti, che ha intuito subito la profondità della proposta, e Mario Martone che ha aperto lo spazio della sala prove del teatro Argentina di Roma a questa possibilità. La prima tappa di lavoro si è chiusa con delle prove aperte che hanno dato al pubblico la possibilità di confrontarsi con quello che facevamo. Alcune sono state giornate difficile per noi attori e per gli spettatori perché davvero non succedeva nulla, in altre invece qualcosa accadeva ma la gente tornava in entrambi i casi. E prevista una seconda tappa dove obiettivo finale sarà la messa in scena di un testo di Cechov. Il mio consiglio, ovviamente di parte, è di non mancare l’appuntamento, vista la rarità delle occasioni in cui ci si può confrontare con un arte che ha come prima regola quella di rinunciare a se stessi per aprirsi a se stessi e agli altri. In un mondo di pseudo-artisti più somiglianti a trichechi che si imbellettano che ad esseri umani, Anton Milenin rappresenta una felice possibilità di salvezza del Teatro. "Servire l’arte in se, e non se nell’arte." neanche a dirlo... K. Stanislawskij.