Numero 1 di aprile-giugno 2000

Pro e contro il "critichese"

di Franco Di Matteo

Il critichese in se stesso non è dannoso, se preso in piccole dosi, non è letale (ne' tanto leale). La pandemia, però, da 30 anni a questa parte, ha portato ad un unico risultato: dopo pagine e pagine di deliri verbali, applicati a questo o a quel bianco su bianco - o nero su nero - dopo monografie su monografie in critichese puro, e chili di comunicati, stanca, la mente si stufa, si affloscia, «nun ‘gnà a fa più!» Quanto è più salutare, allora, tornare ai testi e ai fasti alchemici, dove l’autentica poesia pervade con la pratica letteraria un procedimento da cui esce pur sempre aria fritta! Il processo artistico è ormai sempre più simile ad un’operazione alchemica, ma mentre gli alchimisti marciavano nella traiettoria della sapienza, e quindi la loro arte della verifica di ciò che immaginavano, con i suoi codici, le sue pratiche, i suoi rituali, oggi l’artista, non avendo più un briciolo di aurea, non può che ammantarsi di «critichese» che gli permette però di doppiare qualsiasi capo Horn. Ma quali potrebbero essere le parole indispensabili per una corretta descrizione di un’opera d’arte? Semplice: basta nominare gli elementi che la compongono. Se poi si vuole fare un proprio commento, se si vuole goicare al «piccolo critico», ci si accomodi pure!  Basta imbastire un melange di citazioni, alternate a frammenti filosofici frammisti a frammenti di epigrafi epigoni e il gioco è fatto! Ma benedette critiche e critici lo volete capire che esiste un lettore spaparanzato sul lettone, che reagisce a suon di grugniti e di... «ma de’ che, ahooo!» Abbiate dunque pietà di lui, che pure qualcosa gli piacerebbe afferrare, qualche acronimo acrostico gli potrebbe anche essere meno ostico, gli potrebbe addirittura «arisurtare». Ma, allora, dategli una mano, no? O almeno un dito.