Numero 2 di giugno-settembre 2001

Progetto Cechov

di Fortunato Cerlino

E’ più di un anno che è tornato prepotentemente sulle scene italiane Anton Cechov. Ed è singolare che nella maggior parte dei casi si tratta di allestimenti di compagnie o gruppi che si sono distinti per la volontà di rinnovare il panorama teatrale italiano ed internazionale. CosÌ succede che un maestro come Nekrosius ritorni ad occuparsi di Cechov con l’allestimento de Il Gabbiano con gli attori che hanno partecipato all’Ecole Des Maitres diretta da Franco Quadri e tenuta appunto da Nekrosius, che una sua regia di ìIvanovî sia in programma tra le prossime produzioni del Teatro Argentina di Roma, e nello stesso tempo vada in scena in Italia Valerio Binasco dirigendo ed interpretando il Il gabbiano. Ma molte altre sono le attività legate all’autore russo, come la seconda fase del ‘Progetto Cechov’, prodotto da Giorgio Barberio Corsetti e diretto da Anton Milenin, (anche questi approdato in Italia grazie all’Ecole des Maitre diretta da Quadri), seconda fase caratterizzata ancora una volta da un allestimento de Il gabbiano. Inoltre la prossima edizione dell’Ecole des Maitres sarà tenuta da Jean Luis Martinelli che lavorerà con un’equipe di attori provenienti da vari paesi d’Europa su Platonov. Sembra dunque che Cechov ritorni al centro degli interessi proprio in un momento in cui il teatro vive un reale fermento innovativo. In effetti si tratta di un autore le cui opere, complice anche il sodalizio non soltanto artistico con Stanislavskij, hanno operato una imponente rivoluzione cominciata alla fine dell’ottocento e sviluppatasi lungo tutto il secolo successivo, e che ai giorni nostri trova strumenti culturali e storici per spingere di nuovo il teatro contemporaneo verso le Nuove forme intuite dal drammaturgo russo. Questa deduzione diventa ancora più evidente se si considera che il testo su cui ci si sofferma è proprio Il gabbiano: un’opera che apre un forte dibattito tra vecchie e nuove forme espressive del teatro. C’È un particolare storico davvero suggestivo a questo proposito, e cio’ che gli attori che interpretarono diretti da Stanislavskij il ruolo di Kostja ne Il gabbiano, abbiano in seguito tentato nuove strade, e parlo di Mejerchol’d e M. Cechov. Quel personaggio in effetti è la ruota intorno alla quale si snocciolano le idee di Cechov, ed è un ruolo che ha nei fatti segnato la vita di chi lo ha interpretato apertamente e divenuto col tempo emblema di chi tenta di avventurarsi su strade mai percorse in precedenza. Tra i tentativi di messa in scena de Il gabbiano ho avuto la fortuna di partecipare come attore al ‘Progetto Cechov’ diretto da Milenin, un giovane regista russo che ha introdotto in Italia un teatro a dir poco rivoluzionario. Ho già parlato qualche numero fa della prima fase del progetto tenuta su Lo Zio Vanja che descrivevo come una esperienza entusiasmante sotto tutti i punti di vista, e mi ritrovo a confermare dopo la seconda fase la necessità che personalità come quella di Milenin arricchiscano le scene italiane. Il gabbiano da lui diretto è stato un evento per chi lo ha fatto e per chi lo ha visto, e tra questi ultimi, anche chi ha avuto un approccio critico non ha esitato a riconoscere la novità della proposta di Milenin. Personalmente ritengo che il concentrarsi su Cechov oggi, dimostri che ancora sono aperte le domande che egli poneva nelle sue opere, e che tentare delle risposte puÒ aiutare efficacemente chi si propone di dare un senso nuovo al teatro contemporaneo. In effetti a chi legge un testo come Il gabbiano appare evidente che si nasconde un livello di analisi difficilmente percepibile ad una lettura superficiale, che va ben oltre le atmosfere ‘Cechoviane’ fin qui rappresentate. Dopo cento anni Il gabbiano ritorna ad aprire le sue ali per spiccare un il volo, sempre che non ci si accontenti, citando appunto l’opera, di un gabbiano impagliato. Le rivoluzioni che realmente operano dei cambiamenti partono sempre dal passato, rinnovandolo, e non inventando codici soltanto in apparenza innovativi ma che si affidano in realtà all’effetto, risultando sterili e destinati a nascere già vecchi proprio perchè ipocritamente nuovi. Questa ritrovata curiosità verso Cechov mi pare di buon auspicio, perchè tenta un rinnovamento su basi più solide e mature.