Numero 2 di giugno-settembre 2001

Lettera aperta a Tempi Moderni

di Luigi Gozzi

Cari amici di Tempi Moderni, vi ho inviato perchè lo pubblichiate il resoconto riguardante il convegno ‘Scrivere per il teatro’ che abbiamo tenuto a Bologna il 18 e 19 maggio ma mi interessa accompagnarlo da qualche considerazione che vi riguarda, o meglio riguarda le vostre pagine di dibattito ecc. Allora: mi ha letteralmente emozionato che la vostra pubblicazione si apra (numero 1, n.d.r.) con il quasi buffo titolo ´ich bin dramaturg’ che, a parte il (credo) riferimento keenediano/berlinese, suona strano e direi patetico dalle nostre parti. Qui da noi uno puÒ dire di se’ tante cose: per stare nel nostro ambito, puÒ dichiararsi attore, o regista, scenografo o uno dei cento altri mestieri che si fanno in teatro, ma è molto difficile che confessi di essere drammaturgo, al massimo dichiara di ‘scrivere per il teatro’, con pudore, con imbarazzo. Oppure non dice niente e ci sono spettacoli che pare non abbiano drammaturgia o scrittura e si puÒ leggere su qualche locandina ‘Madame Bovary’ di Gustave Flaubert senz’altra specificazione (chissà chi ha messo mano al romanzo? Non ha importanza, e comunque non è da segnalare). Da anni (molti!) faccio teatro e metto in scena anche mie ‘drammaturgie’, spesso ricavate da testi non drammaturgici. Non va bene ‘ricavate’? Diciamo: desunte, adattate. Ma non c’è termine in italiano, come invece in altre lingue, per indicare quell’operazione che ritengo interessante e importante che consiste nell’impadronirsi per la scena di un testo originariamente scritto in altra forma o in altra forma drammaturgica; mi pare che l’abbiano fatto anche personaggi illustri, per esempio Shakespeare o Molière, per non parlare di Pirandello che spesso ‘riscrive’ per il teatro le sue novelle. A me è capitato di essere segnalato e recensito anche in modo lusinghiero solo per la regia come se il testo o copione si fosse messo insieme da solo, spontaneamente. E di conseguenza, dopo l’emozione del titolo, sono molto d’accordo con quanto viene detto nell’articolo circa il mestiere di drammaturgo e di dramaturg e della necessità (civile e culturale) di cambiare le cose. Non entro nel merito, vorrei solo che il convegno di cui date notizia (pagina 4, n.d.r.) fosse stata realmente un’occasione in cui i drammaturghi, gli scrittori di teatro o per il teatro (e ce ne sono e cominciano forse ad essere presi in considerazione, certo molto più di anni fa, quando almeno io ho cominciato) si incontrassero e si riconoscessero dicendosi quali sono le loro intenzioni, le loro preferenze, le tecniche preferite e prescelte, ciÒ che in una parola si chiama la propria poetica. Naturalmente, e lo ritengo inevitabile e nello stesso tempo importante, qui cominceranno le differenze e magari anche le distanze che non riguardano solo le scelte di contenuto, o stilistiche, ma anche le metodologie pratiche o procedurali che ritengo importanti ed estremamente significative. Si scrive (si puÒ scrivere) per il teatro a tavolino ma anche in scena o durante la messa in scena, e perfino durante le repliche, questo è certo e non esistono ricette o precettistiche più autorevoli di altre, ognuno ha la sua storia e probabilmente ogni occasione è buona per pratiche e metodologie nuove. Con una solo sicurezza: che si mette insieme un testo (è un termine che non amo particolarmente ma è il più diffuso) che vive, più di altri, nella sua variabilità, nel suo farsi e disfarsi continuo, in accezioni (magari!) sempre nuove e diverse. Mi fa molto piacere che su tempi moderni abbiate, tra le altre cose, cominciato a dare spazio e dichiarazioni di poetica di alcuni autori.