Numero 0 del gennaio-aprile 2000

Teatro o come non parlarne

di Massimiliano Caprara

Facendo questo "mestiere" da una decina di anni, la prima cosa che mi viene inmente non sono tanto i momenti migliori, gli spettacoli ben riusciti, le buoneregie, le oneste produzioni, la soddisfazione del pubblico, piuttosto sono itentativi di politica... politica teatrale; già nel ‘90 al Teatro Vittoria, perdiverso tempo con Attilio Corsini, avevo ideato un piano di incontri con igestori dei piccoli teatri, legge Nicolini, ecc.... Durò un mesetto, non sitrovarono accordi in comune o forse i tempi erano prematuri, sono stato delegatodel Sai ai Congressi nazionali, restandone deluso, ho condotto unamanife-stazione ideando il genere dei "corti teatrali" come spia di unage-nerazione di registi e compagnie e di un modo di fare Teatro, ho formatocompagnie con progetti di spettacoli politici, così, perché tutto il teatro è"politico", finché partecipa alla "polis", tranne gli edifici in campagna,ovviamente; e oscillando dagli stabili ai centri sociali, ho affinato sempre piùla diffidenza verso le Istituzioni, ho un rapporto "teppistico", verso leIstituzioni stesse, sin dai tempi dell’Accademia e l’Università, quando c’era la "pantera" e si lavorava ad un progetto che vedesse riuniti, nelle scene glistudenti di "Belle Arti", nelle musiche quelli del Conservatorio, etc. Finchénon si mise di mezzo Dario Fo e tutto andò in "mona", e infatti anche lui èdiventato un’istituzione. Ora mi sto occupando di collegare vari teatri di Romaattraverso un coordinamento di vari "festivals" che serva ad anello un nutritogruppo di compagnie, per la prosecuzione del proprio spettacolo, aumentando illivello della visibilità, ammortizzando i costi di allestimento, creando maggiorcircolazione di pubblici... Una tournée "tutta romana" degli spettacoli. Eproprio la visibilità è ciò che occorre, per sprovincializzare i nostripalcoscenici così come per promuovere e difendere dai pescicani e incompetentimeriti e talenti delle compagnie; in poche parole le Istituzioni, fanno il loroapparente mestiere promuovono apparente teatro, fatto di colleghi spesso davveroreclutati per l’occasione, iniziative fantasma rappresentative di niente, ma cheoccupano ingiustamente uno spazio sia fisico, sia presso l’opinione pubblica. Le Istituzioni ammettono solo pecore in fila, ora perché fare i maglioncini per gli altri (borderaux buttati e regalati, teatri bloccati a 99 posti perché nessun produttore consistente ci investa, gestione mafiosa e privatistica finalizzata scandalosamente a interessi di gruppetti elitari di un colosso incomprensibile come l’ETI); no; io dico che queste sale, questi strumenti sono vitali per il nostro mestiere, vitale è la continuità e la visibilità, la garanzia che sipossa contattare privati e sponsor sicuri di fare un mestiere protetto ecompreso dallo Stato, tutto ciò rientrà nel nostro pieno diritto, perciò parlaredi gusti, stili, o talenti ha meno peso se le condizioni d’offerta e promozionerestano comunque squilibrate e discontinue. Padronissimi di non essered’accordo, ma io dico: prima risolviamo i nostri diritti da noi, prendiamociliberamente i nostri strumenti di lavoro, e poi lasciamo che giudichi ilpubblico (e forse qualche quotidiano reinserirà la pagina degli spettacolisacrificando quella degli scandaletti dei rampolli bene della Capitale. O roba simile.