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In punta di rubrica

ovvero riflessioni sull’opportunità di uno spazio mediatico riservato

Se i commenti del critico che possiede l’autorevolezza di una firma trovano un’ àncora e un’ancòra nello spazio riservato e ricorrente di rubriche mediatiche di varia natura, può anche succedere che, presentandosene l’occasione, qualcuno che non possieda autorevolezza di firma alcuna, si prenda la libertà di circoscriversi uno spazio argomentativo personale: ingegnandosi a supplire con l’incoscienza, la passione e quel po’ di conoscenza che gli sembra di avere, al gap di notorietà che lo ridimensiona.

Opzione spontanea verso l’espressione di sé che implica precise e ambigue condizioni: l’assenza di costrizione e lo sprone all’attività individuale, insieme al dovere e al rischio di essere liberi. La titolarità di una rubrica è di fatto un tracciato di evidenza: derivando dall’aggettivo latino ruber, cioè “rosso” , da cui l’ espressione rubrica terra o “terra rossa”, ovvero terra utile alla colorazione in rosso dei titoli dei diversi capitoli. In seguito il vocabolo transiterà a significare, progressivamente, l’indice di un’opera, un piccolo libro per raccogliere alfabeticamente argomenti o indirizzi e infine la sezione specialistica di un giornale o di una trasmissione.
Per chi si veda, come chi scrive questa breve nota, precipitare nella sezione specialistica in questione, nel modo inatteso che scaraventò Alice nel buco nero del Bianconiglio, occorrono immediatamente alcune coordinate smarrite, come dimensioni, linguaggio, prospettive, discipline: argomenti, insomma che non si trasformino, come per Alice, in paletti, ma che conferiscano, invece, una meravigliosa libertà di connessioni trasversali.

Avendo come punto fermo il Teatro, quale tema di partenza, arrivo o transito, in direzione di altre forme espressive o discipline di conoscenza e interpretazione. Sguardo che traghetti arte o cinema, filosofia o studi di genere, letteratura o linguistica in direzione di una riflessione che trovi nella forma teatrale una risposta, una vicinanza, un completamento, oppure un rovescio, un’ espressione mancata, un vuoto linguistico. Giacchè il critico è per eccellenza un nomade nel Paese dei generi e della bellezza.

E’ per questo che, in cerca di un titolo, rubo a Morando Morandini (che la raccolse da Bruno Lauzi) questa delicata osservazione: “La poesia è un biglietto lasciato passare sotto la porta del proprio cuore. Talvolta c’è qualcuno al di là che lo riceve”. E’ una considerazione che mi appare fulminante e non lontana, in sostanza, da ciò che accade agli elaborati del critico, se appena si sposta l’accento dall’emozione tout court all’intelligenza emotiva. In fondo il critico non fa che attraversare di nuovo le visioni di un autore, per renderne conto in una più profonda e sempre provvisoria, forma: messaggio trasversale il suo, affidato alla sorte, in tutta libertà.

Pensando, con questo di aver trovato un titolo per la rubrica, e cioè :
IL BIGLIETTO SOTTO LA PORTA, in tema di Teatro, d’altro e d’oltre.

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