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Short Latitudes. Drammaturghi al lavoro fra Italia e UK

Short Latitudes è un progetto multi-laboratoriale promosso dal British Council per “diffondere la nuova cultura teatrale inglese in Europa, attraverso la sua drammaturgia”.  Interculturalità, coinvolgimento attivo di drammaturghi anglofoni di rango, in connessione col nostro mondo universitario e i suoi studenti, oltreché con autori italiani messi alla prova  con il modo di lavorare dei loro colleghi d’oltremanica, sono i vettori principali dell’iniziativa. La quale, a breve, dovrebbe vivere una nuova sessione in terra di Puglia – dopo quella della stagione 2011/2012 – e varcare “entro il mese di maggio […] anche i confini siciliani”. Notizie, aggiornamenti e una bella moltitudine di materiali sono comunque consultabili sul sito www.shortlatitudes.com. Andateci, c’è molto da leggere, da vedere e di cui incuriosirsi.
Nel mio caso, sono qui a parlare di tale iniziativa perché ho assistito a un paio delle tappe conclusive del suo composito iter di attività svoltesi in Lombardia fra gennaio e marzo, in particolar modo a Milano. La prima riguardava un’esposizione pomeridiana al Teatro i (www.teatroi.org) degli esiti di scrittura teatrale dei professionisti partecipanti ai workshop – con annessi step di tutoraggio – condotti dagli affermati playwrights Caroline Jester del Birmingham Repertory Theatre e Steve Waters (nella foto in fondo); la seconda ineriva a una serata, presso il Teatro Franco Parenti (www.teatrofrancoparenti.it), di conversazioni aperte al pubblico intorno alla drammaturgia e che ha visto l’importante presenza dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi (protagonista di una serie di laboratori con gli studenti dell’Università Statale nella seconda foto di Sarah Lee), affiancato dai giovani astri nascenti Arinze Kene (inglese di origine nigeriana nella prima foto) ed Evan Placey (canadese ma operante in UK nella terza foto): terzetto di cui si sono potute apprezzare delle letture sceniche di brani tolti da loro opere, oltre agli scambi di riflessioni sul tema in oggetto con la storica del teatro Margaret Rose e due drammaturghi nazionali versatili quali Renato Gabrielli e Luca Scarlini.
Dico subito dell’evento al Parenti, in cui sono emersi con particolare evidenza taluni aspetti risaputi per chi si occupa di drammaturgia in Italia, ma magari meno per quel resto di spettatori che affollavano la sala ACOMEA il 20 marzo scorso: ossia che, a differenza del Regno Unito, nel nostro paese l’autore vivente di scritture per il teatro opera in un sistema produttivo in cui è generalmente un elemento periferico lasciato un po’ a se stesso, privato della possibilità di lavorare anche solo su un medio periodo e senza solide garanzie, tutele o forme di valorizzazione effettiva della sua professione. Quando invece, dall’altra parte, il trio straniero può felicemente testimoniare di essere ognuno riuscito a trovare una o più case teatrali in grado di fornirgli accoglienza e quindi ascolto, chance (nonché condizioni per accedere a debite royalties) e ancora nuove possibilità di scrittura originale ai fini della produzione scenica, tanto da riuscire a realizzare il sogno – come ha ben espresso Kureishi – di trasformare un semplice anelito o una intensa passione, ancorché giovanile, in un’attività professionale per la vita. Altro pianeta, insomma, dal panorama incancrenito vigente nella nostra martoriata penisola che peraltro – a proposito di questioni professionali – vive una fase tragica dove il Lavoro in generale è al centro di uno sfascio di cui c’è solo da preoccuparsi per i rischi di esplosione sociale che ne potranno sortire, a meno che l’attuale e degenerata classe politica non ci sorprenda tutto d’un botto in positivo. D’altronde, l’Italia – patria di recente e difficile unità nazionale, segnata per secoli dallo sfrenato nomadismo di comici e artisti vaganti per centri grandi e piccoli – sconta pure l’assenza di una vera civiltà teatrale come invece hanno altri paesi quali Germania, Francia e appunto Gran Bretagna. Mancanza che si riflette nella sua sfilacciata impostazione sistemica e organizzativa, con un mercato sostanzialmente inesistente e una fragilità strutturale a cui oggi, a mio avviso, nuoce la sempiterna latitanza di una seria legge che regolamenti con trasparenza tutto il settore teatrale, sebbene la sregolata anomalia italica abbia invero fomentato e permesso delle esperienze di eccellenza uniche nella loro ricercatezza sperimentale ed espressione artistica. Questo, però, in passato. Oggidì, non c’è semmai bisogno di modalità e forme d’impensata emancipazione da mentalità e modelli figliati da tempi trascorsi ben diversi, e con differenti urgenze formali ed espressive da questi stolidi e brutti che stiamo vivendo adesso? Quesito retorico, probabilmente, e con dietro una base di slancio utopistico giacché una legge è attesa o sognata da circa un’ottantina d’anni…
Nuove forme per nuovi contenuti, e per meglio esprimere quelli attuali con tanto di maggiori aderenze linguistiche al mosso melting pot della società presente, è un appello risuonato altresì in chiusura dell’appuntamento vissuto il 19 marzo al Teatro i. Vi si presentavano cinque testi scaturiti dal laboratorio guidato dalla Jester e da Waters, scritti in maniera collettiva o singola dagli allievi teatranti che ne hanno proposto una lettura a un pubblico di addetti ai lavori, chiamati a offrire loro un’immediata restituzione analitica di quanto letto e ascoltato in diretta. Nucleo generativo dei work-in-progress testuali è un luogo preciso della città di Milano, dove dunque circoscrivere e fare implodere dei conflitti (ovvero, delle relazioni ad altissima intensità emotiva) fra persone. Figure di individui, queste ultime, contraddistinte oltretutto da diversità d’etnia e origini, quindi con linguaggi e accenti disparati. I disordini violenti di via Padova avvenuti nel 2010 – causati dall’uccisione di un ragazzo egiziano da parte di un coetaneo peruviano – hanno perciò dato lo spunto ai lavori, tranne che a uno immaginato in via Giambellino e attinente un ferale triangolo amoroso. L’immaginario cinematografico e l’incombenza dello spettro televisivo, tra giornalisti subdoli e squarci da fiction noir cronachistica, appaiono tra le pieghe delle pièce. L’incedere delle battute rimanda però già subito a una rapidità di scansione e passaggio da una situazione all’altra ravvisabile in tanta drammaturgia d’area anglofona, consonante con la velocità stessa che impregna il nostro tempo. Degli input sono arrivati, insomma, dai docenti agli allievi. Talora riappare la tendenza nostrana a indulgere in didascalie un po’ troppo lunghe che spezzano l’“allegoritmo” (come direbbero i Wu Ming) delle composizioni: ma questo problema è alquanto legato, ritengo, a un difetto che ha radici appunto nelle anzidette deficienze di sistema teatrale. Molti drammaturghi italiani, cioè, sono praticamente costretti ad autoprodursi le messinscene dei propri testi e pertanto – nella fase della stesura di questi – gli viene fatto di scrivere immaginando già una regia, impostando subito per iscritto un’esecuzione, degli abbozzi di partitura d’azioni, una messa in spettacolo: come a volere/dovere ottimizzare in un’unica soluzione due opzioni dissimili di un medesimo orizzonte operativo e di creazione. Un agire del genere, tuttavia, è come se fosse dimentico della possibilità della lettura su pagina o schermo del testo teatrale, dove un eccesso di indicazioni tecniche ed esecutive (più da copione – materiale di lavoro – e meno da opera letteraria) rischia di distrarre oltremodo o intralciare improduttivamente il lettore nella percezione dinamica di ritmi, forme e concatenazioni stilistico-lessicali scritte, che fanno i contenuti e li indirizzano in una trasmissione mirata al cervello di chi legge, al fine di farglielo smuovere verso un’altra e arricchente conoscenza.
Sicché, vado a chiudere con una serie di domande provocatorie: non sarà opportuno smetterla con il diffuso pregiudizio che i valori effettivi di un testo teatrale siano riconoscibili solo ed esclusivamente sulle tavole del palco? Ovvero – come ho sentito dichiarare pubblicamente da un docente universitario quale Alberto Bentoglio (a Bookcity Milano, 18/11/2012), a fianco di Claudia Cannella, espressasi in modo diverso ma lungo un crinale analogo mesi prima (09/05/2012 presso Linguaggi Creativi) – che “Goldoni bisogna vederlo, in scena, non leggerlo”?
Per cui – domando io, nella mia ingenuità – andrebbe da sé che assistere a certe messinscene-patacca fatte su plays suoi e di un Shakespeare, Molière, Pirandello o (arrivando a big contemporanei) di una Sarah Kane, è in ogni caso meglio di quando ci si dedica alla pura lettura dei loro drammi e commedie, ossia opere di captante e stratificata Arte Letteraria altresì pronube d’invenzioni in nuce per l’Arte Scenica?
Il discorso, ovviamente, qui si fa complesso perché riguarda l’atavica spaccatura tutta italiana fra Teatro e Letteratura: come se non vi fossero congrui presupposti e motivi validi per postulare una proficua e fattiva alleanza fra le loro rispettive sfere comunicative ed emozionali, linguistiche e di codice. Eppure è mera casualità che, tanto per dire un paio di nomi esemplari, due autori assai rappresentati e tradotti anche all’estero come Edoardo Erba e Antonio Tarantino abbiano affermato varie volte di non scrivere veramente Teatro, bensì Poesia, pensando davvero – aggiungo io – a come se stessero scrivendo un testo poetico, ossia il massimo del quid letterario?
Conviene proseguire a interrogarsi radicalmente e tornare in seguito con maggiore profondità sull’argomento, secondo me decisivo per il futuro della drammaturgia nazionale. L’auspicio è che un progetto aperto all’altrove, alle differenze e al dialogo, come Short Latitudes continui ad apportare nuovi stimoli a un’indagine costruttiva e non pregiudiziale della questione, offrendo suggestioni praticabili per risolverne aride inerzie e rigidi schematismi sottesi.

• Le drammaturgie in progress nate dal workshop con Caroline Jester e Steve Waters:
VIA PADOVA 80 di Chiara Boscaro, Carolina De La Calle Casanova, Marco Di Stefano, Valeria Nucera, Roberto Rustioni.
LA FINE DEL MONDO di Diego Runko.
CARLOS E MIGUEL. VIE DI FUGA di Annagaia Marchioro e Valentina Scuderi.
IL CIELO È SEMPRE PIÙ BIANCO di Silvia Baldini e Tommaso Urselli.
TITOLO IN VIA DI DEFINIZIONE di Claudia Bucur.
(Cfr. http://shortlatitudes.com/2013/03/15/workshop-di-scrittura-creativa-estratti-dei-testi-che-verranno-letti-martedi-19-marzo-2013/)

• Le mise en espace prodotte per Short Latitudes con il contributo di British Council, Fondazione Cariplo e Associazione Être:

HOLLOWAY JONES
di Evan Placey.
Traduzione: Chiara Lurati e Daniela Gheorghe, supervisione di Luca Scarlini.
Produzione: ilinx e Teatro In-Folio.

LITTLE BABY JESUS
di Arinze Kene.
Traduzione: Silvia Pocorobba e Sophie Mattarelli, supervisione di Luca Scarlini.
Produzione: delleAli e Nudoecrudo Teatro.

• Altri Links e riferimenti:

www.britishcouncil.org
www.birmingham-rep.co.uk
www.hanifkureishi.com
www.royalcourttheatre.com
www.renatogabrielli.it
www.lucascarlini.it
www.luoghicomunifestival.com
www.ilinx.org
www.teatroinfolio.it
www.delleali.it
www.nudoecrudoteatro.org
www.fondazionecariplo.it
www.wumingfoundation.com

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