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La torre d'avorio

LA TORRE D’AVORIO tratto da: La torre d’avorio, Ronald Harwood, Einaudi ed., 1981. Regia: Luca Zingaretti. Con: Luca Zingaretti, Massimo de Francovich, Peppino Mazzotta, Gianluigi Focacci, Elena Arvigo, Caterina Gramaglia. Scene: Andrè Benaim. Costumi: Chiara Ferrantini. Luci: Pasquale Mari

Recensione di Federico Paoletti:

Nella Germania post-nazista, il maggiore americano Steve Arnold (L. Zingaretti) è incaricato di compiere un’indagine per accertare il ruolo e il coinvolgimento con il regime di Wihelm Furtwangler (Massimo de Francovich), geniale musicista tedesco. Nell’ufficio dell’incaricato americano a condurre l’inchiesta si svolge una sorta di processo in cui si cerca in realtà di stabilire quanto sia consentito a un uomo di non schierarsi, quale sia il limite da non superare senza divenire complice. In definita s’indaga il rapporto stesso tra arte e politica e quanto la prima possa essere svincolata dalla seconda, costituendo una fiammella nel buio, e un’ancora cui aggrapparsi nella tempesta. La dimensione umana è travalicata e la storia di questo musicista assume caratteri universali, mettendo in luce il sistema d’interazioni tra arte e politica di quel tempo, ma arrivando a lambire la nostra epoca, in un dibattito sempre attuale.
Il titolo, La torre d’avorio, rende bene l’idea dell’universo interiore di Furtwangler e dell’accanimento analitico del maggiore. Il primo è un uomo fragile, chiuso e corazzato nella sua eccezionalità come in una perfetta torre eburnea, a cui è difficile arrivare ma nello stesso tempo da cui è difficile uscire. Questa sua “preziosa” fragilità non può essere riconosciuta da Steve Arnold, l’”inquisitore”, che si annoia e sbuffa ascoltando la V di Beethoven e che è lontano mille miglia culturalmente dal mondo del Maestro.
Zingaretti, attore e regista, riesce a dare rilievo a tutti i personaggi e non solo a rappresentare l’incontro scontro tra il musicista e il maggiore, mentre il ritmo delle udienze ai testimoni procede incalzante. Il primo teste è Helmuth Rode (Gianluigi Fogacci), violinista dell’orchestra nazionale; un secondo violino di poco talento che sostiene con convinzione l’avversione di Furtwängler al regime raccontando l’episodio di quando quest’ultimo si rifiutò di fare il saluto di rito a Hitler. Rode è un personaggio quasi patetico e l’interpretazione che ne da Focacci è quasi “ingenua” nella sua ammirazione esasperata per il grande direttore d’orchestra, a cui racconta di aver addirittura sottratto una bacchetta, usata in un concerto, per conservarla come una reliquia. La seconda testimone, la vedova di un pianista ebreo (Elena Arvigo) ha invece un’interpretazione vibrante e volutamente sopra le righe: la donna, in bilico tra disperazione e follia ci fa rivivere il proprio rapporto con suo marito,Walters Sach, un pianista ebreo che Furtwängler aveva salvato.
Le testimonianze si susseguono come al ritmo di una batteria, o meglio a quello cadenzato dei battiti di un cuore, difronte a due nuovi testimoni del momento e forse di un nuovo delitto che si sta compiendo: il collaboratore di Steve (Peppino Mazzotta), un ebreo tedesco cresciuto in America che, pur avendo perso i genitori a seguito delle persecuzioni naziste, si mostra riconoscente nei confronti del Maestro per la musica che ha donato all’umanità e la dimessa segretaria (Caterina Gramaglia) che appare sconcertata perché, malgrado il proprio fervore antinazista, riconoscere a Furtwängler una grandezza di compositore e artista che lo potrebbe collocare “Al di sopra del bene e del male”.
I confini di questi personaggi rimangono sfumati tra bene e male in un paesaggio mentale dai contorni incerti che raffigura i propri temi nei colori tetri ma decisi dell’ambientazione.
Il ritmo delle testimonianze incalza fino allo scontro tra i due titani Zingaretti e Massimo de Francovich e alla ferita che il grido del maggiore produce: «Tu mi parli di cultura e musica mettendoli sullo stesso piano di milioni di morti». La torre d’avorio di Furtwangler, splendente e candida all’esterno come la celebrità contiene, all’interno del suo fragile guscio, il grigio metallico delle pareti altissime di questo ufficio, nel quale si scontrano gli opposti: i colori tenui o tetri dei costumi stridono con la gonna rosso fuoco della segretaria, l’essenzialità della stanza con le scrivanie pompose. Prigionieri di questa scatola di latta si scontrano i due personaggi principali, un artista sensibile e un maggiore dell’esercito, in fondo un burocrate incaricato di schedare il mondo in elenchi di vittime e colpevoli.
Su tutto discende una luce dall’alto, dal lato dai finestroni della stanza, una luce che non ha però tratti ravvivanti e salvifici ma, ancora un paradosso, disegna le ombre, le accentua, dividendo la scena in un mutare continuo di zone. Una luce che, nella fissità della sua origine, è mutevole (ancora un paradosso) e sembra domandarsi chi debba illuminare e incarna l’interrogativo dello spettatore, che in ultima analisi è il vero autore dell’indagine, perché in questa situazione è veramente difficile capire chi sia la vittima e chi il carnefice.

Recensione di Selene Nannicini:

Se si pensa ad una torre l’immagine che subito viene in mente è quella di un’ alta costruzione che si sviluppa più in altezza che in larghezza, quadrangolare o circolare, ma soprattutto un luogo dal quale si tende ad osservare tutto ciò che sta al di sotto. La torre d’avorio è il titolo del testo drammaturgico di Ronald Harwood diretto e interpretato da Luca Zingaretti. I due atti dell’opera si susseguono nel medesimo spazio d’azione (l’ufficio del Maggiore Steve Arnold), pervaso da note di musica classica provenienti dal grammofono presente in scena, in tre momenti distinti (una mattina di febbraio, una sera d’aprile e una mattina di luglio). Il maestro d’orchestra Wilhelm Furtwängler è colpevole o innocente? Chi può deciderlo? Questi sono alcuni degli interrogativi che l’opera di Harwood suscita nello spettatore, immerso in uno scenario disastroso come solo quello post-bellico può esserlo. Non è affatto facile rispondere all’interrogativo se sia giusto o meno che l’intellettuale si isoli dalle faccende politiche, e quest’opera, invece di intraprendere una strada risolutiva, si perde nei meandri della ragione umana che si trova sempre in bilico tra “l’essere ed il non essere”. Il peso delle responsabilità è espresso attraverso l’accanimento del Maggiore statunitense nei confronti del direttore d’orchestra tedesco, un uomo che è rimasto (apparentemente) impassibile di fronte all’ascesa del nazismo in Germania: ha fatto buon viso a cattivo gioco combattendo dall’interno i nazisti, infatti non lasciò la sua terra, ma favorì l’espatrio di molti ebrei. La scena appare subito ben costruita: l’ufficio è munito di due scrivanie posizionate ai lati del palco, di una porta d’ingresso centrale, di un grammofono, di una stufa sulla destra e di vetrate sulla sinistra dalle quali entra la luce solare artificiale (cangiante a seconda delle scene); i tre lati dell’ufficio sono colorati di grigio e questo incupisce l’aspetto dello spazio scenico (ufficio) che risulta freddo e triste. I personaggi (chiamati in causa come testimoni dell’indagine condotta dal Maggiore sul direttore) si susseguono sulla scena dell’interrogatorio rispettando adeguatamente i tempi teatrali, anche se si nota immediatamente una recitazione alquanto impostata, o meglio, forzata, per non dire poco naturale e spontanea. Zingaretti dimostra bravura e adeguata preparazione, insieme a lui Massimo De Francovich (nel ruolo del grande maestro). In scena si respira l’odore della guerra, della sofferenza, della voglia di sopravvivere in qualsiasi modo anche a scapito della propria dignità: ecco allora la figura del musicista (Gianluigi Fogacci) devoto al suo direttore che si rivelerà poi un doppiogiochista, la vedova disperata (Elena Arvigo) e profondamente segnata dal conflitto appena finito, il Tenente (Peppino Mazzotta) fedele ai suoi valori ed infine la segretaria (Caterina Gramaglia) figlia di uno pseudo patriota. Nessuno di loro è in grado di denigrare il direttore, figura zelante e di alto prestigio, è molto più semplice acclamarlo e osannarlo, ma l’integrità, caratteristica di tale personaggio, inizia a sgretolarsi nel momento in cui affiorano quelle debolezze che lo rendono, agli occhi del pubblico, più umano (i figli illegittimi e le sue avventure amorose). Un’opera a tratti umoristica anche se non troppo vivace, dove il Maggiore (Zingaretti) è la personificazione del classico ”americano” in stile rozzo e sbrigativo che con i suoi modi rudi ed il suo incedere nello spazio con fare agitato diverte il pubblico, in contrasto con il contegno dimostrato dal maestro che sulla scena assume posizioni composte unite a gesti eleganti e morbidi; i due, così diversi, scoprono di essere uguali nel finale, mostrando il loro lato umano, debole e sincero: due uomini che provano vergogna di essere semplici uomini e si fingono titani pronti a sfidarsi. Dunque Furtwängler è colpevole? Non si può dare una risposta definitiva, o meglio, precisa a questa domanda, dal momento che Zingaretti porta in scena due emisferi opposti, uno abitato dal bene e l’altro dal male; mentre Harwood comunica l’impossibilità di tracciare una netta linea di demarcazione tra questi due mondi. L’unico personaggio determinante per la risoluzione della vicenda è Emmi che con la sua rivelazione nel gran finale (il padre non era un patriota a tutti gli effetti) rivela quanto l’universo umano sia complesso, come tutto sia relativo e non assoluto e come le diverse situazioni spingano un uomo a prendere determinate decisioni che non sempre appaiono giuste agli altri, ma spesso sono l’unica via da seguire. Siamo travolti dagli eventi come foglie al vento.

Recensione di Gemma Salvadori:

Berlino 1946. I militari americani stanno svolgendo le indagini preliminari sui nazisti da condurre al processo di Norimberga. Il sipario si apre sull’ufficio del maggiore Arnold. La scena che si presenta è scarna, trascurata e impersonale, probabilmente volta  a rimanere il più possibile fedele al copione  originale di Ronald Harwood, realizzato e concepito per essere reso come  è scritto,  evitando ridondanti ed inutili  virtuosismi ma che, in questo caso, si risolve in una scenografia che risulta essere troppo approssimativa. Un progetto  riuscito  solo per metà , eccessivamente spoglio che non riesce a coinvolgere a pieno lo spettatore divergendo verso un universo  scenico opaco e non di atmosfera.
E’ fra queste pareti scarne che si sviluppa la vicenda realmente accaduta riguardante il noto direttore d’orchestra Willhem Furtwängler.
Questi non fu nazista e disprezzò il regime ma non lasciò mai il paese continuando la sua attività  e cercando nel frattempo di aiutare gli ebrei che non erano riusciti a fuggire dalla Germania. Si ostinò  a tenere accesa la luce dell’arte e della bellezza, intesa, come unica forma di speranza per quel suo paese in preda alla più drammatica e bestiale dissoluzione morale. Questa scelta fece sì che i nemici gli imputassero di aver contribuito a dare prestigio alla dittatura.
A dare voce e vita a questo testo teatrale è Luca Zingaretti, che si presenta nel doppio ruolo  di regista ed interprete.
Zingaretti veste i panni del  Maggiore Steve Arnold, americano proletario  che vanta e rivendica con ferocia la sua autonomia da qualunque “tentazione culturale”. 
Febbrile, irrequieto, Zingaretti domina il palco.  Concentrato in una caccia spietata che chiama sangue e che lo divora gradualmente, alla ricerca di una verità che finisce per perdere tutte le sue buone accezioni e che morbosamente lo consuma. Un’interpretazione di alto livello, ma che forse a tratti risulta essere  eccessiva estraniando l’attore dal palco, portandolo a tratti fuori dalle dinamiche dello spazio scenico.
Completamente all’opposto risultano gli  interpreti minori,  che hanno i volti di Caterina Gramaglia (Emmi Straube), Peppino Mazzotta (Tenente Davis Wills), Gianluigi  Fogacci (Helmuth Rode) e Elena Arvigo (Tamara Sachs) in un certo senso troppo relegati alla loro posizione di cornice. Creature allucinate,  anime tormentate, che si muovono silenziose in quella Berlino postbellica, restando appiattite sul fondo della scena.
L’ossessione di Arnold/Zingaretti si incarna in un intenso e convincente Massimo De Francovich,  che riveste il ruolo di Willhem  Furtwängler ,  indagato d’eccezione  che fatica a non perdere la sua compostezza e il suo senso di superiorità, nel gioco morboso a cui il militare gli impone di prendere parte. 
Nello scontro tra i protagonisti assume spessore l’opera di Harwood. La scelta di non schierarsi dell’autore costringe meccanicamente alla presa di posizione da parte dello spettatore, contro o con colui che non è stato in grado di abbandonare il proprio paese nel nome dell’arte.  Zingaretti porta sulla scena uno spettacolo che cerca di far luce sullo storico rapporto che lega arte e politica, raccontando la storia dell’intellettuale, anima intangibile e distante il quale, all’interno della sua torre d’avorio, combatte  per non lasciar morire la bellezza.
Tuttavia, la complessità del testo mortifica la messa in scena paralizzando e impoverendo le scelte registiche, definendo di fatto una pièce malauguratamente poco autoriale.

Recensione di Gianluca Arena:

Berlino. 1946. La Germania è ormai crollata sotto tutti i punti di vista. Il controllo americano sovrasta l’Europa cercando i responsabili dei crimini avvenuti e prendendo il controllo dei processi economici, militari e civili. Proprio come il personaggio che Luca Zingaretti interpreta in La torre d’avorio. Arnold, infatti, unico personaggio americano in mezzo a cinque tedeschi, è colui che “dirige l’orchestra” della vicenda, “fa da regista” nonostante sia attore. Non tanto diverso dall’interprete Zingaretti che è, appunto, regista e attore dell’intero spettacolo. Neanche tanto diverso dal dottor Furtwangler, che in passato dirigeva la più importante orchestra sinfonica tedesca, e che adesso si ritrova in una situazione dove forse conta meno di un “secondo violino”, subendo l’accusa, proveniente dal “direttore d’orchestra” Arnold, di aver sostenuto il regime hitleriano. Domina una scenografia “fredda”, soprattutto nel primo atto, che include delle luci che rendono ancor più “freddo” l’ambiente, essendo in inverno; un fondale sempre più cupo rispetto al resto, in contrasto con le due scrivanie di Arnold e di Emmi, ben evidenziate dalla luce, e una porta che nasconde un corridoio ben illuminato. Ma soprattutto sono gli attori e la loro orchestrazione nella scena a rendere accettabile lo spettacolo. Arnold risulta il più burrascoso, più energico, più “vivo” di tutti. I suoi gesti, le sue parole, i suoi movimenti, i suoi sbalzi del volume della voce lo differenziano dagli altri personaggi, molto più statici, silenziosi e sottomessi alla “dittatura” dell’americano. Infatti, questi non solo comanda, ma vuole dimostrare di avere il potere, di essere lui, adesso, il capo in quella piccola stanza fuori dalla quale non conta niente. Per Furtwangler sembra dunque che non esista via di scampo: “sopravvissuto” a una dittatura entra in un’altra dove viene immediatamente accusato. Quest’ultimo risulta estremamente diverso rispetto all’americano: molto calmo e sicuro di sé, dovendo mantenere la sua maschera sociale; elegante, non solo nel vestito ma anche nella posa; fermo espressivamente, come se avesse la situazione sotto controllo, e con voce austera. Talvolta, però, in qualche microscopico momento, rivela il proprio vero stato d’animo, che è tutt’altro che quieto, sfogandosi con dei gesti veloci e forti delle braccia, ricordando quelli di un vero e proprio direttore d’orchestra, come se volesse essere lui a “dirigere”, ma in realtà la situazione gli è ormai sfuggita di mano. Ciò è testimoniato dal finale, dove perde totalmente questa immagine/maschera, sfogando l’inquietudine subita con movimenti bruschi che fanno comprendere il suo disorientamento. Durante lo spettacolo, colpiscono molto i silenzi improvvisi ma calcolati che rompono il ritmo dei dialoghi. Silenzi lunghi, dove lo sguardo, i giochi espressivi e i movimenti riempiono la scena di “suspense”, di una forte pressione interna, come se si attendesse una esplosione da parte dei personaggi, o almeno, da parte di quelli che hanno il bisogno non soddisfatto di liberarsi del peso del senso di colpa. Colpa che tanto facilmente viene attribuita a Furtwangler da parte di Arnold ma che in realtà si rivela un giudizio difficile. Zingaretti elimina qualche battuta del proprio personaggio, rendendolo meno profondo, ma richiamando più attenzione riguardo i vari aspetti dei conflitti che nascono da questa situazione. Furtwangler e Arnold rappresentano due modi opposti di combattere: il primo combatte senza armi, dall’interno, in silenzio, difendendo la giustizia e libertà tramite altri mezzi che possano elevare l’animo umano; il secondo è più materiale, combatte dall’esterno, armato, e non crede nei valori del primo. Un altro tipo di conflitto riguarda il ruolo di Arnold all’infuori di quella stanza: anche lui, come i suoi nemici tedeschi in guerra, “esegue solamente gli ordini”, “innocentemente”, senza sapere il loro fine. Appare vittima evitando di chiarire questa questione, con un silenzio a testa bassa riempito dalla controscena di Zingaretti. Un silenzio del genere caratterizza, per buona parte dell’opera, Emmi, che porta con sé una triste consapevolezza: suo padre è riconosciuto come eroe per essersi schierato contro Hitler, ma lei ben sa che egli fece questa scelta solo quando si scoprì che la guerra era persa. E’ un personaggio fisicamente limitato ma internamente movimentato, forse un altro tipo di opposto rispetto ad Arnold: pochi movimenti, poche battute dette con voce stantia, prevalentemente seduta alla sua scrivania, coordina i suoi sguardi e gesti lentamente, seguendo gli interrogatori condotti dal suo superiore. Esplode con un urlo finale, nel secondo atto, dichiarando la verità riguardo il padre, non potendo più reggere la situazione. In David vediamo due tipi di atteggiamenti: uno col maggiore Arnold, rigido, dalla parlata veloce e attento; l’altro con Furtwangler, più dolce, lento e calmo. Si rivela però, infine, una personalità saggia e sicura dei propri valori. Le maschere di ogni personaggio vengono ben evidenziate, grazie al lavoro degli attori, e a una regia che mantiene l’attenzione del pubblico nonostante l’apparente staticità del dramma.

Recensione di Giulia Paoli:

La quinta sinfonia di Beethoven parte, dapprima come un rumore di sottofondo o una suoneria di un cellulare poi sempre più forte, quando le luci e il brusìo di sala non si sono ancora spenti. Un crescendo che porta all’apertura del sipario: un ufficio dall’aspetto freddo e industriale, due scrivanie, un divanetto con un tavolo da fumo, mura grigie. La musica arriva dal grammofono sullo sfondo. Due persone in scena: Emmi, segretaria del maggiore seduta alla sua scrivania e assorta nella contemplazione della musica, e il maggiore Arnold, addormentato sul divanetto.
Berlino ovest, 1946: scenografia, luci e costumi dal taglio realistico scandiscono i due atti del testo di Harwood “La torre d’avorio”, nel segno di un’azione monocentrica (l’ufficio) e destinata a spegnersi, in perfetta simmetria, sulle note di Bruckner.
La vicenda narrata è quella dell’indagine dell’ufficio di denazificazione contro il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, accusato di nazismo e antisemitismo, nonostante non avesse mai preso la tessera del partito. Vicenda che fornisce spunto di riflessione sulla possibilità dell’arte di rimanere fuori dalle vicende politiche o sulla necessità di engagement dell’artista.
I sei personaggi si muovono in scena e all’interno di questa indagine contro il “maestro di banda/pezzo di merda”, con la consapevolezza della mèta da raggiungere; forse con troppa consapevolezza, risultando a tratti forzati nei gesti, nelle parole e nelle intenzioni. Gli attori dimostrano di aver lavorato a fondo con i loro personaggi, interpretandoli nella loro realtà smascherata, lasciandoli spogli dell’ambiguità che invece permeava il testo originale. Peccato, però, che una così semplicistica interpretazione appiattisca la complessità interiore dei personaggi stessi, rendendoli caratteri da commedia più che individualità credibili.
Già dal foglio di sala (nel quale hanno riscritto l’introduzione dello stesso Harwood alla propria opera) si capisce molto chiaramente cosa andremo a vedere: l’accanito processo di un gretto maggiore al povero e incompreso grande artista, che pretendeva di starsene tranquillo nella sua bianca torre d’avorio invece di schierarsi. Di fatto questo abbiamo visto: nella sua interpretazione della pièce, Zingaretti (regista e coprotagonista) taglia di netto ogni possibilità di sfumatura, ogni possibile dubbio. Tutti i personaggi perdono gran parte della loro umanità, del loro orgoglio, della loro rabbia, della loro paura, rimangono senza sguardo né relazione, concentrati a comunicare un messaggio più netto di quello dell’autore. Così, Wills (Peppino Mazzotta) diventa il soldato dal cuor gentile, Rode (Gianluigi Fogacci) la spia, Tamara (Elena Arvigo) la pazza, Emmi (Caterina Gramaglia) la debole, Arnold (Luca Zingaretti) il persecutore ignorante e Furtwängler (Massimo De Francovich) la vittima.
Il palco è monopolizzato da Zingaretti, esuberante ed eccedente, tanto che persino De Francovich (coprotagonista), presente e pulito, fatica ad emergere.
Anche il pubblico avverte inconsapevolmente la mancanza di qualcosa, poiché non empatizza, prova solo pietà per il direttore d’orchestra Furtwängler, perseguitato (qui) inspiegabilmente dal maggiore Arnold. Solo pietà e forse un po’ di noia, per un primo atto lento e un secondo leggermente più brioso.
Il risultato finale è una messa in scena riduttiva rispetto al testo, ma tecnicamente ben recitata (senza microfoni e perfettamente comprensibile), nonostante l’assenza di pathos. Avremmo magari preferito che Zingaretti non avesse dimenticato che la vita non è divisa in bianco e nero e che la verità non è mai assoluta (ammesso che esista) come invece Harwood aveva voluto sottolineare e dimostrare con il suo scritto.

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