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The shit

The Shit di Cristian Ceresoli una produzione di Cristian Ceresoli e Marta Ceresoli dedicata ai 150 dell’Unità d’Italia con il contributo di Italian Culture Institute of Lybia. Con Silvia Gallerano. Lighting design Alessio Rongione. Technical director Inti Nilam. Producer Frodo MacDaniel. Executive Director Marta Ceresoli. Acting Director Silvia Gallerano.

Recensione di Selene Nannicini

“Io mangio la mia merda”. Questa è una delle tante frasi pronunciate dalla protagonista di La Merda, interpretata da Silvia Gallerano (unica attrice in scena), nella seconda ed ultima parte del monologo. Lo spettacolo è stato scritto per la ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia; inoltre fuori dal territorio nazionale, La Merda ha riscosso un grande successo, aggiudicandosi il riconoscimento di “Best Solo Performer” all’Edinburgh Festival Fringe.  Un titolo strano, insolito, volgare ma, se non altro, attrattivo, pungente, che non lascia spazio ad incomprensioni. Non è così immediato, sin dalle prime battute della Gallerano, perché l’autore, Cristian Ceresoli, abbia scelto di intitolare così la sua opera. Le parole possono comunicare e travolgere in modo inaspettato, ma possono celare un significato più recondito e complesso di quanto il loro senso apparente possa segnalare. É, appunto, il caso di questo spettacolo che svela solo alla fine il vero concetto del titolo: il corpo femminile è merda, perché trattato come tale, alcuni aspetti dello scintillante mondo dello spettacolo sono merda, perché il sistema che lo organizza è nauseabondo ed infine la considerazione della donna è merda, perché su di lei aleggia lo schifo. Metaforicamente la Gallerano mangia, anzi divora, la sua merda per ingrassare, per adeguarsi ad un modello prestabilito, ad un ruolo preciso, perché così com’è non va bene: non è abbastanza.
L’incontro pomeridiano con Lorella Zanardo, autrice de Il corpo delle donne, si collega in modo diretto con l’argomento trattato nello spettacolo: la donna in tv non è un individuo ma una sotto-specie di individuo, funzionale come lo specchietto che attrae le allodole. Dunque, il nudo in scena acquista più senso di quanto si pensi, perché cerca di opporsi al seminudo decorativo della soubrette televisiva attraverso la semplicità di un corpo normale di una donna normale. La voce dell’attrice non è affatto naturale come non lo sono anche alcuni dei gesti da lei compiuti; la sua bocca rossa attira l’attenzione visiva del pubblico, già sorpreso di vedere le membra senza veli di una donna al settimo mese di gravidanza. Il lavoro proposto da Ceresoli e dalla Gallerano non lascia indifferenti, anche se il crescendo tonale dell’attrice si sviluppa troppo repentinamente e non lascia il tempo di “digerire”, da parte dello spettatore, ciò che avviene sulla scena. L’attrice è costretta in una posizione scomoda, seduta su un alto sgabello di legno, dal quale sembra non riuscire a scendere e su di lei una luce diretta illumina completamente il corpo, come fosse carne esposta per eventuali acquirenti e niente di più. L’opera teatrale si svolge in due tempi: nel primo, l’attrice racconta le sue esperienze “intime” infantili, il rapporto con l’altro sesso a partire da quello con il proprio padre; nel secondo, la protagonista narra le sue mille vicissitudini e peripezie per approdare finalmente al mondo dello spettacolo, solo qui si sente valorizzata, dunque cerca in tutti i modi di conformarsi al modello richiesto ed ecco che finisce per mangiare addirittura le sue stesse feci per raggiungere un obiettivo inesistente. La rabbia espressa attraverso la voce, allo stesso tempo, potente e profonda della protagonista esplode nelle ultime battute: la voce esce da quella bocca rossa, quasi come fosse vomitata fuori a forza, nel tentativo di farsi sentire, di penetrare nell’animo altrui, di scuotere il pubblico atterrito da quella piccola figura rotonda che si erge su un trespolo e sputa fuoco come un drago costretto a soccombere sotto un cumulo di merda.

Recensione di Gemma Salvadori:

“E’ una tragedia in tre tempi: le cosce, il cazzo, la fama, e un controtempo: l’Italia”  dichiara Christian Ceresoli, autore dell’originale e spiazzante drammaturgia de La Merda, il primo capitolo del Decalogo del Disgusto, composto in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia.
Un monologo femminile, strutturato come un flusso di coscienza, che prende le sembianze di un vero e proprio macabro processo alimentare: nutrimento, trasformazione e defecazione,  rinnovando il disgusto quando in conclusione, con un Inno di Italia dalle parole mangiate che risuona nelle orecchie, ci si rende conto che è proprio la materia espulsa a rappresentare nuovo nutrimento.
La narrazione si articola fra i ricordi della giovane, alternandosi in un bipolarismo straniante nel quale si passa da un candore in un certo senso frivolo alla più violenta concretezza quando nello sfociare dell’incontrollato ci descrive, rivolgendosi più a se stessa che al pubblico in sala, il suo obbiettivo finale. Protagonista e unica interprete Silvia Gallerano, prima attrice italiana a vincere lo The Stage Award for Acting Excellence 2012 come Best Solo Performer, il più alto riconoscimento per attori/attrici all’ Edinburgh Festival Fringe.
E’ lei ad accogliere l’ingresso del pubblico, arrampicata sul trespolo al centro del palco, canticchiando sommessamente con voce di bambina, la quale andrà lentamente  perdendo tutta la sua ingenuità  e il suo candore  sporcandosi sempre di più nel procedere della narrazione.
Maschera sia fisica che vocale, capace di portare sulla scena una nudità che grida pietà, un corpo straziato che perde tutta la sua femminilità erotica, trasformandosi in un vero e proprio manifesto pubblico.
Il personaggio della Gallerano non si ribella, si “abitua”, non cerca di combattere ma si rassegna, dandosi in pasto, vittima sacrificale consenziente, ad un sistema che si nutre di chi nel perseguire l’utopia di un sogno privo di sostanza, si abbandona al flusso per poi venirne risucchiata.
Rinchiusa, sul palco, in un unico e contrastato quadrato di luce, sua prigione e suo unico spazio, che lentamente le si stringe intorno e le si riversa addosso quando nel grido prende le vere sembianze  quel suo mostro interiore che ci rivela le piaghe di quel corpo martoriato che non può far altro che cercare di muoversi  restando posato su quel suo trespolo senza via di fuga.
La nudità esposta della Gallerano urla e si stravolge ferendosi in un autolesionismo stremato ed esasperato, mentre affonda incatenata ad una sorta di cecità imposta, di ingenuità forzata nel gorgo nero di un arrivismo sanguinario.
Mai ci si sofferma sulla nudità tanto è feroce l’interpretazione della Gallerano, che riesce a dare molto di sé al testo vestendosi di esso, raccontando la storia di colei che cede al gusto, alla necessità, ai desideri nutrendosi sfamandosi, inghiottendo tutto quello che possa promuoverla come femmina nuova e diversa e che possa aiutarla a disperdersi e ad oggettivarsi nella società.
Difficile distaccarsi dalle vicende narrate sul palcoscenico, così come è difficile separarsi da quel sentimento di adesione, di complicità causato nel riconoscersi, nel ritrovarsi incastrati all’interno del pantano che viene narrato dall’opera di Ceresoli. Un meccanismo torbido che presenta ben poche alternative allo spettatore, costretto a sporcarsi le mani e ad attuare un procedimento espiatorio che coincide nell’esplosione  di un applauso che forse ci vuole tutti complici della tragedia.

Recensione di Margherita Bini:

Il 2 marzo alla Città del Teatro di Cascina va in scena La Merda/The Shit, il monologo  (primo capitolo del “Decalogo dello schifo”) di Cristian Ceresoli, interpretato da una fantastica Silvia Gallerano. Dopo gli esordi in Italia la versione in inglese dello spettacolo (The Shit) approda al Festival di Edimburgo per ricevere recensioni entusiaste e fare incetta di premi tra cui il Fringe First Award for Writing Excellence. Silvia Gallerano diventa la prima attrice italiana a vincere, come best solo performer, il The Stage Award for Acting Excellence 2012.
In “La merda”, soggetto produttivo indipendente, frutto della collaborazione tra Cristian Ceresoli e la producer Marta Ceresoli, è un assolo in cui Silvia Gallerano, attraverso una maschera fisica e vocale di sua invenzione, interpreta la rivoltante confidenza pubblica di una giovane donna brutta intenta ad infiltrarsi nel mondo dello spettacolo e della tv. Dal dialogo schizofrenico a più voci di Cristian Ceresoli, Silvia Gallerano, nuda come il suo corpo (affaticata da uno stato di gravidanza avanzata) attua una trasfigurazione che turba e impressiona per vocalità e capacità espressive fuori dal comune. Seduta su un enorme sgabello nero da circo, come carne da macello, con in mano un microfono con cui gioca e un faro di luce puntato addosso a “occhio di bue”, l’attrice sviscera tutti i luoghi comuni delle menti delle piccole donne cresciute a diete da fame, sogni di vana gloria,  che imperversano sugli schermi. Dalla sua bocca rossa nasce una smorfia che si espande per tutto il corpo dando forma a gesti grotteschi , il suo viso mobile e la recitazione ci restituiscono in modo totale il personaggio della ragazza bulimica, passando con grande duttilità vocale e mimica agli altri personaggi del quadro, il padre, l’amico sulla sedia a rotelle, la madre e i grandi uomini della tv, fino ad arrivare a un grido d’ira che sfocia in un’alienante follia.
La protagonista si immerge in una narrazione di episodi che si susseguono in un'atmosfera di crescente disagio accompagnata da un pungente sarcasmo che non tralascia alcun dettaglio nella descrizione degli eventi. Si passa dall' immagine morbosa del padre coronata dall'inno nazionale cantato a stento alle diete di mele per dimagrire, i mostri della tv che la deridono e umiliano fino ad una manifestazione totale di un conflitto interiore che si esprime in tutta la sua forza e frustrazione. La madre ripetitiva e ossessiva non fa altro che alimentare una situazione che ha già raggiunto il culmine di insostenibilità.
Lo stato d'animo prevalente è il senso di rivalsa nei confronti di tutto ciò che rappresenta il potere di un ambiente nel quale conta la fama e l'aspetto esteriore. Un ambiente dove ogni qualità umana, morale ed intellettuale non solo cede il posto all'apparenza ma viene declassata, sminuita ed infine ignorata come si evince dal monologo.
Di spessore le caricature delle parodie dei personaggi protagonisti degli eventi narrati in un'interpretazione che tocca il massimo della satira.
Analogie come la smorfia dell’attrice e la sua “vocina” che richiamano i personaggi di Franca Valeri.
Il monologo denuncia la perdita di ogni identità e dignità a cui viene sottoposta la condizione femminile vittima del sesso forte e dell’apparire. Sguardi immensamente tristi e sorrisi dolci restituiscono un personaggio fanciullesco innocente, ingenuo e indifeso di splendida oscenità, un’ identità che risulta assente. Lo spettacolo è testimone di una crisi massmediatica italiana, pervasa come dice l’autore Cristian Ceresoli da un latente fascismo, in cui la donna è vista come un oggetto. Le luci, al centro, come fari da spot pubblicitario si spengono al momento degli urli alternati da l’ inno nazionale italiano, liet motiv di tutto il monologo.  
A presentare lo spettacolo Lorella Zanardo (autrice de “ Il corpo delle donne” e  “Senza chiedere il permesso”) spiega perché la donna è demonizzata, mercificata e schiava di stereotipi creati soprattutto dai moderni programmi televisivi.

Recensione di Gianluca Arena:

“Il lavoro di Gallerano si incentra sul corpo, esprime col corpo che è nudo e soprattutto ‘inaspettato’, perché è un corpo soggettivo, non de-umanizzato, che agisce, che comunica” dichiara Lorella Zanardo (autrice de Il corpo delle donne) alla conferenza pomeridiana tenuta a Cascina per presentare lo spettacolo The shit. Fin dall’ingresso del pubblico, il sipario è aperto, come se non si volesse nascondere nulla, e l’unica protagonista si presenta sola in scena per tutto il tempo, nuda, coi capelli raccolti in due crocchie ai lati della testa e su un trespolo da circo. L’ingresso del pubblico è accompagnato da alcune battute dell’attrice che, oltre a rivolgersi agli spettatori, se ne prende anche gioco, e subito si sente la voce acuta e isterica del personaggio. Inizialmente l’attenzione viene attirata da questa nudità, completa e “inaspettata”, alla quale però ci si abitua in fretta, per rimanere colpiti dal personaggio illuso e intenso, paranoico, che racconta le proprie sofferenze e convinzioni, nella speranza che possa entrare nel “mondo che conta” dei divi e delle donne libere e battagliere. Denunciando la società dello spettacolo italiano, il testo di Cristian Ceresoli viene ben interpretato dall’attrice Silvia Gallerano: l’impossibilità di muoversi liberamente, la “prigionia” sul trespolo, viene colmata con ampie oscillazioni timbriche e ritmiche, che avanzano e si alternano con un climax ascendente di volume e di tono, e da una illuminazione “a pioggia”, puntata sull’attrice dall’alto, che proietta a terra poche e definite figure geometriche. Espressioni e gesti carichi di energia, ingenua follia, deliranti, diventano la rappresentazione del volto dell’Italia smarrita e nevrotica di oggi. La protagonista è una ragazza “pronta a tutto”, che racconta e manifesta tramite i propri flussi di coscienza, alcune delle sue esperienze personali che l’hanno portata a provare rabbia nei confronti dello show-biz e della vita in generale, accorgendosi di trovarsi in un mondo corrotto, sporco, lussurioso, demoniaco. La ragazza insegue il suo sogno di “diventare qualcuno”, ripudiando sua madre (“una semplice casalinga”) e disposta a corrompersi per trovare un valore ma diventando vittima e carnefice di sé stessa. L’illusione della libertà e della liberazione dall’inconcludenza è ciò che suscita questa determinazione, e ogni capitolo della narrazione finisce con le urla libere e “liberatorie”, venerando l’obiettivo tanto desiderato. Lo stato di gravidanza avanzato della Gallerano, scelta non voluta ma nemmeno ostacolante, ricorda che il corpo femminile racchiude la vita in sé, la crea e la percepisce, la mostra e la comunica, in contrasto con l’effetto ripugnante creato dal modo in cui il personaggio lo usa, trasformandolo in un semplice oggetto per essere scelti ai provini. Il nudo in scena dell’attrice ci fa tornare in mente che il corpo rimane sempre uno strumento di comunicazione potentissimo, dove la bellezza, ormai diventata strumento razzista, e non oggetto d’aspirazione, non ha niente a che vedere con la sua capacità comunicativa. Toccante è l’inno di Mameli finale, che la ragazza doveva imparare per una pubblicità e che ricorda che Ceresoli scrisse il testo proprio per i 150 anni dell’unità d’Italia. Una Italia però dissonante e “sporca”, dove si ignorano e si fraintendono i valori ambiti dai propri avi.

Recensione di Giulia Paoli

Silvia Gallerano è già in scena, nuda, illuminata, appollaiata su uno sgabello enorme che la fa sembrare piccola e gigante al tempo stesso. Ha il microfono in mano, acceso, e si rivolge agli spettatori. La protagonista impersonata dall’attrice si racconta in una conversazione/confessione, concitata e devastante nel suo candore. La stessa assenza di pudore con la quale sta in questa scena, nuda quanto lei. Lo spettacolo, vincitore di vari premi tra cui il Fringe First Award 2012 di Edimburgo nella categoria Writing Excellence, è costruito e sorretto, nei suoi tre brevi atti simmetrici ognuno dei quali concluso con un climax ascendente e il buio, grazie alla straordinaria forza dell’interprete e all’accattivante e discusso testo di Cristian Ceresoli.
Il pretesto dal quale tutto parte è l’arrivo di una telefonata per il provino di una pubblicità progresso sul Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia: l’ occasione di diventare una “vera donna che si è buttata, da sola, e ha preso il treno”. La merda. Decalogo del disgusto #1 è davvero tale, ti disgusta tutto: il personaggio, la sua pettinatura da bambinetta, il suo trucco eccessivo e sbavato, la sua voce acuta e antipatica, la sua cadenza, il suo modo di star seduta, il suo vittimismo latente, il mondo che racconta, le cose che dice, come le dice. Ancor più ti disgusta che lei non sia disgustata. Ha accettato tutto in nome di modelli e valori travisati per rientrare in questo sistema. Così l’emancipazione femminile, il mito del self-made-man, la lotta diventano orribili giustificazioni per arrivismo, vanagloria, successo. Accanto ai Mille e ai Partigiani appaiono donne e uomini di oggi che, nella visione distorta del nostro personaggio, sono eroi del nostro tempo. E come sfondo continuo il fantasma del padre, morto suicida sotto un treno.
Silvia Gallerano è splendida nel freddo, spoglio e silenzioso palco. Incentra la sua interpretazione sulla mimica facciale e la voce, estremamente versatile, con le quali gioca in un continuo deformare di linee e suoni. L’uso dei gesti e delle voci, sempre diversi per ogni personaggio di cui narra, e anche solo il suo semplice stare in scena danno un quid in più a tutto lo spettacolo drammaturgicamente interessante. Il testo di Ceresoli, benchè si presenti forte e ben strutturato nei richiami e nei dettagli, presenta un epilogo finale – l’Inno di Mameli cantato a cappella da Gallerano – che unendosi a una serie di altri cenni, forza il senso di tutto lo spettacolo appiattendolo su una critica all’Italia che avrebbe diversamente potuto aspirare ad universalizzarsi prendendo semplicemente spunto dal nostro Paese reale. L’opera, infatti, parrebbe schierarsi contro certi valori esaltati dal sistema in cui ci ritroviamo non solo nel Bel Paese e nel quale non esistono più vittime e carnefici, solo automi di arendtiana memoria.
Quando arriva la telefonata, il suo treno per il successo, la protagonista scopre che vogliono una donna grassa con una bella voce per cantare l’inno. Allora rinuncia al digiuno per dimagrire e mangia, mangia a star male. E cerca di trattenere i bisogni, fino a che non può più e – spannung finale – defeca e rimangia tutto. La protagonista divora la sua merda, metafora non molto nascosta di tutto ciò che ingoia e ha ingoiato pur di ottenere questo misero agognato successo televisivo.
Il messaggio sembrerebbe netto e chiaro, sintetizzato dalle due immagini forti del monologo, ovvero la coprofagia e il treno: oggi questo sistema è una merda e buttarsi nel mondo dello spettacolo equivale ad un suicidio.

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