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E' stato così

E’ STATO COSI’ di Natalia Ginzburg. Regia: Valerio Binasco. Luci e scene:  Laura Benzi. Musiche originali: Arturo Annacchino. Costumi:  Sandra Cardini. Produzione PIERFRANCESCO PISANI – PARMAOCNCERTI – TEATRO DELLA TOSSE – INFINITO SRL. Con Sabrina Impacciatore.

Recensione di Margherita Bini

Parete tappezzata da carta da parati a fiori, una triste sedia imbottita di vecchio stile, delle finte rose rosse abbandonate, un microfono sospeso e un sintetizzatore attendono l’entrata di Sabrina Impacciatore: come una condannata a morte trascinata da un boia, si siede sul patibolo.  Con un viso clownesco e trucco pesante inizia la sua dolorosa e ossessiva confessione: Gli ho detto: – Dimmi la verità – e ha detto: – Quale verità – e disegnava in fretta qualcosa sul suo taccuino e m’ha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo  con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto. Gli ho sparato negli occhi.
Sabrina Impacciatore, con una forte immedesimazione, interpreta allo stesso tempo una donna-bambina, un omicida, una madre e un’amante che tentano invano di amare un uomo idealizzato, una via crucis interminabile di derisione, umiliazione e assenza che porta la protagonista a sparare. Un amore in cui nemmeno lei crede, a cui segue una figlia che non sopravviverà.  Un’anima che non trova pace e spiegazione e questo viene reso ancora più evidente quando le luci e la musica si affievoliscono e lo spettacolo giunge alla conclusione, ma non la sonorità della sua voce che ricomincia al buio la sua confessione come un disco rotto. I tre punti luce, semplici lampadine ad incandescenza, disposte una sopra la testa dell’ attrice e le altre due ai lati, raramente si accendono insieme. La lampadina centrale è sempre accesa: questa fievole luce mette in risalto la solitudine dell’attrice e le ombre del volto; con questo tipo di illuminazione la sagoma dell’ attrice è proiettata sulla quinta e questo gioco di ombre dà un colore più tetro alla rappresentazione, rimarcando la tragica storia, quella di un assassina. L’accompagnamento musicale a più riprese ha un andamento a onda, attraverso il quale l’  Impacciatore, grazie alla regia di Valerio Binasco, evoca un personaggio che sembra essere vissuto nel tardo Ottocento in cerca  di redenzione, nonostante la modernità dei costumi: un acconciatura disfatta con un fiore rosso, un piccolo vestito di pizzo e le scarpe rosso sangue, l’attrice ci restituisce l’immagine di una sposa cadavere vittima e carnefice di un destino più grande di lei. L’interpretazione gioca su una mimica discreta che alterna momenti di sorpresa, straniamento e spavento. Valerio Binasco ha cercato di rendere l’ immagine di un testimonianza di un processo: infatti, ha estrapolato dal testo i tratti più importanti e  sia la recitazione che il corpo e il gesto dell’attrice avvinghiata alla sedia seguono questa logica e come un lamento le parole scorrono con poche, ma incisive e piene pause, magiche di una straziante e tenera poesia.

Recensione di Giulia Paoli

Le luci, lampadine da interni e proiettori teatrali, si accendono gradualmente, fino ad illuminare del tutto la scena. Una sedia imbottita vecchio stile, un lembo di parete e pavimento verde a fiori, rose finte per terra, microfono e amplificatore di lato. Spot sulla sedia. Parte una musica lenta, triste che cambia da un triste violino ad un malinconico pianoforte, composizioni originali Arturo Annecchino. Entra Sabrina Impacciatore, traballante sui suoi alti tacchi rossi. Si siede. Il trucco molto pesante è visibilmente sfatto, colato con le lacrime di un prima non visto.
Dopo un’attesa che sembra quasi interminabile, in cui lei sta avvinghiata alla sedia, gambe strette e tese, i muscoli in tensione continua, lo sguardo vacillante e la bocca aperta in una smorfia di dolore, inizia a parlare. La voce è acuta, spezzata e cantilenante. Ogni mezza frase, un respiro/sospiro. Con il microfono la cui asta si protende fin davanti a lei, ricorda una donna al banco degli imputati. Racconta, o meglio confessa, la sua storia: la storia di un amore tragico e tormentato al quale lei ha posto fine sparando “in mezzo agli occhi” al marito. Il monologo, tratto dall’omonimo romanzo di Natalia Ginzburg, è la vicenda di questa donna che ha appena sparato al marito e narra, in un lungo flashback, come tutto è iniziato: l’incontro, il matrimonio, la nascita e la morte della figlia, fino all’esito finale.
L’attrice si lascia completamente travolgere dalle devastanti emozioni di questa donna distrutta. Piange, chiude gli occhi, urla, alla fine ride, risate nervose per la troppa e troppo prolungata tensione.
Sembrano, però, poco efficaci, sia le scelte registiche di Valerio Binasco che l’interpretazione di Sabrina Impacciatore, la quale non fa che enfatizzare la direzione già discutibile. Tutto risultava molto intenso fino alla prima parola, che rompe il precario equilibrio (soprattutto emotivo) in cui era la scena: la qui necessaria illusione drammatica si spezza e si mostra per ciò che realmente è, un quadro costruito con un attore che recita. La voce rotta, acuta e marchiata dal dolore, inserita in questo contesto instabile (musica, trucco e gesti), si colora di toni finti, artefatti; è la classica goccia che fa diventare posticcio, falso e simulato anche tutto il resto. La continua cantilena, questo tono musicale che si ripete – alternata ad una posa della bocca innaturalmente aperta e ad un sospiro – distrae, facendo persino perdere a tratti l’attenzione sulla narrazione. Tale esagerazione ed esasperazione del dolore crea una sorta di muro che non permette allo spettatore (almeno al sottoscritto) di lasciarsi trasportare dal racconto e dalle sensazioni che avrebbe dovuto suscitare, facendo invece sembrare l’attrice esageratamente melodrammatica. Solo nella parte della malattia e della morte della figlia, per il grande tormento della protagonista, Sabrina Impacciatore abbandona buona parte della cantilena e diminuisce le pose, riuscendo finalmente ad essere più convincente.
La storia termina solo per ricominciare, sfumando luce e audio, dall’inizio, in quello che avrebbe dovuto essere un angosciante loop. Questo finale lascia, però, perplessi, decretando l’ultimo e decisamente più azzardato taglio al testo originale, dove invece la protagonista torna a casa dopo il lungo vagare nei ricordi e nella città per dire addio ai cari rimasti e alla vita stessa prima di, si intuisce, suicidarsi.
Infine parte uno scrosciante applauso per, si suppone, la grande prova dell’attrice. Il pubblico ha sicuramente apprezzato e probabilmente pianto insieme all’ “attrice emotiva”, come è stata definita dallo stesso Binasco. Peccato che si sia lasciata sopraffare.

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