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Ticket e Tac

Ticket e Tac di Alessandro Bini, Katia Beni, Donatella Diamanti, Bruno Magrini, Anna Meacci. Regia di Carmen Femiano. Con Katia Beni e Anna Meacci.

Recensione di di Gianluca Arena

Dirette da Carmen Femiano, le due attrici comiche Katia Beni e Anna Meacci si cimentano in un reading-show (composto non solo da letture) con racconti, spunti di vita vissuta, testimonianze e statistiche riguardanti la vita ospedaliera. Al centro di tutto questo sta però la cura e il rispetto della sofferenza umana, che diventano argomenti drammatici sottolineati dalle improvvise parentesi cupe contrastanti col clima comico che contorna la maggior parte dello spettacolo. Clima comico ma anche ironico, che si prende gioco delle telefonate assurde che arrivano al centralino dell’ospedale di Firenze (con battute per la maggior parte provenienti dal volume “Goodbye Kareggi” di Bini e Magrini) e del nostro modo di vivere le proprie patologie. Le scene si alternano tra: due leggii illuminati da una flebo e piccole luci rosse, dove le due attrici leggono le telefonate; alcune sedie e un tavolo sul fondo usate per i monologhi e altre scene di dialogo tra una lettura e un’altra; e dei cuscini, dove le due comiche inscenano le proprie mamme (decedute) che ironizzano sulle figlie. Il ritmo è velocissimo e frizzante e le due attrici riescono bene a mantenere alta l’attenzione del pubblico, con la loro parlata toscana e la loro vasta esperienza comica. Le parentesi dove si cerca di trasmettere la drammaticità della situazione in cui viviamo, però, non risultano cruciali e la gravità e la pesantezza dei problemi denunciati non sono state ben evidenziate. Il fulcro dello spettacolo si divideva tra la parlata toscana/ironizzante e la lettura delle telefonate assurde, ma quelle sequenze che dovevano racchiudere i momenti portanti e tragici (o anche filosofici) dello spettacolo sono risultati di importanza secondaria. Sembrava addirittura che, paradossalmente, le due attrici fossero in difficoltà per le troppe risate del pubblico e che si siano fatte addomesticare da quest’ultimo rendendo lo spettacolo pienamente comico, lasciando da parte il lato della serietà e della denuncia. Le scene delle mamme, che dovevano mirare alla tenerezza e alla commozione, risultano “simpatiche scene tra una lettura e l’altra”, e lo stesso vale per i monologhi e aneddoti drammatici che riguardavano testimonianze di persone portatrici di malattie rare. Lo spettacolo, oltretutto, è durato più del previsto (forse per queste incongruenze riscontrate davanti a un pubblico toscano) risultando pesante sul finale. Concludendo, questo reading-show si rivela molto divertente per la grande capacità delle due comiche, ma l’obiettivo di avvicinare e sensibilizzare il pubblico a certi problemi riguardo la salute (e la morte) non viene raggiunto, a causa della schiacciante forza comica che ha condizionato tutte le reazioni del pubblico e, di conseguenza, delle attrici.

Recensione di Gemma Salvadori

Nato inizialmente intorno alla lettura del libro Good Bye Kareggi, il reading show riguardante salute e benessere, ipocondria e malasanità portato sulla scena da Katia Beni e Anna Meacci, per la regia di Carmen Femiano e con la collaborazione di Donatella Diamanti, fatica a prendere il volo perdendosi fra le corsie ospedaliere dove le storie raccontate si susseguono. 
Il sipario si apre presentando una scenografia “modulare”, funzionale alla messa in scena. Compito delle due artiste sfare e disfare, nascondere e mettere in mostra davanti agli occhi degli spettatori  mentre la recitazione prosegue . Niente di esteticamente troppo ricercato se non, forse, i due leggii che uno accanto all’altro si affermano nel nero delle quinte con delle flebo rosa appese sulla cima. Qualsiasi oggetto presente ricopre, simbolicamente, il suo ruolo concreto definendosi all’interno delle dinamiche che prendono vita sul palco. Ogni episodio è infatti caratterizzato e differenziato da essenziali, ma non per questo poco significativi, cambi di scena che hanno il compito di favorire la narrazione creando un determinato ambiente e rendendo una precisa atmosfera.
Articolato tra letture, testimonianze raccolte e racconti di natura autobiografica l’intero spettacolo, pur non perdendo di vista il senso di rispetto e solidarietà per chi soffre, si lascia sfortunatamente “dirottare” verso il riso leggero da una  platea che tende ad accantonare il significato dell’opera dando importanza piuttosto a come viene esposta.
E’ proprio l’esposizione il problema principale poiché è il vernacolo a rubare la scena insidiandosi all’interno della narrazione togliendo, di fatto, credibilità anche nei momenti di maggior intensità alle parole che vengono dette che non atterrano pesanti sulla platea come dovrebbe essere ma si dissolvano nell’aria nel riso che sfugge nella dicitura ritmata di improperi nostrani.
Un reading-show, come è stato detto,  in cui la pur sempre brillante prova delle due artiste, Beni-Meacci, che si muovono sul palco frenetiche e complici, si perde nella dilatazione dei tempi comici ripetitivi e concitati. “Ridere è contagioso”. Sono appunto gli inframezzi comici, tratti dal libro di Magrini-Bini di cui sopra, a fare da sovrani, a dominare il palco, stravolgendo, di fatto, l’intera messa in scena: vero e proprio leitmotiv dell’intero spettacolo, conquistano a pieno l’attenzione spersonalizzando il testo, appiattendolo in vignette fini a se stesse.
Colpa forse di un pubblico eccessivamente partecipe e terribilmente ingombrante che invade senza scrupoli lo spazio scenico, coadiuvato dall’eccessiva indulgenza delle due interpreti alle quali non si può recriminare di aver dato alla platea ciò che questa richiedeva.
Fagocitando lo spettacolo, il pubblico si rende colpevole di averlo privato del suo senso più intimo e più profondo valorizzandone gli aspetti superficiali e incatenando le stesse interpreti in una dimensione volta a lenire l’appetito ma non a togliere la fame.

Recensione di Giulia Paoli

Per lo spettacolo Ticket e Tac con Katia Beni e Anna Meacci, il Teatro Politeama di Cascina è, al di là di ogni previsione, pieno, tanto che sono stati costretti ad aprire la sala grande. Le due comiche toscane hanno deciso di affrontare i temi della sanità in questo “show-reading”, come lo hanno definito loro stesse, che si diversifica in vari momenti e varie tematiche (cibo ospedaliero, telefonate al centralino, visite, operazioni, malattie rare), alternando alcune letture sceniche a piccoli sketch. Le due attrici in un continuo ping-pong di battute dal ritmo elevatissimo – alle volte persino troppo, perdendo qualche tempo comico – sostengono un’ora e mezzo di spettacolo senza, quasi, mai annoiare. La regista Carmen Femiano ha dichiarato che non c’è stato bisogno di fare un vero lavoro sul testo, è bastato dare loro lo spazio e il tempo per masticare bene le parole e poi cercare di arginare la loro vulcanica comicità. Testo che comunque non è che un collage di vari episodi: ciò che infatti leggono sui leggii fatti a forma di flebo o raccontano da lettini e sedie da sala d’attesa sono situazioni realmente successe, raccolte tramite libri o testimonianze dirette.
Oltre al far ridere con le classiche battute da cabaret, Beni e Meacci ricercano anche un po’ di risate a denti stretti, dando spazio alla denuncia sociale. Come nel caso della ricerca medica, della clown terapia o delle barriere architettoniche per taglie forti. Accanto a questi si sono fatte portavoce, attraverso lo spettacolo, di una rara malattia che in Italia (unico paese europeo) non è riconosciuta come invalidante, la MSC (Sensibilità Chimica Multipla).
I momenti più esilaranti sono stati la lettura delle telefonate del centralino dell’ospedale di Careggi a Firenze e l’elenco degli oggetti “strani” recuperati dalle più disparate parti del corpo umano. Esilaranti, si, ma forse troppo lunghi, compiaciuti e ammiccanti verso il pubblico, imponendosi da protagonisti nella loro leggerezza su tutta la performance.
Con il grosso aiuto della musica e delle luci precise, puntuali ed appropriate e della scenografia modulare, grazie al dialetto toscano ed alla loro verve innata, le attrici conquistano letteralmente il pubblico che non fa che ridere e applaudire, costringendole in alcuni casi a fermarsi. Le due donne sono a loro agio sul palco, si potrebbe quasi dire che non sono altro che loro stesse ed evidentemente si gongolano nel successo, regalando qualche battuta scontata che, però, non fa che buttare benzina sul fuoco delle risate. È noto come la risata sia la cosa più contagiosa insieme agli sbadigli, per cui, una volta scaldato il pubblico, lo spettacolo non è che una lunga discesa verso il successo di gradimento e per quanto nel complesso non risulti un capolavoro, va a segno nel suo intento contagiando quindi con la comicità e non con la noia.

Recensione di Selene Nannicini

Due donne unite da un destino comune sono le protagoniste del brillante spettacolo Ticket e Tac andato in scena alla Città del Teatro di Cascina giovedì 28 febbraio in occasione della Giornata Mondiale sulle Malattie Rare. Katia Beni ed Anna Meacci divertono il pubblico solo con la loro presenza in scena. La commedia si articola in vari momenti: dalle due “vicine di letto” in ospedale, alla concitata lettura al leggio degli strafalcioni più simpatici e grossolani registrati dal centralino dell’ospedale di Careggi (provenienti dal volume “Goodbye Kareggi” di Bini e Magrini) ed espressi da alcuni pazienti chiaramente poco esperti riguardo le varie terminologie mediche; dalla rappresentazione delle due rispettive madri delle attrici (morte entrambe di tumore al pancreas), divenute ormai spiriti fluttuanti, ai brevi racconti in forma di monologhi. La struttura dello spettacolo risulta ben costruita e ben orchestrata: la dinamicità è la parola d’ordine  di tutta la commedia e le due attrici protagoniste non lo dimenticano, anzi riescono perfettamente a stare al passo dei serratissimi e spietati “tempi comici”. L’arrangiamento scenico più rilevante è senza dubbio l’evocazione dei letti d’ospedale attraverso i due cuscini posizionati dietro alle teste delle due attrici (come sospesi) che, restando in posa eretta, compiono semplici ma efficaci gesti. Purtroppo qualche errore viene commesso in scena e ciò compromette talvolta lo svolgimento dello spettacolo; inoltre è da segnalare l’uso dei microfoni ad archetto che in questo caso più che aiutare hanno ostacolato spesso la comprensione delle battute. Lo stile che si è scelto di usare è quello del varietà, forse eccedendo: infatti, la “toscanità” a livello linguistico tende ad oscurare il tema sul quale si vuol porre l’accento, ovvero, le malattie rare (in particolare l’MCS). L’interpretazione delle due madri è la perla che impreziosisce la rappresentazione: tocco originale e superba capacità di resa da parte della Beni e della Meacci. Impersonare la propria madre, per giunta morta, denota un’importante responsabilità, una forte presa di coscienza di ciò che si sta facendo, ecco perché quel dialogo tra madri (figlie) suscita commozione: chi assiste alla scena, oltre a rimanere colpito, viene travolto da una sorta di compassione unita a rispetto. La difficoltà nell’affrontare una perdita è un fatto comune, ma un dolore di tale entità può essere superato solo esternandolo, scherzandoci su: il ricordo è l’unica forza. La vicenda si chiude sul dialogo tra le due madri fantasma che commentano l’operato delle loro figlie ritenute, dalle due, ingrate: com’è possibile che ringrazino tutti coloro che hanno collaborato a questa messa in scena tranne loro, le due vere protagoniste dello spettacolo?

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