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Alan Turing e la mela avvelenata

Vale la pena salire al terzo piano della palazzina in cui ha sede il Teatro Libero, per liberare la mente. Fino al 12 maggio va in scena ALAN TURING E LA MELA AVVELENATA, una storia su cui riflettere. La storia di un uomo geniale ed eccentrico, Alan Turing, matematico, morto suicida all’età di 41 anni. Si uccise mangiando una mela avvelenata.

Come tutti i geni era un po’ infantile e come tutti i bambini, adorava la storia di Biancaneve, era solito canticchiare il ritornello della canzone di Biancaneve: “Vorrei un amore tutto per me…” Chi non lo vorrebbe? Ma questi amori esistono solo nelle favole. Altro che favole…Il buio, le luci taglienti, la recitazione sincopata ci proiettano subito nella realtà…si sta svolgendo un processo. Una voce fuori campo, gelida tagliente accusa senza pietà. Buio in sala, questa frase, pronunciata a singhiozzi e ad alta voce, arriva come uno schiaffo. Alan Turing genio della matematica, fu un precursore dei computer e delle intelligenze artificiali, scrisse testi sulla morfogenesi, sulla teoria computazionale. Il suo lavoro ha avuto notevole influenza sullo sviluppo dell’informatica, è considerato il padre della scienza informatica e dell’intelligenza artificiale. Si dice che il logo della Apple sia proprio un omaggio a questo studioso. Turing fu anche uno dei più brillanti crittoanalisti che agirono in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale, per decifrare i messaggi del nemico. Durante la Seconda Guerra Mondiale Turing lavorò infatti a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi del Regno Unito, ideò una serie di tecniche per violare i cifrari tedeschi, incluso il metodo della Bomba, una macchina elettromeccanica in grado di decodificare codici creati mediante la macchina Enigma. A titolo di ringraziamento per i servigi resi durante la guerra, venne decorato con L’Ordine dell’Impero Britannico, divenne membro della Royal Society, ma quando scoppiò lo scandalo sulla sua omosessualità venne processato per atti osceni e condannato alla castrazione chimica. Il monologo rappresenta un dialogo immaginario fra Alan Turing e sua madre. A scandire il ritmo di questa conversazione fuori dal tempo le voci del Tribunale, dove in nome della Regina si decide la condanna di una delle menti più geniali del XX secolo. Il teatro non è solo rappresentazione della realtà ma anche visione e trasfigurazione della realtà. La regia di Carlo Emilio Lerici, con un gioco di luci a volte impietoso, a volte tenero, racconta, attraverso le illuminanti espressioni di Gianni De Feo, queste visioni, la storia di una vita interrotta. La recitazione di Gianni De Feo procede come una danza, cambia radicalmente, mostra la gioia e il dolore, emozioni e riflessioni in una scena contrassegnata dal lutto. Il lutto si addice ad una società che uccide i suoi figli più geniali, estroversi, in nome di una normalità che genera orrori. L’attore al centro della scena dialoga con la madre, ascolta le accuse, illuminato dalle luci di scena che arrivano come saette, da destra e da sinistra, creando effetti di sospensione. Come un’immagine olografica la testa resta quasi sospesa nel vuoto, nel mezzo. “Prendo chili e perdo capelli e la testa in mezzo a non capire più niente” Non potendo capire, chi ingiustamente lo condannava, Alan Turing ha preferito morire.

Foto Chiara Scardozzi

Dal 6 al 12 maggio 2013
Alan Turing e la mela avvelenata
di Massimo Vincenzi
regia Carlo Emilio Lerici
con Gianni De Feo
voce fuori campo Stefano Molinari
musiche Francesco Verdinelli
produzione Teatro Belli / Diritto e Rovescio / Garofano Verde

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