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Tutta la vita davanti

Scoprendo di aver programmato scadenze e appuntamenti a ridosso di eventi imprevisti o invisibili, capaci di conferire, col senno di poi, maggior significato a ciò che appariva una confusa emergenza personale, capita di sentirsi come palline da biliardo mosse da oscure ma sapienti energie. A questa tesi in parte junghiana fa da sfondo una larga serie di spiegazioni di natura variamente religiosa, che trasformano Mercurio, Krishna, Nike, Odino, Gadamer e lo “spirito del tempo” in una bella squadra di robusti alleati, da tenere doverosamente da conto.
Perchè ignorare allora il buffo fenomeno che si è reso percepibile assistendo alla “vetrina” di giovani attori che l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’amico” ha presentato pubblicamente per la prima volta, in occasione del loro diploma, da martedì 8 a domenica 13 aprile 2008? L’annuncio è stato diffuso in concomitanza della campagna mediatica che avviava a nuove elezioni il nostro Paese, ma anche più o meno in contemporanea all’uscita nelle sale cinematografiche di un film di Paolo Virzì, intitolato “Tutta la vita davanti”: un buon lavoro, leggero e complesso insieme, costruito con cura sulla difficile condizione, esistenziale e lavorativa, dei giovani (ma anche “ su un Paese in preda al berlusconismo, al capitalismo postindustriale e al dominio dell’apparenza”).
Entrambe le circostanze (inizio della campagna elettorale e diffusione del film) hanno finito per agire da amplificatore sul senso di vaga apprensione provocato dal constatare quanto dignitoso e vero fosse lo slancio dei debuttanti, proiettati in direzione di un orizzonte immobile, nonostante l’impegno e il talento a 360°. Perchè non sono, quelli che si vedono affacciarsi alla vita del palcoscenico, i disperati ragazzi del call center di Virzì, deprivati del più elementare livello di coscienza, testoline vuote predisposte al plagio e assetate di affermazioni a qualunque costo etico. Non sono quelli. E non sembrano neppure essere i fortunati per casta, che (per dirla tutta con Virzì che nulla tace) sembrano affollare gli spazi produttivi della Rai e delle case editrici. No, sono altri.... ragazzi normali, con la marcia in più della passione, della vocazione talvolta: per intenderci, un livello medio assai alto, con quattro o cinque figure eccellenti per serata. Ciononostante il loro futuro è sospeso.
Ora, la cultura non fa tutta la differenza, ma certo aiuta e lascia anche sperare che lo spessore intellettuale del clima accademico nel quale sono cresciuti li sostenga nel tenere alte le speranze. Di più: a cambiare le regole dei giochi, laddove (vita o lavoro) le proposte si dovessero fare ricatto, sfruttamento. Li guardo chiedendomi questo quasi a intermittenza, mentre li osservo proporre coscienziosamente temi e figure di emergente attualità, attraverso un’ opzione per la drammaturgia contemporanea che rasenta il servizio civico: Pinter, Fo e Rame (Elisa Gallucci e Valentina Caimmi) , poi Berkoff, Ensler (Eleonora Tata), gli italiani De Bei (Barbara Giordano e Alessandro Marvertri), Paravidino, Manfridi. Ma anche due notevoli Giuseppe Fava (Giuseppe Mortelliti) ed Elio Petri (Cecilia D’amico), la Ginzburg di Claudia Crisafio, il Bernstein di West Side Story di Alessandro Cosentino, sicura promessa del palcoscenico musicale e.. ma guarda... un omaggio al non dimenticato Francesco Nuti, da parte di Giorgio Regali, che ne interpreta amabilmente il “Caruso Pascoski di padre polacco”.
D’improvviso mi accorgo, ascoltandoli, che non di rado il piacere di possedere la scena sfiora l’assunzione di responsabilità: a un passo dalla politica perciò. Mentre raggiungevo il teatro (oltre una Piazza del Popolo gremita il giusto da persone insolitamente “a modo” per le masse) sentivo risuonare alle mie spalle la voce di Veltroni che chiudeva in quel momento la sua campagna elettorale, eppure in quella sala ho avuto netta l’impressione che a tenere il discorso pubblico fossero loro.
E che, considerate le notizie più recenti dei telegiornali, dovranno anche continuare a tenerlo.

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