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Non è un paese per donne

Non so di chi sia la battuta (che prende spunto dal durissimo “Non è un paese per vecchi”, quattro statuette Oscar da poco consegnate ai fratelli Coen), ma la raccolgo al volo da un servizio radiofonico. Con un certo divertimento, lo confesso: capita talmente di rado di respirare atmosfere consapevoli e bendisposte rispetto alla condizione femminile… “Figuriamoci per donne vecchie” aggiunge intanto mia madre fulminea, senza alzare lo sguardo dal suo libro e con un sorriso ineffabile stampato sotto il naso.

Su questo argomento vado ruminando da qualche tempo a causa di un altro film insospettabile, nonchè poi del libro da cui la pellicola ha avuto origine: “Caos Calmo” di Sandro Veronesi: cioè “quiet chaos” , si legge meglio nel testo, parola inglese, anzi americana,che indica una caccia che non finisce mai, dove il cacciatore può da un momento all’altro trasformarsi in preda: faccende aziendali con acuti risvolti etici.

Strano romanzo, intenso e diretto : più strano il film giacchè sembra impossibile che ne sia nata non dico una sceneggiatura aderente, ma una traccia agibile. Eppure non è stato apprezzato il giusto: non compreso appieno, direi. Lascia pensare il fatto che un sacco di talenti indiscussi abbiano scelto di farsi coinvolgere a realizzare da questo racconto un film tanto atteso. E se ne sente la tessitura forte.

Vediamo il parterre dei modelli maschili in campo : autore dicevamo Sandro Veronesi, produttore Domenico Procacci, Nanni Moretti interprete ( e senza dubbio co-sceneggiatore) insieme a Alessandro Gassman e Silvio Orlando, regista Antonello Grimaldi. Mancano due o tre nomi e la rassegna della crème de la crème dei maschi italiani appartenenti al mondo cinematografico e teatrale è completa. Questa selezione elementare non è casuale da parte mia e, ritengo, nemmeno da parte del team in questione: si sente respirare, nel romanzo e nel film, un “pensiero maschile privilegiato” per censo, aspetto e cultura; un pensiero intelligente, ma assuefatto all’agio economico, alla cura dell’immagine e al potere: in poche parole pericolosamente narciso. Di più: non è un pensare “solitario” , ma un pensiero profondamente radicato nel sociale e un sociale agito e strutturato da gruppi di maschi.

Non si tratta una svista degli autori: è di questo che si parla su più piani in entrambi i prodotti culturali e si intuiscono le smagliature della compattezza psichica dei personaggi di quel sesso. Per contro l’assoggettamento, la sottovalutazione, la rimozione dei soggetti femminili lascia intorno a sé un’aura di sofferenza e precarietà tale che marca un segno avverso alla donna: manco si fosse, in pieno 2008, in balìa di una maschia casta militare, o addirittura di un servizio di sacerdozio. Sotterranea autocritica? Delle quattro figure femminili di riferimento la più importante è morta e la sua traccia è silente, una è un soggetto erotizzato e demonizzato in maniera paternalisticamente schizoide, un’altra non solo è psicologicamente fragile ma non è neppure uno stinco di santo, la quarta ha undici anni e nella sua qualità di “figlia” è una stellina meravigliosa. Così il campo resta completamente sgombro per virili comportamenti e robuste superfetazioni dell’ego. Veniamo ai fatti.

Il protagonista è il dirigente ben quotato di una società di telecomunicazioni in fase di fusione con un’altra azienda, al quale muore improvvisamente la moglie, mentre è impegnato a salvare dall’annegamento un’altra donna. (E ti pareva) Avendone già rimosso emotivamente la presenza in vita,in virtù di un legame non più erotico ma semplicemente parentale, non ha nessuna difficoltà a rimuoverne il senso di perdita da morta. Superficiale e combattivo, il nostro ( per inciso chiamato, con nome significativamente tosto e integerrimo) Pietro Paladini, non si accorge di regredire nella posizione d’attesa del “rocchetto” freudiano: per non sentirsi (come direbbe coloritamente Peppino De Filippo) “sparpagliato” a causa della frattura del cordone ombelicale con la moglie-madre, lui lo riesuma e, rimpiccolendosi, lo connette alla figlia, credendo confusamente di attivare “responsabilmente” un sacrosanto rapporto genitoriale, che riproduca il senso di un vincolo, offra di lui un’immagine ammirevole e intanto, ambiguamente, attutisca la doppia catastrofe familiare e professionale.

Una situazione di caos calmo, che trova il suo analogo in complesse dinamiche aziendali. Lo scenario della società di telecomunicazioni si evolve intanto allegoricamente in senso parallelo alla crisi morale del protagonista, esplicitando strutturalmente il genere di mancanza di coerenza che precede l’abisso…. (Di che paese stiamo parlando? ..Ehm, no, no ..il titolo originale indica genericamente country…) Il responsabile delle risorse umane intanto (sì, il riferimento al romanzo di Abraham B. Yehosha è contenutisticamente pertinente) si accorge che il modello di fusione aziendale praticato è molto primitivo, monocentrico, rigido e verticale come la visione del mondo ebraica, mentre l’impatto della fusione rischia di scatenare pressioni e tensioni disumane, più saggiamente amministrabili con una partitura del potere a tre, di modello cristiano. L’acutezza della riflessione trascura un solo particolare: il limite è altrove e cioè nell’incapacità assoluta di allontanarsi da un modello che non resti rigorosamente paternalistico. Alla caduta di “credo” sulla missione personale e aziendale, alla scomparsa dell’unico soggetto leale che era la moglie Lara, Paladini risponde introiettando la perdita e proponendosi lui stesso leale e integerrimo con i capi dell’azienda, fino a rasentare l’autodistruzione….
Un percorso apparentemente di presa di coscienza della propria doppiezza nel condurre sciattamente la vita sentimentale che vorrebbe lasciar sperare nel cambiamento, ma lascia supporre piuttosto una deriva psichica: dopo una larga brillante riflessione sulla sua vita Pietro Paladini non evolve, ma ripete il clichè autoreferenziale e colpevolista del vecchio padre in colloquio ricorrente con la moglie morta: “E ora mi passate Lara, per piacere?” … Per rendere competitiva una società di telecomunicazioni mica male……Insomma, non è un paese per donne, perché è un paese per vecchi? Forse, ma c’è ancora un colpo di scena in semi-finale: dov’è che portano le riflessioni di Paladini nell’unico momento in cui si fa tentare professionalmente dal capo che impersona il Male assoluto? A teatro. Provare per credere: Schnitzler, “Gioco all’alba” sarebbe il suo spettacolo, anzi il suo film come lo fu “Doppio sogno” per Kubrik, e, conoscendo il testo, si scopre finalmente l’ ammissione di colpa totale. Era ora. Manco a dirlo, la colonna sonora è tutta, ma tutta, bellissima, anche se, in genere, il pubblico si affeziona, chissà perché, solo all’ “Amore trasparente” di Fossati...
POSTILLA: non appena ho consegnato queste pagine alla posta elettronica mi succede un felice imprevisto: quello di imbattermi, in modo che più puntuale non si potrebbe, in quella che è esattamente la risposta americana a Caos calmo e l’antidoto su misura al modello patriarcale. Un altro film, stavolta americano, pazzo e colorato gira per le sale e diffonde un delizioso senso di liberazione: “Il treno per il Darjeeling”. Se ne sconsiglia la visione ai soli spettatori codini.

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