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Non è quel che sembra

Non è quel che sembra  Scritto e diretto da Virginio Liberti con Tommaso Taddei Tecnico Antonella Colella Produzione GOGMAGOG con il sostegno di Regione Toscana-Sistema Regionale dello Spettacolo.

Recensione di Selene Nannicini

Sarebbe comico se non fosse tragico, opera teatrale della compagnia Gogmagog di Firenze, sarebbe dovuta andare in scena venerdì 5 aprile al Teatro Rossini di Pontasserchio, invece, al suo posto, la stessa compagnia ha proposto Non è quel che sembra, un monologo scritto e diretto da Virginio Liberti ed interpretato da Tommaso Taddei (le sostituzioni o gli spettacoli “di ripiego” sono sempre poco graditi). Le note dell’inno italiano segnano l’inizio della messa in scena, e gli spettatori sono davvero pochi; le cause di tanti (troppi) posti vuoti in sala sono da attribuire, forse, alla scarsa fama dell’attore e dello scrittore sopra citati, fattori ormai essenziali per riempire un teatro. Il monologo è stato un genere sul quale la programmazione della Città del Teatro di Cascina ha puntato molto quest’anno riscuotendo anche un notevole successo (ne sono un esempio gli spettacoli The Shit, È stato così). Il lavoro di Tommaso Taddei è incentrato sul corpo e sulla mimica: sotto le mentite spoglie di un imprenditore, all’apice della sua carriera, ideatore di una squisita salsa alla carne per condire la pasta, si cela in realtà uno spietato assassino, con tanto di turbe psichiche, che, seduto su una sedia in una staticità monumentale, inizia a raccontare la sua raccapricciante infanzia rossa di sangue. Dai gattini appena nati, il piccolo omicida passa in poco tempo ad uccidere esseri umani, poi squartati e bolliti, pronti per insaporire la pasta degli affezionati clienti, a loro insaputa cannibali. Oltre alla “forzata” immobilità gestica, l’attore dimostra di avere una forte presenza scenica unita ad un tono di voce potente e soprattutto suadente: la prima parte della performance è costruita in un crescendo che si acutizza sempre di più, fino a raggiungere il suo limite massimo nel finale. Appare difficile ridere di tematiche macabre soprattutto se alcune parti del testo drammatico si riferiscono alla violenza sessuale su una tredicenne: da qui si evince il senso provocatorio che si avverte in tutto lo spettacolo. Dopo l’intermezzo musicale da discoteca, con tanto di illuminazione in stile, si assiste alla seconda parte della performance basata sempre sul tema dell’humour macabro. Il nuovo personaggio in scena sembra appena uscito dall’atmosfera disco creata prima: giacca di pelle marrone maculata aperta sul torso nudo e atteggiamento indifferente. L’attore si siede di fronte al pubblico e fin da subito adotta modi di fare molto colloquiali, come un tipo comodamente seduto al bar; da segnalare che prima di sedersi si cala i pantaloni, così da svelare un paio di mutande nere con tanto di brillantini decorativi. L’attore parla direttamente al pubblico provocandolo con parole e gesti (mostra il coltello agli spettatori), mentre gli argomenti si fanno sempre più cruenti: questo tipo di assassino adesca le sue vittime nei locali notturni e una volta convinti a salire in auto si apparta e li uccide, per il gusto di uccidere. La seconda parte appare più breve e meno incisiva della prima ma interessante da seguire, perché procede, ancora una volta, sul filo umoristico. Un’ora di spettacolo, un’ora di parole pronunciate sempre dalla stessa bocca, un’ora che si conclude con un fragoroso applauso, solo per dire: “Bravo!”.

Recensione di Giulia Paoli

Tommaso Taddei, attore della compagnia Gogmagog, ha sicuramente un viso molto particolare, sembra sia fatto di gomma. Impressione, questa, che aumenta quando nel climax ascendente finale del primo dei due monologhi di Non è quel che sembra vomita veloce un quasi scioglilingua di parole. Scandendo alla perfezione ogni singola lettera di ogni singola frase, la bocca, le guance e la mascella si muovono in un continuo cambio di linee che ne deformano l’aspetto e contrastano vistosamente con l’immobilismo forzato degli occhi e del resto del corpo.
Questa sua fisionomia e questi suoi occhi grandi e pallati contribuiscono a dargli un’aria inquietante. Per cui, sin da quando entra all’inizio sull’Inno di  Mameli, nonostante la gestualità netta e pulita, la voce nasale e impostata, gli abiti eleganti e le parole pronunciate richiamino il mondo della politica italiana in un modo così preciso e realistico che risulta quasi stereotipato, c’è qualcosa di sottofondo che rende tale figura ancor più sinistra, un brivido leggero lungo la schiena ti avverte di non fermarti all’apparenza. E, infatti, non è quel che sembra. L’anima malata del personaggio emerge lentamente, mentre le luci si stringono su di lui seduto per una piccola divagazione sul suo passato, lasciandone intravedere i tratti oscuri. Dapprima il sadismo di un bambino che, spronato dai genitori, accudiva per uccidere cuccioli di gatto. Poi il cannibalismo di un adulto che alla morte della madre ne mangia la carne e interiorizza voce e personalità. Fino a che non arriva chiara l’ammissione, quando ormai non c’è che uno spot sulla sua testa che ricrea l’atmosfera  familiare dei racconti di paura: è un serial killer schizofrenico che stupra, uccide e divora le donne. Non solo le divora, ma sono anche il segreto del successo imprenditoriale della sua linea di sughi.
Meno inquietante, ma altrettanto candidamente agghiacciante il pacchiano personaggio del secondo monologo, introdotto da una marcata ambientazione da discoteca (musica house e luci strobo) e un sipario bianco calato a metà palco. Taddei è seduto come prima, ma in modo decisamente più scomposto avvicinandosi ad una recitazione meno impostata, apparentemente meno curata, con voce e gesti apatici e strascicati: illuminato di luce diffusa, si confessa ancora una volta con il pubblico, ma la conversazione si fa sciolta e informale, il ritmo piatto e il linguaggio non ricercato, in netta antitesi con il monologo precedente che culminava in un delirio totale. È un serial killer che uccide uomini adescati in discoteca per noia e solitudine e che racconta di un mondo fatto di assassini per divertimento e soldi.
Taddei risulta esaltato in questo tripudio profumato di splatter, regge con disinvoltura la costante ed elevata energia necessaria per portare avanti lo spettacolo e sottolinea ogni sfumatura grazie ad una capacità espressiva notevole. Sia nel corpo sia nella voce toni, movimenti e intenzioni aprono un mondo fatto di mille sfaccettature e personalità che riescono perfettamente ad emergere, grazie anche alla drammaturgia di Virginio Liberti, anche autore oltre che regista, letterariamente ricca e ben scritta. Sembra che questi ruoli siano stati cuciti addosso all’attore fiorentino, che infatti ha dato parte dell’ispirazione per la creazione del primo monologo – nato inizialmente come studio singolo con finale diverso poi inserito accanto al secondo –  e ha lavorato a stretto contatto con Liberti durante la stesura di questo testo dalla comicità latente e straniante.
“ […] ma non vi racconto. Tanto è solo uno spettacolo, giusto? Buio”.

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