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Terrorismo semiotico e resistenza civile: note “sul” margine

1) Crisi di rappresentanza e di rappresentabilità.
Sono in corso nei più svariati ambiti della ricerca teatrale italiana indagini appassionate sulle formule linguistiche dell’informazione mediatica: più televisiva che cartacea, più politica ed economica che scientifica o letteraria e artistica. A fronte di un dibattito politico e civile ridotto a grottesca diatriba del tutto autoreferenziale, svincolata dalle attese e dai bisogni del Paese, il linguaggio che lo pervade ne risulta automaticamente avvilito, marcato da ridondanze ed esercizi retorici senza senso, che non veicolano più né significato né pertinenze.
Occorre ricordare (giustappunto) l’impertinenza e l’ironia dei vertici politici, nel commentare con riduttive battute l’enormità di fatti storici o di eventi dolorosi e gravissimi? Dalla logicità dello stupro rispetto all’avvenenza delle proprie connazionali, al matrimonio di fanciulle del popolo con i propri privilegiati rampolli, al bronzage del Presidente della prima potenza mondiale? Per non parlare, invece, del silenzio assoluto (anche da parte degli ultimi baluardi istituzionali) rispetto alla manomissione di qualsiasi sicurezza: Costituzione, Giustizia, Privatizzazione di beni pubblici primari come l’acqua? Questo vuoto pungente si abbatte sull’informazione televisiva e la contagia, intrappolandola in una sintassi pop costruita su formule di pensiero merceologiche, o di mero viscerale folclore.
L’impressionante crisi di rappresentanza in ambito politico si rovescia in una crisi di rappresentabilità sul piano teatrale e l’immoralizzazione del Paese implica una urgente ricerca di verità sul piano rappresentativo spettacolare. “Dalla metà degli anni ’90 il flusso delle informazioni a mezzo stampa e mediatiche si è andato riducendo bruscamente, a misura che Berlusconi intraprendeva un’operazione mediatica impressionante, capace di ribaltare in pochi anni la realtà prima e la stessa capacità di percezione poi. Operazione riuscita grazie soprattutto alla mancanza di resistenza offerta dalla sinistra e dai mezzi di comunicazione nazionali” (Travaglio). Viene in mente la storiella degli Allorquando (contenuta in “Esperia”, curiosa quanto geniale raccolta di racconti di Graziano Graziani per Gaffi Editore conosciuta grazie a un passaparola), che narra di «esserini di incerta forma che si infilano come un fluido nelle orecchie dei viaggiatori e lasciano pruriti d’inspiegabile natura».
Minime subliminali creature che «amano ruzzolare nelle parole scritte e parlate, palleggiare con le lettere e invertire le punteggiature». Sicchè dopo il loro passaggio «si trovano qua e là pezzi di parole smontate e rimontate, e lo stesso vale per i significati, che vengono rivenuti a brandelli, o addirittura fusi con altri significati che nulla hanno a che vedere con quello originale». Un sorridente «terrorismo semiotico». All’interno di questo orizzonte, divenuto riconoscibile, si vanno moltiplicando gli impegni di recupero di memoria e archiviazione, a cura di case editrici che pubblicano il racconto biografico di “personaggi resistenti” di primo piano. Appartengono a questo paradigma i volumi che riportano le combattute esperienze di Valentina Forleo( “Un giudice contro” di Antonio Massari, Edizioni Aliberti), Antonio Di Pietro(“Il guastafeste” a cura di Gianni Barbacetto, Saggi Ponte alle grazie), Paolo Flores D’Arcais , Marco Travaglio (incastonate queste ultime due nella collana “Dialoghi di Marco Alloni per ADV, raccomandabile per l’efficacia e l’agile densità).
Intanto ancora una sorta di passaparola informa che (a cura di Giulietto Chiesa) si va configurando un’iniziativa per la creazione di uno spazio televisivo di informazione indipendente (Pandora) che andrà in onda via satellite, con l’appoggio di canale 927 SKY di Francesco Di Stefano (Europa 7, ricordate?). E’ già prevista la collaborazione di un numero consistente di scrittori e giornalisti di sicuro impegno civile, tra i quali si incontrano le firme di Lidia Ravera e Tania De Zululeta. Chi volesse maggiori informazioni e offrire un sostegno come cittadino editore può collegarsi con www.pandoratv.it.
Allo stesso contesto di assunzione di responsabilità aderisce l’iniziativa ampiamente collaudata di un giovane produttore teatrale che si conquista al punto 2 che segue, un preciso spazio di pertinenza, per la sapiente lettura di questo frangente storico, al quale non si arrende:
2) Post scriptum di un produttore
“Non ringrazierò mai abbastanza Marco Travaglio per aver scritto e interpretato “Promemoria”, una riflessione straordinariamente lucida e documentata sulla nostra storia recente”. Il commento (nel quale si riflette immediatamente il sentimento di chiunque assista a questo formidabile momento di teatro civile) non appartiene né a uno spettatore, né a un critico. Le parole, di totale condivisione, vengono, invece, dal giovane produttore Marcello Corvino, autore di quella iniziativa che nasce, (come le altre piuttosto geniali con Margherita Hack, Piergiorgio Odifreddi, Corrado Augias, Oliviero Beha, Edmondo Berselli, Shel Shapiro e Moni Ovadia) dal desiderio di eliminare il gioco di finzione, portando in scena spaccati di società civile e vita quotidiana.
L’ennesimo segno incisivo, da parte delle forze teatrali più creative, sensibili e nuove, di uno spostamento dell’attenzione sulla “marginalità: il configurarsi spontaneo di uno scarto crescente dai temi e dai linguaggi gestiti dalla “centralità” dell’informazione e delle istituzioni pubbliche, tanto insopportabilmente inquinate da retorica e mistificazione, da provocare un rigetto fisiologico. E se teatro popolare e teatro civile si attestano progressivamente intorno alle dinamiche del quotidiano, nell’elaborazione di una ricerca più pragmatica che filosofica, che possa portare all’espressione di una verità credibile sul piano dei linguaggi e dei contenuti, è grazie all’empatia dell’esperienza vissuta che lo sforzo di autenticità in corso crea condivisione. Un’emozione comune fatalmente giocata, sempre più spesso, sulla lucida presa di distanza dal disegno di appiattimento culturale, massificato e mercantile, che si respira grossolanamente ovunque: sulla stampa, in televisione e in molti spazi pubblici deputati.
In cartella stampa la presentazione dello spettacolo “Promemoria” di Marco Travaglio è accompagnata da un insolito “Post scriptum del produttore” che merita molta attenzione, perché si dichiara lealmente ed eticamente come di rado succede, quale segnale di condivisione di orizzonti con la squadra di operatori teatrali alla quale s’accompagna. Ma anche si propone come accesso diretto alla visione delle potenzialità giovanili in genere (e attraverso quelle) di un versante storico tragicamente compatto e significativo per l’approdo storico odierno. Leggiamo. “Chi, come me è nato in quegli anni (1968), in pieno boom economico, demografico, in una società protesa verso epocali battaglie civili e sociali, con Shel Shapiro che cantava “Sarà una bella società fondata sulla libertà”, nell’Italia che per la prima volta sperimentava una società laica, probabilmente condividerà la sensazione di essere arrivato quando la festa stava per finire.
Difatti i miei primi ricordi indelebili rispetto a quella che chiamiamo (forse con eccessivo ottimismo) società civile, non sono né il Piper Club, né la Dolce vita di Via Veneto. Piuttosto ricordo lucidamente la mattina in cui la radio diede la notizia dell’assassinio di Pasolini, la paura degli anni di piombo, l’omicidio di Aldo Moro, coevo a quello di Peppino Impastato, lo stragismo nero, il terrorismo rosso, il massacro della stazione di Bologna. Il decennio breve degli anni Sessanta era bruciato troppo in fretta perché i figli del ‘68 potessero goderne.
Liceale e quindi universitario per gli interi anni ’80 (gli anni delle tangenti istituzionalizzate, della Milano da bere, del debito pubblico che si gonfiava a dismisura fino a raddoppiarsi nel giro di un decennio) entrai nel mondo del lavoro agli inizi degli anni ’90, quando i debiti accumulati da Craxi e compagnia bella presentarono il conto salatissimo agli italiani e quelli che avrebbero iniziato a pagare sarebbero stati quelli della mia generazione. In quegli anni diventai docente al Conservatorio e quindi ingenuamente pensai che sarei divenuto presto come i miei ex professori (……….) Macchè. c’era il conto di Tangentopoli da pagare, lo Stato era sull’orlo della bancarotta. Era iniziato il precariato di Stato (……….) Mi sono rimboccato le maniche e ho iniziato l’attività di imprenditore nel campo dello spettacolo (……)
In Italia qualsiasi imprenditore è sottoposto a una pressione fiscale e burocratica che non ha eguali in nessun paese civile dell’Occidente. Per un giovane imprenditore senza capitali ereditati è durissima. La domanda che mi ponevo allora come oggi è: com’è giustificabile una pressione fiscale così alta a fronte di un debito pubblico così gigantesco, al quale si somma una burocrazia vessatoria contro la sua forza lavoro? Chi ha affossato il futuro della mia generazione e di quelle successive in un mare di debiti che sta paralizzando l’economia e l’aspirazione degli italiani presenti e futuri? Da tutto questo nasce l’idea che il nostro Paese abbia bisogno di una maggiore coscienza civile e che il teatro debba assumersi il dovere morale di contribuire alla nascita di una società migliore, maggiormente in linea con le più avanzate società occidentali rispetto a temi cardine quali la libertà di pensiero e opinione, l’onestà morale…per citarne alcuni……..Il sogno condiviso con “Promemoria” è che un giorno questo Paese esprima una società civile in cui tutti gli uomini siano uguali nei loro diritti e nei loro doveri. Quando diritti e doveri non sono uguali per tutti allora si chiamano privilegi e l’Italia delle mafie, dell’illegalità soffocante, dei politici pregiudicati che siedono in Parlamento è una Democrazia fondata sui privilegi.
Quella fondata sull’uguaglianza è ancora lontana. Ma “I have a dream, ancora”.

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