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I dieci uomini arrabbiati di Amnesty

“Scrivere esclusivamente quando non se ne può fare a meno e intorno a ciò che possiede una urgenza assoluta”: storico dettato di uno sceltissimo manipolo bolognese di docenti DAMS d’antan, cui mai venni meno per empatia, né comincerò ora. Pertanto, siccome il tema dello spettacolo di Alessandro Gassman “La parola ai giurati” mio malgrado mi abitava già (pur avendone mancato la prima romana al Teatro Eliseo e incredibilmente a causa di un procedimento civile) non mi resta che affrontare la piatta evidenza di questo vuoto, cominciando a definire i contorni che lo rendono tale: e sarebbe certamente improprio e infausto prescinderne.
Ad agire silenziosamente in direzione della ripresa d’ attezione verso questo dramma giudiziario sono i retaggi di più film, lontani fra loro nel tempo, nel luogo e nei contenuti, ma tutti portatori di una analoga riflessione di fondo, che scaturisce da un preciso modello prospettico e implica ricadute etiche ed esistenziali “concrete”. Vale a dire una sorta di richiamo all’ “Esserci” nelle cose di cui si sceglie di avere cura, ovvero alla presenza attiva e di sapore esperenziale delle proprie coscienza, sensibilità e cultura in occasione di atti che implicano una responsabilità verso terzi. Più che mai diritti umani, pena di morte...
A dire la verità torna in mente, in prima battuta, il film distribuito nelle sale più di recente, il russo “12” di Nikita Michalkov, prodotto nel 2007: una sorta di eccellente remake del capolavoro di Sidney Lumet di cinquant’anni prima, aggiornato però, con efficacia geniale, alla tragedia cecena. Sotto la superficie di questo ricordo, non è difficile veder affiorare tutto uno sciame di significati storici che rispetto all’oggi segnalano contemporaneamente affinità e variazioni di segno sorprendenti. Ad esempio è impossibile prescindere da alcune minime evidenze: 1) questo testo nasce televisivo e ad opera di persone che scrivono e recitano per la tv, avendone una profonda esperienza; 2) è il prodotto di una cultura di tradizione marcatamente ebraica; 3) rappresenta, anche metaforicamente, un approccio strutturale all’opera d’arte in quanto processo in fieri, opera aperta…..
L’autore Reginald Rose, il regista Sidney Lumet e il regista William Friedklin, che ne diresse un primo remake inizialmente solo televisivo nel 1997, rappresentano tutti queste posizioni, cui va aggiunta una particolare propensione per il teatro. Vediamo dall’inizio.
Nel 1954 lo sceneggiatore televisivo Reginald Rose, spinto dalla nuova consapevolezza maturata circa la pena di morte partecipando alla giuria popolare di un caso di omicidio, decide di non prendere una posizione aperta al riguardo, ma di scrivere per la serie “Studio One” un dramma giuridico di buon impianto teatrale, che verrà trasmesso in diretta dalla CBS con la regia di Franklin J. Schaffner : “Twelve Angry Men”. L’ enorme successo ottenuto dalla trasmissione convince, tre anni dopo, lo stesso Rose ed Henry Fonda ad affidare quel lavoro al grande schermo, commissionandone la regia all’emergente regista televisivo Sidney Lumet, di nota dinastia teatrale yddish e appassionato direttore della fotografia. Questa prima prova di regia cinematografica di Lumet, destinata ad essere riconosciuta un classico intramontabile e ad essere conservata dal 2007 (con la menzione di film “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo”) nella “United States National Film Registry” dalla Library of Congress , verrà premiata a Berlino con l’Orso d’oro, ma negli U.S.A. anni ‘50 dovrà cedere le sue tre nomination per l’Oscar (regista, attore, adattamento) al pluridecorato “Ponte sul fiume Kwai”.
Ben presto, poi, il suo magistrale bianco e nero, dalle spericolate geniali messe a fuoco, sarà lasciato in ombra per i più popolari tecnicolor e cinemascope. Ciononostante Sidney Lumet è il solo regista del cinema ebraico-americano degli ultimi cinquant’anni che abbia tentato di far comprendere l’importanza del legame con la parola scritta e l’alfabetizzazione da parte della minoranza ebraica (G.Fink). Al punto da connettere strettamente le sorti dell’ebraismo americano e non solo alla sopravvivenza di una civiltà basata sulla lettura e sulla scrittura”. Quel cosiddetto Popolo del Libro che non si è fossilizzato al culto di un solo Testo, ma ha saputo far propri altri testi, grazie all’insegnamento avanzato dei padri, secondo i quali qualsiasi testo, in determinate circostanze può diventare sacro (H.Bloom) Salta immediatamente agli occhi, qui, come la capacità di lettura di un testo e di analisi di un contesto di attitudine ebraica si facciano principi informatori di un incedere morale che, per l’appunto, segna “La parola ai giurati” esattamente quanto il principio sul “ragionevole dubbio”, che incardina a sua volta il sistema giuridico americano.
Il connubio di questi principi da vita ad un dibattito avvincente e serrato che mette a confronto il giurato numero 8, unico componente dubbioso di una giuria composta di 12 persone, per lo più irriflessive e arrabbiate, con gli altri membri, frettolosamente determinati ad una sommaria condanna. Al centro del verdetto un caso di parricidio che interroga le coscienze contemporaneamente su se stesse e sulla vulnerabilità e solitudine di un essere umano soggetto o giudizio. La pacata, caparbia opposizione del numero 8 consente che emergano altri dubbi latenti nel ringhioso conclave, finchè l’evidenza di un giudizio condotto in modo affrettato, senza affrontare quesiti fondamentali per la riluttanza di una difesa inetta, non si afferma vistosamente e si raggiunge l’assoluzione dell’imputato all’unanimità. Sotto il profilo narrativo “La parola ai giurati” possiede la proprietà di riflettere con estrema padronanza il tessuto sociale della società americana del momento.
Se a marcare il contesto sono il pregiudizio, la superficialità e il razzismo che si percepiscono strutturalmente già nell’obbligo di escludere dalla giuria le presenze femminili e gli uomini di colore, si avverte tuttavia circolare, dapprima muto e latente, poi via via invasivo e irriducibile, quel minimo afflato alla speranza che la cultura americana sembra avere il potere di mantenere comunque in vita. (Ies, we…) Ma l’altra sua proprietà è quella di avere una struttura versatile, capace di attualizzazioni fulminanti, come i classici di tutti i tempi. Tanto che già nel 1997 William Friedkin introdusse nella sua versione, adattata dallo stesso Rose, le presenze di un giudice donna, di una giuria multietnica e di un difensore d’ufficio nero, pertinenti il diverso frangente storico. L’operazione, considerati regista e interpreti, conquistò senza fatica gli Emmy Awards 1998 per miglior regista, attore e film tv e Friedkin parlò di un revival e non di un remake. Alla sensibilità di Lumet del resto lo avvicinavano la propensione al teatro, alla tv in diretta, ai temi della responsabilità e della colpa.
Nel 2003 è stata recuperata casualmente una copia su pellicola della originaria trasmissione tv, che era andata smarrita per anni e si credeva perduta per sempre. Innumerevoli gli adattamenti teatrali della storia curati dallo stesso Reginald Rose. La versione italiana prodotta dal Teatro Stabile d’Abruzzo, per la regia di Alessandro Gassman, neo direttore del Teatro Stabile dell’ Aquila, è patrocinata da “Amnesty International”, in favore dell’abolizione della pena di morte. Viene definita dal regista una messa in scena dall’impianto corale, in cui la strategia rappresentativa tende a sottolineare la capacità di ascolto dei pochi protagonisti che la possiedono (giurati 8 e 9, unici ad essere identificati con un nome), piuttosto che l’assertività pulsionale e irriflessiva della maggior parte dei membri di quella giuria. Specchio di un narcisismo ipertrofico del sociale e sottolineatura di una scelta di campo estetica, di tipo linguistico e formale, insita nella piéce: ovvero un’enfasi posta più sul “come” si vanno configurando gli eventi, che non sul “che cosa” gli eventi stessi stiano a significare tout court.
Appropriatamente Alessandro Gassman sceglie per sé il ruolo del giurato numero 8, che rappresenta, in fondo, il regista dell’andamento di quel dibattito. Alle sue spalle le superbe interpretazioni di Henry Fonda (Lumet), Jack Lemmon (Friedkin) e Michail Efremov (Michalkov sceglie infatti per sé il giurato numero 2) che non pensiamo affatto abbia ragione di temere. La messa in scena riprende la scrittura di Lumet e allestisce “un campionario di umanità diverse che riflettono in bene o in male i comportamenti di tutti noi e fanno scattare automaticamente il meccanismo di identificazione tra pubblico e interpreti in palcoscenico”. Nell’attesa di assistere allo spettacolo si può affermare che le immagini televisive trasmesse questi giorni confermano un impatto scenico di grande fascino e che la composizione della giuria sembra aver subito una selezione ferrea.
L’apparizione dei “12” in conferenza stampa possedeva una carica emotiva insospettabile e non era difficile leggervi un’affiatata compagine quasi di militanza più che di professione. Intanto: circa 300 repliche, un premio importante della critica, un grande successo di pubblico. Pure, concludendo, è difficile trattenere un soprassalto ed ci è doverosa una domanda forse grossolana a Gassman (che ha inserito come minoranze etniche nel testo un ebreo, un italo-americano e un rumeno): “Considerate le premesse filo-ebraiche di questo articolo e volendo fugare ogni (ingiusto) alone di evemenenzialità: non sarebbe più urgente per Amnesty la degna presenza in scena di un palestinese?”.

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