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Una Ford che si chiama desiderio

Benché la cifra stilistica di Clint Eastwood sia quella di riuscire a comporre azione e sentimenti con intuito geniale e personalissimo, mantenendo al contempo un profondo ancoraggio alla realtà sociale che esplora, si direbbe che l’ultimo suo film “Gran Torino” abbia raggiunto un risultato che rasenta la perfezione. E dopo “The million dollar baby” un affinamento di livello ulteriore non si sarebbe detto implicito. Con grande senso di levità compositiva il film coniuga generi e ritmi diversi (tragedia, commedia, poliziesco da strada) in una storia semplice ma importante, costruita amalgamando i temi sociali più attuali assieme a rimandi teatrali e cinematografici capaci di aggiungere senso storico e impegno civile al divertimento della citazione intelligente.
L’interpretazione vecchio stile, ruvida e viva, è così splendidamente congegnata da risultare carpita quasi in presa diretta in casa di Walt Kowalski (occhio al nome), un signore coriaceo e scostante, al quale il linguaggio aggressivo e lo sguardo tagliente non riescono a sottrarre una certa aura di sagace ironia. Ex operaio della Ford e veterano della guerra in Corea, è invecchiato assorto nella sua vita e nei suoi ricordi, senza comprendere troppo del mondo che è cambiato intorno a lui. Americano fino all’ultima delle cellule, si impegna a vivere la vecchiaia con la tutta dignità che sa di avere, nonostante la perdita struggente della moglie amatissima. Tenere in ordine giardino e abitazione e far funzionare gli oggetti sono la sua occupazione di anziano burbero e solo, cui resta, oltre alla fedele labrador Daisy, l’unico vezzo di mantenere in perfetta efficienza estetica e funzionale una rinomata auto d’epoca: la Ford Torino verde scuro del 1972, (dunque potenziata rispetto al modello originale del 1968 con un motore CobraJet e definta solo da quell’anno, nella versione sportiva, Gran Torino-di nuovo occhio al nome).
Un gran bella auto che gli appartiene in modo particolare, poiché quando si trovava alla catena di montaggio negli stabilimenti della Ford, ne ha personalmente curato lo sterzo e anche perchè resistono vivissimi nella sua coscienza l’orgoglio e la riconoscenza per la fabbrica che gli ha garantito esistenza e identità. Nel quartiere periferico di Detroit dove vive, Kowalski è ormai quasi completamente circondato da asiatici Hmong: una popolazione che la guerra del Vietnam ha spinto via dagli originari insediamenti montani ai confini tra Cina, Laos e Vietnam. Specchio di un’America degradata in cui i vecchi quartieri, abbandonati dalla borghesia per più tranquille zone residenziali, si popolano di nuovi immigrati e le strade sono in preda alle incursioni delle gang giovanili di diverse etnie. L’imprevedibile amicizia che si stabilisce tra il vecchio leone e Thao e Sue, due teenager hmong che abitano con la madre e la nonna nella casa vicina, provoca lentamente una modifica nell’atteggiamento e nei sentimenti dell’anziano misantropo e l’uomo finisce per aprirsi paternamente al nuovo che avanza e che, nella sua parte schietta e gentile, va aiutato a crescere. Il finale è riservato a una soluzione forte: tutto il film gravita intorno al dolore della perdita e alla dolcezza della salvazione e si incammina coraggiosamente in difesa di questi valori. Che detto fra noi, in tono minore e popolare, si direbbero assai sintonici con quelli dell’anziano Gori, capostipite dell’omonima famiglia scaturita dall’ingegno drammaturgico toscano di Alessandro Benvenuti e Ugo Chiti.
Ma è al Teatro Americano degli anni ’50 che questo film guarda con decisione e alle successive declinazioni di quello spirito di libertà che si configurano dal ’68 (anno di nascita della Ford Torino, il cui nome è una sorta di gemellaggio tra la fordiana Detroit e la città della Fiat) fino ad oggi.
Non è un caso che Walt sia anch’esso un rude ex operaio polacco di nome Kowalski, caratterizzato da una durezza di linguaggio fuori dal comune, come già il personaggio interpretato da Marlon Brando nel glorioso “Tram che si chiama desiderio”, film che Elia Kazan trasse nel ’51 dal dramma Premio Pulitzer 1947 di Tennessee Williams: a quella matrice alludono senza dubbio i temi dell’irriducibilità del tempo che scorre e della crisi che provoca nelle anime sensibili, come quel senso di minaccia di un degrado individuale che accompagna il degrado sociale circostante.
Sorprendentemente Eastwood sembra guardare però anche verso Henri Miller: sia schierandosi per il dibattito in cui il drammaturgo sosteneva che la vera tragedia implica oltre alla tristezza anche illuminazione e conoscenza, sia associandosi al Miller che indica nell’eroe tragico qualcuno che non è riuscito a realizzare la sua felicità, ma ci insegna che questa è perseguibile. E quando avverte che il sentimento tragico viene stimolato da un personaggio pronto a rinunciare alla vita se serve, per proteggere il suo senso della dignità personale sta di nuovo alludendo a Henry Miller: è reagendo contro uno stato di cose degradante che il personaggio che punta eroicamente il dito sul nemico della libertà umana ci illumina di sollievo e coraggio.
Forse è ancora in nome di questa libertà che l’auto a cui fa cenno il titolo, la grintosa Ford Torino verde scuro del 1972 è la stessa che utilizzava il grande Lebowski nell’omonimo film di Joel Cohen del 1998. Anche quello un veteranno di guerra (Vietnam) fumatissimo e rivoluzionario, sottoscrittore della dichiarazione di Port Huron, il manifesto del movimento degli studenti americani del 1962 per una società democratica. E per quello stesso senso di libertà, nell’ ultima versione 1975, il modello Gran Torino ormai fuori mercato era già piaciuto, chissà perché, anche agli autori di Starsky e Hutch.

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