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Double take per Yoko Ono

“Artpress” di Giugno 2009 pubblica un messaggio di Robert Storr (Direttore della Biennale d’Arte di Venezia 2007) all’amico e artista americano John Baldessari, in procinto di ricevere il Leone d’oro alla carriera in occasione della Biennale veneziana 2009. Definendolo “patriarca metodologico della Pictures Generation”, (artisti che fanno ricorso all’arte astratta in collisione diretta con i simbolismi holliwoodiani più datati e accattivanti), Storr informa Baldessari di aver avuto una speciale reazione di sorpresa, in stile “double take”, leggendo che il Metropolitan Museum di New York stava allestendo una sontuosa retrospettiva di quella sua corrente. “Double take” è, in effetti, la definizione tecnica di un certo modo di provare stupore nel cinema holliwoodiano e indica il gesto caratteristico con il quale Cary Grant, in particolare nel cinema di Hawks, reagisce in ritardo a qualcosa che aveva percepito subito senza immediatamente farci caso: “ Ainsi chez l’acteur, la tete pivote, la bouche perde son aire effronté, les yeux sortent de leurs orbites e tout son corps est secoué par la peplexité . Contrairement à la règle théatrale qui veut q’on ne recoure à de tels artifices plus de trois fois dans un meme spectacle, Grant s’autorisait à répéter inlassablement la meme mimique devant la caméra. Sans cela, des comedies comme “Bringing up Baby” (Susanna) ne seraint pas d’un anarchisme délirant”.
Un gesto fluido e preciso al contempo. Grant, mimo, ballerino e acrobata, ha la sapienza di concentrare tutto su quel gesto che segna l’arresto perfetto fra due movimenti e, come nella danza, “vibra del ricordo di tutti i gesti precedentemente compiuti” ( G. Agamben). Un attore che recita “incidendo con il corpo sculture o echi di sculture e dissolvendole in seguito nel flusso armonico delle sue corse, delle sue scivolate, come nel tuffo tra le due postazioni di un trapezio” (Alonge, Carluccio). Osservando l’impianto di questa 53° Biennale 2009 e di alcuni eventi collaterali, si comprende come la citazione di Storr sia di una puntualità geniale e irresistibile. La scelta del giovane direttore Daniel Birnbaum è orientata con decisione verso il confronto, liquido e fluttuante, tra mondi diversi, diverse generazioni, diverse forme di esplorazione dello spazio. E analogamente accade a Punta della Dogana, a Palazzo Grassi, dove però, i curatori della mostra (Francesco Bonami e Monique Veaute) hanno messo in evidenza opere capaci di costituire un annuncio del presente e di offrirne una rilettura (double take, appunto e in ogni caso ancora “qualcosa di fluido”).
Ora, il film di cui parla Storr propone un Grant in veste di paleontologo, (spesso lo vedremo assumere qui la posa classica del “Pensatore” di Rodin) alla ricerca di una clavicola di dinosauro perduta, che potrà consentire di stare in piedi alla struttura del suo reperto, rendendone visibile l’antica forma; non solo: sul punto di sposarsi, lascerà ogni suo progetto andare in fumo a causa dell’incontro con l’ereditiera Susan Vance (Katharine Hepburn) ed il suo eccentrico leopardo, amante della musica. Questa metafora di una ricerca che configuri la struttura di un passato e si dichiari del tutto instabile è, di suo, abbastanza affine al disegno di Birnbaum: e colui che lo ha preceduto nello stesso ruolo ne sa leggere, evidentemente con facilità, le intenzioni, offrendoci una chiave che velocizza la visione d’insieme. Intanto, il ricorrere del concetto di fluidità, come sottolineando un bisogno di flessibilità e leggerezza, sembra abitare queste considerazioni, che si pongono quale plausibile annuncio al secondo Leone d’oro della Biennale che conobbe con Fluxus la prima notorietà. Infatti, il prestigioso riconoscimento è stato nel frattempo assegnato anche a Yoko Ono, grande artista giapponese, nata a Tokyo nel 1933, arrivata a NewYork nel 1952 e da tempo naturalizzata statunitense. Esponente di Fluxus fin dal 1962 e allieva, con Maciunas, Rauschemberg e Beyus,di Cage, le è stata allestita, a cura di Nora Halpern, una esposizione nelle sale del Palazzetto Tito, della Fondazione Bevilacqua La Masa, presieduta da Angela Vettese.
Come sovente nelle espressioni (artistiche e non) di Yoko Ono, questa mostra colpisce dritta al cuore: già nell’atrio il Palazzetto, volutamente intimo ed elegante, risuona del canto primaverile di centinaia di uccelli: più avanti una quantità di nidi impropri si offre appesa al soffitto: al secondo sguardo (double take) si scopre che si tratta di elmetti capovolti, pieni di paglia e di minuti pezzetti di puzzle, incubatrici di innumerevoli canti di pace. Il rifiuto dell’istinto di morte, un inno alla vita, alla libertà, alla felicità: “Ho avuto talmente tanto amore nella mia vita, che sono in grado di restituirlo”, dirà nella performance al Piccolo Teatro dell’Arsenale il 6 giugno. E, come in un puzzle, mostra e performance, consentiranno la scoperta commovente di questa affascinantissima persona per minime tracce. Ancora una sala piuttosto toccante, con al centro il letto di ferro di una camerata di collegio e intorno i dagherrotipi incorniciati di giovanissime donne berlinesi, tutte sconvolte creature, internate bambine in un manicomio: in alto in un video il sogno di Yoko: poter suggerire salvifiche immagini del cielo aperto di Venezia su quel reclusorio. Più avanti piccole postazioni bianche per un gioco di scacchi, tutto bianco anche quello, che segna la compatibilità e la similitudine fra i giocatori…
Lo ritroveremo all’Arsenale quel gioco, animato da due persone giovani e somiglianti a Ono e Lennon oltre l’immaginabile… Difficile trattenere una contrazione allo stomaco…..Sul palco una sedia anonima attende la delicata e irresistibilmente “tosta” signora giapponese, che suo malgrado non potrà che respingere la collocazione estranea, predisposta per inglobarla: nulla potrà indurla ad una sosta non scelta da lei…Dopo un combattuto corpo a corpo con il destino odioso che in quel sedile vorrebbe costringerla a dimensioni sconosciute, Yoko si ribella e frantuma la sciocca postazione, per il sollievo del teatro tutto.....…E non diversamente andrà l’intervista con il prestante e simpatico giornalista David A. Ross (somigliante, ma guarda, ad un maturo John Lennon), che in men che non si dica si troverà misurato con il metro da capo a piedi, intervistato a sua volta, coinvolto in un drappo nero, liberato della camicia, e trattenuto in privato colloquio come in una privata tenda tuareg dalla formidabile Yoko, che intanto si libera giosamente delle ingombranti scarpe da jogging. Ciò che arriva da questa performance, a parte la simpatia che questa persona incredibilmente giovane sa emanare, è soprattutto il feeling che riversa sul suo pubblico…Guardandola muoversi e sentendola parlare si percepisce immediatamente la presenza di un dono che certo sa di avere e di dover difendere: una grazia non comune, un’acuta sensibilità, una vivacità intellettuale e una energica compostezza che la cultura occidentale non è allenata a leggere con la dovuta velocità.
Mito positivo e incommensurabilmente illuminato, si offre con arrendevole generosità e sfoglia per il suo pubblico un album di famiglia in versione video. Pochi fotogrammi dichiarano senza mezzi termini con chi si ha realmente a che fare. Genitori e nonni di una famiglia tra le più in vista del Giappone, antesignani di matrimoni misti tra europei e occidentali e come tali di una saggezza, bellezza e visibilmente cultura, neppure lontanamente rapportabili alle aspettative medie occidentali, sia pure alto borghesi, negli anni ’60. Poi Yoko bimba di tre o quattro anni che prende confidenza con una pallina e un attrezzo da golf, passando bruscamente dalla posa ludica infantile a quella, immediata e perfetta, di un maturo gentiluomo inglese. Poi, fulminea, la pallina in buca. Un mostro. Per chi conosca il tempo e la dedizione che questo sport implica, è inconcepibile un simile risultato a una simile età. D.n.a? Mistero….Certo si avverte lì (double take), con imbarazzo, la miopia occidentale che intravide in questa donna quel qualcuno che portò via John ai Beatles….Piuttosto è leggibile ora, nella bimba che gioca a golf, nella bellissima creatura orientale che si va formando (e che la stampa imbruttisce caparbiamente ) l’immensa fortuna di John in quell’incontro…certamente un approdo.
E arriva il momento in cui, il puzzle si compone per intero, mentre tutte le tessere si vanno compattando e, letteralmente, non si può più fare a meno di associare quel ritmo vitale (suoni e toni della conversazione, movimenti pacati o vibranti del corpo e dotati di una segreta allegria) con quello di Lennon…Si arriva così, fluidamente e felicemente sedotti, a Imagine. Imagine è Yoko. Con John, naturalmente. E se la scoperta è felice, non si può dire, purtroppo, che il ricordo sia indolore.

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