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Do not disturb

Un invito, sabato sera. Un albergo in una delle vie più belle di Napoli. Il Chiaja Hotel de Charme, hotel nella bella via Chiaia, ci accoglie in un palazzo suggestivo. Ci accomodiamo nella hall, chiediamo alla reception. Lo spettacolo? Dobbiamo attendere lì. Non si tratta di un invito personale o di una trama di un film.

Stiamo parlando dello spettacolo DO NOT DISTURB, progetto diretto da Mario Gelardi, all’interno del cartellone del Nuovo Teatro Sanità che, per questa volta, si sposta in un’altra zona di Napoli. Ebbene sì, il teatro arriva in albergo. Il concierge- attore, Vincenzo Coletti, ci guida dal bar verso le camere: ci inoltriamo attraverso corridoi tappezzati da parati floreali, sbirciando le porte che riportano nomi di donna. Il concierge ci spiega che un tempo l’albergo serviva ad altri scopi, lontani dall’ospitalità turistica. Ci sono delle regole per seguire questo spettacolo/spettacoli: assoluto silenzio e invisibilità. Entrare in stanze-scena, cercando davvero di renderci invisibili, non è facile. Come la presenza ravvicinata del pubblico ( ridotto nel numero per ovvi motivi di spazio) è un elemento che moltiplica la difficolta interpretativa degli attori. Difficoltà che aumenta ancora, vista la mise alquanto succinta degli interpreti, alcuni nudi sotto le coperte. Due storie erotiche, due coppie, interpretate rispettivamente da Carlo Caracciolo-Annalisa Direttore e Mario Di Fonzo-Gennaro Maresca, che hanno appena concluso l’amplesso amoroso. Di amore però ne ritroviamo apparentemente ben poco, di sesso e pseudo-amore invece molto: citato, sfiorato, alluso, mai esplicito ma profondamente costante. Ne sono impregnate le pareti, le lenzuola, le voci dei protagonisti. Due piccole storie scritte da Claudio Finelli. Non ne riveleremo il colpo di scena finale, proprio per non rovinare la sorpresa. Il linguaggio utilizzato è legato al fortissimo realismo di tutto il lavoro. Le scene sono serrate, le finestre coperte da tendoni pesanti, le porte chiuse e noi spettatori dentro. Gli unici movimenti consentiti  agli attori sono quelli collegati agli arredi della stanza: letto, poltrona, sedia. L’unico ambiente in cui il “cambio scena” può avvenire è il bagno, in camera appunto. Porte sbattute, uscite di scena, cambi veloci, il tutto condito dal forte realismo della presenza delle persone in strada, dal vocio che sale dalla sottostante via Chiaia, affollata durante il sabato sera, dal rumore dello scarico nel bagno, dalle televisioni in sottofondo il cui suono proviene da camere occupate da ospiti veri, dal suono del telefono della reception, dagli ospiti che entrano ed escono. Lo spettacolo appare come “esperimento” e questo è reso palesemente evidente da alcuni elementi. Le storie vengono raccontate attraverso testi e dialoghi che presentano un linguaggio scarno, elementare, ripetitivo in alcuni punti. Insomma, frasi, a tratti banali, che tessono le fila della conversazione a due. La struttura delle storie è praticamente identica in entrambe le vicende: prima scena sul letto, dialogo, intreccio, colpo di scena, uscita dalla stanza. L’utilizzo di un linguaggio estremamente quotidiano, in cui la recitazione non viene curata nella dizione ma scende a dialoghi superficiali, mostra davvero due personaggi che dialogano nell’intimità dei loro incontri, pur sempre occasionali, in cui si parla del più e del meno, del mondo, dell’universo, ma alla fine si conclude con il parlare di se stessi. Questo comporta un maggiore imbarazzo per gli spettatori che sembrano catapultati in un’area di solito off limits . Se nella prima storia la fugacità dell’incontro è evidente, nella seconda vicenda sembra che i due personaggi, omosessuali, si conoscano da più tempo. Non solo l’ambiente è serrato ma anche il tempo sembra compresso in pochi minuti. L’idea di “esperimento” ancora in fieri è ulteriormente sottolineata dal numero limitato di stanze e storie raccontate. Non appena il pubblico si è ambientato ed ha capito il meccanismo di questi spettacoli, viene già invitato ad uscire nel corridoio e a spostarsi al bar, dove si svolgerà la conclusione dello spettacolo. La chiusura è infatti affidata a Roberto Azzurro che interpreta un’inedita versione de “La voce umana” di Cocteau, producendo un attrito tra la costruzione recitativa precedente, fortemente realistica, e quella finale, fortemente teatrale. Azzurro appare intenso in alcuni punti della telefonata con il fantomatico amato ( che sia vero o immaginato) e in altri perde consistenza, sbilanciando l’attenzione del pubblico che ha attraversato diverse fasi di presa di coscienza: dalla novità e dallo stupore delle ambientazioni in camera, alla brevità delle performance con relativi colpi di scena inaspettati, all’invito ad uscire dalla stanza per lasciare gli attori in lacrime, alla conclusione corale, nel bar dell’albergo. Vogliamo sottolineare positivamente l’idea di partenza di questo spettacolo, attendendo, però, un’evoluzione ulteriore della scrittura e della costruzione registica, che potrebbe portare ad un lavoro completo e molto più intenso.

DO NOT DISTUR
IL TEATRO SI FA IN ALBERGO
Chiaja Hotel de Charme Napoli
Nuovo Teatro Sanità 15-19 gennaio 2014
Progetto di Mario Gelardi e Claudio Finelli
Diretto da Mario Gelardi
Produzione NtS’
Concierge Vincenzo Coletti
Camera Zagara: Carla Caracciolo e Annalisa Direttore
Camera All I want: Mario Di Fonzo e Gennaro Maresca
Una voce poco fa:  Roberto Azzurro.

 

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