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Fatti della vita, poesia del teatro

Cari lettori, è chiaro che Il teatro è sempre inevitabilmente interpretazione della vita, dei fatti della vita, delle azioni di chi vive e convive con gli altri, le quali, se nella realtà delle cose risultano naturalmente irripetibili, nella dimensione simbolica e poetica del teatro divengono ri-petibili, poetiche ri-petizioni della vita.
Se nella mia rubrica faccio riferimento ai “fatti di cronaca” è solo per riferirmi ad accadimenti che vanno sui giornali o sui massmedia,  interessanti in quanto coinvolgono la nostra più viva e vera attenzione. Anche nell’antica Grecia i miti potevano dirsi “fatti di cronaca” che lungo il passare di un tempo “lungo”, son divenuti racconti di fatti su cui discutere, litigare, piangere, ridere: racconti via via stratificatisi nella memoria, e mantenuti come fondamenti per decidere anche giuridicamente sulle norme della convivenza  della polis.
Un “fatto di cronaca”, che è comunque sempre un “fatto della vita”,  a teatro dovrebbe dunque essere rielaborato poeticamente, e la lezione del Novecento teatrale è evitare il naturalismo, il realismo immediato, credendo che la Realtà sia immediatamente percepibile, spiegabile, razionabile; che i fatti abbiano una loro assoluta  evidenza e verità, una loro luce.
Faccio un solo esempio “nostrano”: e cioè proprio il Fatto di cronaca opera di Raffaele Viviani, portata ai tre atti nel 1924, dove il terrore di dire come sono andate le cose da parte del testimone Scemulillo circa l’omicidio preterintenzionale della protagonista  Clara, da parte del marito tradito Arturo, porta a situazioni paradossali, depistando finanché la polizia, fra bugie, ripensamenti, falsa-vera semi pazzia di Scemulillo.
Oggi, un tale approccio, un po’ in tutte le arti, è definibile come “realismo critico”: la realtà può solo essere interpretata con tutte le approssimazioni del caso, e ha un’importanza relativa che lo si faccia con uno stile  piuttosto che con un altro, con un registro o con l’altro (dal tragico al comico, ad esempio); che lo si faccia con un teatro di parola, o soprattutto con un teatro di azione dove anche le parole contano in quanto azioni vocali; con un teatro-immagine, legato agli archetipi, o con un teatro-documento, o teatro civile, con una serie di testimonianze scritte e orali e narrate. Fatto sta che le azioni tutte del nostro vivere sono irripetibili: nella vita non si può mai tornare indietro, ciò che è fatto è fatto, sbagliato o giusto che sia; bello o brutto che sia; gradevole o sgradevole che sia.
A teatro si devono appunto ri-petere le azioni della vita, poeticamente, cioè con una capacità di rielaborazione e reinvenzione artistica, basate sul “fare” artistico, in modo tale che il “fare” della vita sia ri-vissuto, per farci riflettere, piangere, ridere, ricompensare, insegnare, o anche solo perché anche un fatto (un manu-fatto) artistico è anch’esso appartenente al nostro vivere, pur se in una dimensione simbolica.
Cari lettori ho voluto svolgere queste brevi riflessioni per poi, dalle prossime puntate, tornare a “leggere” teatralmente alcuni “fatti di cronaca” che ci possono fortemente coinvolgere sul piano emotivo, su quello etico, su quello politico-sociale..

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