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Prima di andar via

Prima di andar via di Filippo Gili Regia di Francesco Frangipane Con Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini, Vanessa Scalera, Aurora Peres

Recensione di Alessandra Benedetti

Un fulmine a ciel sereno, una realtà scossa dall'impensabile: Prima di andar via – spettacolo teatrale creato da Filippo Gili e diretto da Francesco Frangipane – racconta una famiglia romana come tante, alle prese con i problemi quotidiani. Un padre anziano Giovanni (Giorgio Colangeli) e una madre Anna (Michela Martini), e i tre figli Francesco (Filippo Gili), Elena (Vanessa Scalera) e Marta (Aurora Peres) ormai grandi, si ritrovano tutti come una volta a mangiare insieme alla stessa tavola.
Parlano del più e del meno, degli studi universitari non portati a termine da parte di Elena, del lavoro e del da farsi per i giorni seguenti.
Francesco, il più grande ed unico figlio maschio, è assente con la mente, non partecipa alla conversazione.
Ad un certo punto ecco che irrompe la triste verità: Francesco rivela l'intenzione di uccidersi l'indomani. Le posate cadano a terra, i protagonisti increduli non sanno che fare, che dire, forse si tratta di uno scherzo: no, è tutto vero, Francesco non riesce più a trovare un senso alla vita dopo la morte della moglie Giovanna, è come se il tempo si fosse fermato, il giovane adulto maschio è come se avesse un buco perenne allo stomaco, si è chiuso in un tombale mutismo non accessibile dall'esterno.
Francesco non ha figli, possiede un buon lavoro, non ha problemi economici di alcun tipo, tuttavia la morte di Giovanna – suo punto fermo nella vita – gli ha fatto perdere il desiderio e lo scopo di vivere.
Una volta capito che scherzo non è, i componenti della famiglia cominciano a barcollare, ad arrancare e le certezze si spezzano: il tempo si blocca a quell'istante, quando Francesco ha pronunciato quelle tristi parole, e la famiglia va in tilt, in cortocircuito: la madre perde il motivo di quello che stava facendo, le azioni non hanno senso, le parole sono sconnesse e il cervello  si annebbia. Il padre, in un misto fra rabbia e dolore, prova a scuotere il figlio maschio, a riportarlo alla realtà, a cercare una soluzione insieme: Giovanni è pronto a condividere la sofferenza del figlio, a farsi carico della croce di Francesco.
Ma niente da fare: le ore passano, la notte si fa ancora più buia, è un tunnel senza via di uscita: la famiglia sprofonda nel caos più totale, grida e urla di Elena e lacrime di Marta non servono al sordo Francesco, che ormai ha deciso il suo destino.
Uno spettacolo teatrale dai vividi silenzi, lunghe pause incessanti che si alternano a una musica di sottofondo che di tanto in tanto viene a cullare lo sgomento dei personaggi.
Lo spazio è ricreato con pochi arredi di color grigio, la sala da pranzo centrale e ai lati le camere e la cucina. Spazi minuscoli dove tutto è sfruttato e niente lasciato al caso, tutto in perfetto ordine e successione di oggetti.
Il tavolo all'improvviso scompare dalla scena (Marta, la più giovane, aggancia i lati del tavolo a delle funi che lo portano in alto, rimanendo sospeso), si svela il trucco, e rimangono solo le sedie disposte creando una forma geometrica irregolare.
Le luci ricadono alternativamente sulle varie azioni e passioni, a tratti si fanno più fioche, in parte più accese, soprattutto nei momenti di maggior pathos, e la quarta parete si perde del tutto, è frantumata perché il pubblico entra nell'interno, è sul palco insieme agli attori: esso ha una funzione di interlocuzione diretta, di completa simbiosi alla scena, quasi a creare una sorta di unicum dove non c'è un qui-e-là ma un solo essere “presente”.
Lo stesso pubblico che rimane totalmente sorpreso quando si conclude improvvisamente lo spettacolo, una conclusione “in medias res” che nessuno si aspetta (preso com'è dal pensare se Francesco tornerà indietro a casa, o effettivamente si ucciderà), ma che è lì pronta a salire sul palco, e  portarsi via repentinamente la magia della finzione.

Recensione di Laura Sestini

Il tavolo troneggia imbandito in mezzo al palcoscenico. Intorno una famiglia siede a consumare allegramente la cena. Si scherza, si discute e si scambiano opinioni.  La tavola, il cibo sono il fulcro della casa, dei contatti sociali di ogni nucleo familiare. Una scenografia essenziale, con solo qualche oggetto simbolico a rappresentare gli altri locali della casa, che lascia spazio a due lunghe panche dove sono invitati a sedere gli spettatori. Si, avete capito bene: gli spettatori entrano in scena a godere di una prospettiva completamente diversa dello spettacolo e dello spazio teatrale. Interpreti e spettatori a momenti quasi si sfiorano. Si può vedere il sudore sulla fronte e la luce degli occhi degli attori. Si sentono le vibrazioni energetiche, il loro respiro.  Un esperimento interessante che però lascia fuori gran parte del pubblico da questo “privilegio”, che spesso reclama anche un tono di voce più alto. Gli attori, infatti, rimangono frequentemente  di spalle ai loro spettatori che non possono  chiedere assistenza neanche al labiale. Filippo Gili, autore dell’opera, è anche attore nel personaggio di Francesco, insieme a Giorgio Colangeli, il padre Giovanni e le tre donne di famiglia, Michela Martini, mamma Anna, Vanessa Scalera che interpreta Elena, la sorella, e Aurora Peres , la sorella più giovane Marta. Nella spensierata armonia familiare, all’improvviso un fulmine. L’ annuncio di Francesco,  uomo quarantenne, lascia tutti attoniti, imbambolati nella sorpresa dell’assurda decisione maturata e appena esposta alla famiglia. In un attimo tutto cambia, la spensieratezza si trasforma in tragedia. I pilastri che reggono le certezze della solidarietà e dei sentimenti familiari esplodono lasciando disperazione e macerie.  -“Domattina non sarò più vivo”- anticipa Francesco alla famiglia. Non ce la fa più a sopportare questo buco alla pancia che gli rode la vita dopo la scomparsa della moglie Giovanna. Non trova più una valida ragione  per andare avanti  e vuole chiudere li il conto. Domani è il giorno giusto, lo ha capito passeggiando in un parco. Ormai la decisione è presa. A nulla valgono la disperazione dei familiari nei tentativi di dissuaderlo dalla tragica idea. Lo smarrimento  si inscena in una specie di danza, dove tutti i personaggi si muovono a  scatti. L’allegria della cena è completamente scomparsa. Si cerca di capire, ci si scambiano frasi a metà. Si cerca conforto, l’illusione che sia tutto un sogno.  Lunghi sono i silenzi che intercalano le battute. Si dà il tempo allo spettatore di immedesimarsi nelle emozioni, nello stupore intriso di sofferenza. Ma perché Francesco ha deciso di annunciare il suo suicidio? Non era più facile lasciare un biglietto “come tradizione”?  -“Perché capiate, per evitarvi un dolore sbagliato - risponde alla domanda del padre – perché non vi sentiate in colpa, per potervi abbracciare un’ultima volta”. Una decisione che dà l’illusione, con la chiave del libero arbitrio, di poter controllare la propria vita, il proprio disagio, la sofferenza. Ancora una volta, con “Prima di andar via”, la drammaturgia  cerca di dare delle risposte ai grandi punti interrogativi che preoccupano l’uomo. La vita, la morte, eros e thanatos  che da sempre si intrecciano. Francesco  confessa di sentirsi solo e in solitudine, vuole tagliare il filo che lo lega ai suoi cari, alla vita. Rifiuta l’aiuto e la solidarietà della sua famiglia con la convinzione che quando porrà fine alla sua vita anche la sofferenza  svanirà. Ma il dolore è insito nella natura umana e la sua scomparsa non trancerà i mille sottili fili che lo legano agli altri esseri umani, ai suoi cari e il senso di  solitudine, la sofferenza continueranno la loro ancestrale corsa. “Prima di andar via” è un esperimento di teatro sociale di una compagnia indipendente dai contributi pubblici che porta sul palco cinque attori con grandi capacità espressive : “Cinque eroi e la loro grande interpretazione – li definisce il regista Francesco Frangipane.  Sei eroi, li definiamo noi che vogliamo includere anche il giovane regista calabrese.

Recensione di Martina Di Gregorio

Uno spettacolo che provoca una crescente attesa da parte del pubblico, che viene in un certo senso intrappolato dentro alcune scene agghiaccianti e di spasimo. È proprio questo il nodo centrale della pièce: una crescente angustia, causata dalla confessione inaspettata di Francesco (Filippo Gili, attore e autore del testo) che per 1h e 30 minuti tenta di sondare il resoconto finale, sostanziale, del nocciolo affettivo della famiglia: padre (Giorgio Colangeli), madre (Michela Martini) e sorelle, Elena (Vanessa Scalera) e Marta (Aurora Peres). La tragedia consumata in una notte, inizia con la cena (rito quotidiano) della famiglia riunita intorno ad una tavola imbandita di cibo, accompagnata da tante normalissime chiacchiere e  tante risate da parte di tutti, tranne il figlio e fratello Francesco, che si mostra inizialmente taciturno poiché conserva (per poco) una tragica rivelazione che scombussolerà la vita di tutti i congiunti. <<Domani mattina non sarò più vivo>>: gelo totale in scena. Attimi di suspense creati attraverso effetti sonori cinematografici, rallentamento dei movimenti degli interpreti, voci basse e visi distrutti. Tutti elementi e indizi che mostrano chiaramente una vicinanza con il linguaggio del cinema, ed è infatti una sceneggiatura cinematografica, l’idea iniziale di Gili; Prima di andar via nasce come film e viene riproposto e riadattato come spettacolo teatrale. Purtroppo però in questo riadattamento, il regista (Francesco Frangipane) non ha considerato il limite nell’ascolto nei confronti dello spettatore che segue dalla platea. È risaputo che, in teatro, l’uso della voce è una peculiarità fondamentale: l’attore deve cercare di assumere un tono più ampio (qualora non vi sia microfono), cosa che in questo spettacolo non è avvenuta. Inoltre Frangipane aveva progettato una geometria ben precisa di come doveva essere disposto il pubblico in sala: spettatori disposti sui due lati della scena con una vicinanza tale da poter cogliere tutte le espressioni dei volti degli attori, fino a coglierne quasi anche i sospiri. Un pubblico, dunque, che farebbe parte del gioco scenico. Lo spettatore diventa una sorta di ospite silenzioso, che spia questa famiglia e che cerca di ricostruire la trama del percorso intricato. Al teatro di Cascina però, ciò si è manifestato in maniera un po’ ambigua e disuguale nei confronti degli spettatori: alcuni hanno avuto il privilegio (come me) di assistere comodamente dal palco, altri dalla platea. Un tentativo mal riuscito, poiché chi stava in platea non solo non ha goduto dei vantaggi sensoriali di una visione completa, ma non è riuscito neanche ad udire quasi nulla delle battute recitate dagli attori; inoltre sempre chi assisteva allo spettacolo dalla platea non aveva ben chiaro quale ruolo occupasse il pubblico sul palco, per il semplice fatto che dal momento in cui si entra a far parte dello spazio scenico (vale anche per gli oggetti) si acquista un valore semantico. Detto ciò, l’idea di partecipare ad una “veglia funebre”prima ancora che venga compiuto l’atto tragico del suicidio, non sembra male, può suscitare riflessioni su temi di carattere morale-esistenziale come ad esempio il destino e il libero arbitrio, tutto ciò in un ambiente suggestivo creato da  luci fredde e un tavolo (oggetto simbolico del dramma), che viene tirato dall’alto fino a scomparire.
I pochi spettatori presenti in platea, non sembravano particolarmente soddisfatti. Visi più felici invece, per chi ha assistito alla messinscena dal palco.

Recensione di Valentina Lupi

Il 28 febbraio, nel piccolo comune cascinese, e' stato messo in scena, Prima di andar via,  scritto da Filippo Gili, per la regia di Francesco Frangipane. Gli attori: Giorgio Colangeli, padre di famiglia; Michela Martini, la madre; Vanessa Scalera  e Aurora Peres le figlie,  e lo stesso autore nelle vesti del figlio, avevano allestito il palco, in modo che una parte del pubblico potesse sedere sopra di esso con gli attori. Gli altri spettatori, a causa della mancanza di spazio, erano rimasti in platea. Questo ha causato un po' di malcontento perché  gli attori, non avendo il microfono ,non riuscivano a far sentire a tutta la sala le loro parole. Altro elemento di disturbo e' stato causato dal fatto che hanno recitato principalmente di spalle, rispetto al pubblico in sala, non suscitando quel coinvolgimento percepito da chi ha visto lo spettacolo dal palco.
La scena inizia con la famiglia a tavola. La figlia maggiore, Elena ,racconta che ha avuto un bambino dal suo compagno, quella minore che si è laureata in lettere e ora deve fare i vari seminari. Questa conversazione, inizialmente tranquilla, sfocia in una vera e propria tragedia quando il figlio Francesco, confessa: "domani non sarò più vivo". Il protagonista non riesce più a vivere, dopo la morte di sua moglie. Non vuole svegliarsi senza di lei , trovare un'altra donna e rifarsi una vita; vede solo il buio davanti a se . Pensa che l'unica soluzione sia uccidersi. Inizia una lunga e logorante notte, che fa emozionare e rimanere di sasso lo spettatore. L'idea della paura e della angoscia si coglie soprattuto nei lunghi silenzi degli attori, che rimangono immobili e mostrano questo tormento solo attraverso i movimenti del viso. Altro elemento che crea ansia è  il grande buio presente in tutta la scena ,accompagnato da suoni inquietanti, che causano brividi in tutto il corpo. Francesco, che non si è fatto convincere a rimanere a casa, esce  di scena; gli attori rimasti, si dispongono a sedere in cerchio. Aspettano fiduciosi il suo ritorno, ma la battuta della madre "l'ho chiamato mezz'ora fa e aveva il cellulare spento", fa capire che il figlio non tornerà più a casa. Con queste parole finisce lo spettacolo. Il finale è a libera interpretazione dello spettatore, una cosa però è certa, Francesco non lo rivedranno più, il rapporto famigliare si è rotto, indipendentemente dal fatto che il protagonista si sia suicidato o no. Gili racconta una notte che esplora i temi universali della vita, della morte e soprattutto del libero arbitrio. La morte viene invocata dal protagonista in nome della libertà di poter essere fautore del proprio destino, ed è per questo che il titolo è inteso come: Prima di andar via... di casa.

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