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Francesca e Umberto

Francesca era stata un’importante attrice, scritturata lungo gli anni, tanti anni, per lo più da registi e direttori artistici di teatri stabili. Non molto bella, ma, le dicevano un po’ tutti,  molto sensuale, molto femminile, davvero attraente, insomma, e, in un ambiente quale quello dello spettacolo, era stata tra le “prede” più ambite da colleghi ed estimatori vari. Non cercò di avere un’audience più ampia di quella delle sale teatrali, rifiutando non poche proposte di partecipare a film o a sceneggiati televisivi. Certo, qualche parte lungo gli anni l’aveva accettata, ma non così tante volte da divenire un’attrice dalla vasta popolarità e dall’immediata visibilità. Ma a Francesca andava bene così e si era sempre ritenuta soddisfatta di gestire in questo modo la sua carriera. Furono delle sue scelte anche le varie rinunce a determinate possibilità, pure economiche, che la professione d’attore le aveva presentato: opportunità, appunto, spesso da lei stessa rifiutate: questi rifiuti le erano permessi anche dall’avere una certa solidità economica dovuta a dei beni  ereditati dalla famiglia d’origine.
La ragione? Francesca volle sempre avere una sua vita privata, fatta di relazioni personali, di amori, a volte folli, a volte del tutto scontati; di svaghi  di spessore culturale, come viaggi all’Estero, visite di capitali dell’arte e della cultura un po’ di tutto il  mondo;  di divertimenti legati allo sport: tennis, sci, ginnastica, nuoto, e così via. Difatti, sia mentalmente sia fisicamente, aveva sempre dimostrato molti anni di meno rispetto alla sua età anagrafica: ecco perché aveva voluto inevitabilmente rinunciare a diverse offerte lavorative via via presentatesi, piuttosto che rinunciare alla sua vita personale e privata.
Al compimento degli ottant’anni, differentemente che da una, per esempio, eccezionale Franca Valeri, Francesca volle definitivamente ritirarsi da qualsiasi impegno lavorativo, per dedicarsi a tutte quelle attività che ancora poteva svolgere: viaggi, senz’altro, assieme a poche fidatissime amiche, e comunque rimanendo in territorio europeo per non stancarsi troppo; il gioco delle carte, specie il Bridge, ma anche qualche volta il Burraco, giochi che praticava in un Club molto elegante della capitale; la ginnastica dolce, d’impostazione orientale; i corsi di meditazione; l’uso del PC per scrivere, per le mail, per navigare in Internet, per organizzare le migliaia di foto che man  mano le si erano accumulate;  aveva anche iniziato a scrivere una serie di pensieri, riflessioni, raccontini, dedicati alla sua lunga vita lavorativa d’attrice teatrale. Agli uomini, compiuti gli ottanta, aveva volutamente rinunciato, dato che da sempre aveva deciso di non contrarre matrimonio, ritenendolo un impegno troppo pesante, costrittivo e di difficile durata; d’altra parte oramai pensava che avere compagni della stessa età poteva costituire un serio rischio di divenire di fatto la badante di qualcuno; aveva perso interesse anche per gli uomini più giovani, non sopportando l’idea che si accorgessero anche del più minuto segno di decadenza fisica!
Una mattina a Francesca giunge una telefonata veramente inaspettata: è un suo compagno di lavoro ancora sulla breccia, di qualche anno più giovane di lei, ormai dedicatosi completamente alla regia guidando una piccola ma decisamente valida ed ormai affermata compagnia di giovani attori; Umberto la saluta con grande affetto: d’altra parte fra loro, molti anni prima, c’era stata una travolgente, seppur breve, passione, che Francesca aveva sempre definito una pazzia giovanile! Espresse le più immediati e naturali e convenevoli frasi, Umberto chiede a Francesca di poterla incontrare, ovunque lei volesse: a casa, in una sala da tè, presso il piccolo teatro che la compagnia da lui diretta solitamente svolge le prove: Francesca sceglie quest’ultimo luogo, fisicamente ricavato in un seminterrato di un palazzone incastonato tra altri innumerevoli enormi caseggiati, all’inizio della via Ostiense. Un luogo, questo piccolo teatrino, comunque reso molto attraente: una volta entrati, le luci, le musiche di sottofondo, l’arredo molto originale, sia per i colori che per le poche ma curatissime suppellettili, rendevano quel luogo appartato, rinserrato tra le granitiche mura metropolitane, uno spazio-altro, un po’ misterioso, un po’ magico.
Francesca e Umberto siedono l’una di fronte all’altro, seduti su due comode chaise longue di vimini.
“Ti trovo sempre splendidamente giovanile, sai Francesca? Ti piace sempre la grappa molto invecchiata? le fa lui, brandendo bottiglia e bicchierino da un tavolinetto e versando un  goccio di grappa.
“Oh non più, da anni vivo seguendo regole rigidissime!”.
“Bene, devo ribadire che i risultati sono splendidi!”.
“Umberto, mica ti sarà rinfocolato dentro il nostro antico e stravolgente amore?...”.
“Oh no, non fraintendermi Francesca! Ci mancherebbe… so come la pensi, e rispetto il tuo modo di vivere!”.
“Allora, dimmi quello che devi dirmi  visto che siamo arrivati fin qui!”.
“Non trattandosi di pazze idee o insensate proposte amorose, puoi immaginare che si tratta di… teatro!”.
“Di lavoro?” dice lei, accigliata. “No, Umberto” dice quasi seccata” non se ne parla, qualche anno fa ho fatto le mie scelte di vita “finali”, e il lavoro: mai più!”.
Un attimo di silenzio, Umberto pare sorpreso, come se non avesse messo in conto una reazione così forte da parte dell’antica collega, e amica.
“Ma Francesca, lasciami spiegare: non ti propongo un vero e proprio lavoro: e ciò, naturalmente, non significa che non sia prevista una remunerazione monetaria!... Diciamo che si tratta… insomma… di un atto di generosità… di una missione!”.
“Missione? Oh, ma va là,  adesso vuoi indorare la pillola, vuoi affidarti alla mozione dei sentimenti!?”.
Ancora un attimo di silenzio, utile a Umberto a prendere ancor di più le misure del comportamento di Francesca:
“Credimi, Francesca, non è così: si tratta semplicemente di un dono che, noi anziani, potremmo fare a un gruppo di giovani molto entusiasti dell’arte teatrale!”.
“Beh” esclama Francesca “non mi pare un atto di generosità spingere dei giovani a svolgere i nostri mestieri: ormai ci vogliono troppi sacrifici, prevale l’incertezza totale sul futuro, l’assenza di risorse finanziarie, e tante altre cose… bisognerebbe scoraggiarli, altro che…”.
“Ma questa giovane compagnia, che io dirigo, le sa benissimo queste cose, ciò malgrado è riuscita ad avere un certo credito dalle istituzioni, e riescono, questi giovani, ad allestire due, anche tre spettacoli l’anno, e contemporaneamente riescono a camparci. Certo, devono anche svolgere altre attività, a volte non collegate con lo  spettacolo. Ti confesso che io stesso, ma ciò che ti dico non deve condizionarti affatto, a volte riduco di molto le mie pretese per le regie che svolgo, o per qualche altra prestazione, in genere di didattica o pedagogia teatrali.”.
“Ma io ti rispetto, e ti ammiro, Umberto: se te la senti di svolgere questo tuo ruolo anche educativo, rasentando quasi una forma di volontariato, scusami per la franchezza, fai bene  a farlo, anche se mi pare alla tua età fuori luogo!”.
“E perché? Anzi! No, no, alla nostra età, raggiunti certi traguardi e raggiunta anche una certa consolidata sicurezza economica, credo che sia quasi obbligatorio regalare un po’ della nostra esperienza alle nuove leve, regalare del tempo, della fatica, del sudore!”.
“Ma, sarà, ma chi te lo fa fare!?”
“Vedi” fa Umberto “non prendere per retorica la mia risposta. È l’amore per l’arte, per qualcosa di grande che trascende le nostre singole persone: a un certo punto non è tanto importante cosa siamo noi nell’arte ma cos’è essa in noi!”.
“Posso essere d’accordo, capisco. Sappi che se mi son ritirata qualche anno fa è stato proprio per vedere come veniva sempre peggio considerata la nostra arte!”, quasi grida Francesca, che per un momento si scompone battendo il palmo della mano sul tavolinetto porta liquori.
La incalza Umberto: “Io t’assicuro che sono dei giovani amabili, sinceramente e forse, lo ammetto, ingenuamente attratti dall’arte teatrale, e innamorati dei loro mestieri.”.
Di botto Francesca. “Vabbe’, ma io cosa dovrei fare?”.
“Recitare una parte nel loro prossimo spettacolo: farà una breve tournée, specie in piazze all’estero, in importanti festival: in tutto diciamo che si tratta di una quindicina di repliche: ma oltre la tua interpretazione sarebbe anche davvero significativo che un’attrice del tuo livello riprendesse  sia pur per breve tempo il suo raffinatissimo mestiere per accompagnare delle giovani realtà in grande evidenza!”.
“Capisco. Dovrei fare da chioccia per questi giovani attori: peccato che mi dovrei limitare solo a questa funzione: se avessi dieci anni di meno ambirei a qualcosa d’altro ancora…”, ridendo in modo sguaiato, con una sensualità stonata e guastata.
“Ti prego” fa Umberto “mi dispiace che  scherzi sopra  questo progetto per loro e anche per me così atteso e importante!”.
“Caro mio, sei tu che mi hai chiamato, io non voglio sindacare sulle cose che fai tu, per carità!”.
“Si, ma non lo devi fare solo per quello che molti anni fa c’è stato fra di noi!”.
“Ma per carità, lo so bene! D’altra parte la nostra è stata una fra le tante follie! Una fra le tante!”.
“Si, peccato che tu minacciasti di spifferare tutto a quella che era in quel momento mia moglie e a mia figlia appena dodicenne! O ci tenevi particolarmente a me, o come spesso hai fatto, recitavi anche nella vita!”.
“No, no, Umberto, in quel momento ero pazzamente innamorata di te. Ma appunto, avendo tu una famiglia, la ritenni con l’andar del tempo una vera pazzia, la nostra relazione! Ma torniamo a noi, e parlami del personaggio che dovrei interpretare”.
Umberto ha un attimo di esitazione, e pensa a come Francesca non era mai stata credibile fino in fondo in quello che faceva e che diceva: balugina nella sua mente l’idea di aver sbagliato completamente nel rivolgersi a lei: pensa che Francesca non sia la persona e l’attrice adatta per quel tipo d’impegno. Riflette sul passare del tempo, che cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti interpersonali; e muta  le attrazioni, da quelle fisiche e sessuali fino a quelle più profondamente spirituali. La guarda per un istante negli occhi che ancora splendono nel loro color verde acqua marina… Decide di uscir fuori da una possibilissima e fastidiosissima impasse,  affidandosi alle sue proverbiali doti di improvvisatore.
“Il testo è di un giovane drammaturgo che è a stretto contatto con tutta la compagnia: è un testo molto bello, molto teatrale, come si suol dire, che funziona benissimo sulla scena: tratta di una resa dei conti fra una madre avanti negli anni, e sarebbe il tuo personaggio, coi suoi tre figli, due maschi e una femmina, e relativi compagni: insomma, sei contro una! Hanno alle spalle una vicenda familiare travagliata e per certi aspetti tinta di noir”.
Francesca lo guarda, con una sottile vena compassionevole, così pensa almeno Umberto, che continua: “Il padre è ormai sparito da molti anni, forse è morto, e lei”
“E lei quanti anni avrebbe nella finzione testuale?” chiede Francesca.
“Sui sessantacinque anni!”; Umberto tossisce,e aggiunge seriosamente: “la truccatrice è molto brava e saprebbe ben ringiovanirti!”.
Francesca fa una smorfia con le labbra, come se avesse ricevuto  un cazzotto nel viso!
“Il personaggio, che si chiama Eleonora, ha una personalità con diverse sfaccettature, un po’ come le tue!”.
“Ah! Sentiamole queste sfaccettature” fa nervosamente Francesca.
“Ma non devono preoccuparti queste informazioni che sono dei semplici input per aiutarti a costruirlo il personaggio, a farlo tuo: anzi, più gli aspetti della finzione coincidono con quelli reali della tua persona, più sei aiutata a raggiungere una credibilità scenica totale!”.
“Non teorizzare, Umberto, andiamo sul concreto. Le sfaccettature!...”.
“Una molto importante è data dalla sua superficialità etica, per così dire, o morale, come preferisci, ma contrapposta ad una capacità innata e profonda di vivere la vita in tutte le sue implicazioni, anche a costo di soffrire!”.
“Bene! Cosicché io, Francesca, sarei un’immorale come Eleonora!”, fa Francesca alzando decisamente il tono della voce!
“Ma no, non intendo dire questo, non prendere tutto alla lettera: certo, qualche impiccietto, per quanto ricordo, non del tutto leale, lo hai forse combinato pure tu! Ma meglio così, ripeto, è un punto a favore per la credibilità della protagonista! E poi, non negare che anche tu hai preso la vita a morsi, non hai rinunciato a nulla, tu! Dai, ammettilo!”.
“E con ciò? Ho forse danneggiato qualcuno?... Dimmi altre sfaccettature, come le chiami tu!”.
“Un’altra è la testardaggine, che a volte la porta sull’orlo della stupidità più assurda! I figli le rimproverano molto questo suo limite! Anche se poi capiscono che è stata lei la prima vittima di un atteggiamento simile!”.
“E io che c’entro in questo!?” dice Francesca con decisione quasi rabbiosa. E Umberto:
“Ma dai, non te la prendere. Però non negare che spesso durante le prove sei stata ottusamente sorda ai consigli anche di importanti registi, non negarlo: a volte hai rischiato anche l’insuccesso per questa tua testardaggine professionale! Non ricordi quella volta con  l’Otello di Albertazzi?”
Francesca si alza di scatto: “Tu mi stai offendendo! Stai offendendo le mie capacità professionali, innanzi tutto, proprio tu, che eri deriso dal teatro italiano per quanto ti cagavi sotto ad ogni levarsi di sipario: non poche volte hai rischiato di interrompere lo spettacolo, ricordatelo! E non farmi diventare  volgare!”.
“Ma è successo una sola volta, e avevo un attacco, vero, di gastroenterite virale! Dai, siediti, ascoltami con un poco di pazienza: non siamo mica più dei ragazzini, suvvia! Non ti avrei scomodato se non ti stimassi davvero tanto, e da sempre!”.
“Allora dimmi un’ultima sfaccettatura: se mi prende e coinvolge forse lo interpreterò questo personaggio!”.
“Bene: Eleonora ama viaggiare tanto, e a causa di questa sua passione, sostengono i figli, ha trascurato la famiglia, abbandonandola in certi momenti assai delicati della vita di tutti loro! Quest’accusa le crea un’angustia insopportabile, e anche un rimorso dilaniante, mettendo in opposizione le sue priorità di donna libera con i doveri materni.
“Ma io non ho avuto né famiglia né figli!”
“Ma hai viaggiato molto: e allora lasciati dire finalmente una cosa che non ti ho detto mai: ti ricordi quando ti scongiurai di non partire per… per… ora non ricordo più quale fosse la meta, per quante ne hai raggiunte! E che ti dovevo dire una cosa molto importante, decisiva! Mi rispondesti che non potevi rinunciare, e che il tuo viaggio era già iniziato dentro di te, eri già lungo la rotta, come un airone che vola verso lidi più caldi!”.
“Un airone che vola verso lidi più caldi!? Ma tu sei pazzo da legare! Tu ti stai inventando tutto!... Io me ne vado! Ma che cazzo mi hai chiamato a fare?”. Francesca si alza furiosamente, cercando le sue poche cose personali, e rovesciando per il nervoso la borsetta da cui fuoriescono piccoli oggetti personali: un rossetto, un pettinino, un piccolo cellulare…
“Assolutamente no! Non mi invento nulla, io!” grida Umberto . “ Io, quella maledetta volta, volevo dirti che avevo deciso di lasciare la MIA famiglia per venire a vivere con te! E che ormai l’avevo detto anche a mia moglie! Quando tu non hai capito l’importanza della mia richiesta così impellente, così ansiosa, mi son convinto che eri una grande egoista, e oggi capisco che lo sei ancora!”.
“Non è vero, ti stai inventando tutto!” grida Francesca.
Umberto, con calma apparente, e ben recitata:
“Vuoi telefonare alla mia ex moglie Gilda? Tieni, prendi il mio telefono e chiamala, tanto la riconosci subito, anche se son passati tanti anni… e chiedile se le cose sono andate o meno così…dai, prendi questo cazzo di cellulare! Chiamala!”.
Francesca lo guarda come si guarderebbe un nemico odiato da sempre, per poi sbottare:
“Basta, non voglio più vederti; non mi chiamare mai più”: Francesca è già fuori da quel piccolo teatrino nascosto tra i palazzi giganteschi.
Umberto si risiede, prende il fazzoletto per asciugarsi qualche perla di sudore sulla fronte, e pensa
alla grossolana bugia che aveva rifilato a Francesca, ma non se ne pente: è certo che Francesca non avrebbe potuto servire la causa sua; ed è pure sicuro che anche la più terribile falsità, detta a favore del teatro, è immediatamente perdonata!

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