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Sulla “testardaggine” a teatro

La cronaca dei giornali, sia quelli in versione cartacea che in versione digitalizzata nel web, sono davvero sempre ricchi di notizie che solleticano immediatamente l’ideazione teatrale, naturalmente sempre con lo scopo, come intende questa rubrica, di “rileggere” poeticamente la realtà dei fatti, delle persone, dei loro atti e parole.
Milano, via Ungaretti, un farmacista di 68 anni viene rapinato della somma di 600 € da un 25enne, tal Matteo Sergio Spiga, che per la terza volta lo “visita” dentro il negozio, venendo sempre arrestato e condannato, per poi uscire e ripetere il reato (perpetrato anche in altre farmacie).
A eventuale beneficio dei lettori ricordo che la notizia è riportata dal sito Repubblica.it,  sezione di  Milano. Detto questo, ricordo al lettore come spesso Eduardo sosteneva che molti dei suoi personaggi, angariati sfiduciati affamati, venivano colpiti dai rigori della Legge pagavano oltre modo le loro malefatte dovute per lo più all’indigenza del loro stato economico sociale familiare. Ecco perché spesso il giovane De Filippo si recava al tribunale di Napoli per assistere a diversi processi. Sia ben  chiaro che il fatto di cronaca milanese che qui riporto non ci può interessare in prima battuta nei suoi aspetti giuridici e legali, ma potrebbe semplicemente darci la possibilità di creare una storia drammatica con strumenti formali drammaturgici che funzioni bene. Ecco perché io partirei dall’evidente ma paradossale, strana, curiosamente originale “testardaggine” del delinquente visitatore di farmacie! E proprio Eduardo ci insegna coi suoi personaggi “testardi” (ad esempio Pasquale Lojacono di Questi fantasmi) di come si possano immaginare personaggi che si ostinano  a tenere lontana la realtà, portati a ripetere i loro anche incredibili atteggiamenti nella speranza di convincere e avvincere a sé gli altri, che nel nostro caso significa la speranza del tutto soggettiva da parte dello Spiga di soggiogare il farmacista (che con disincantato spirito ha affermato di essersi sentito come il “bancomat personale” del delinquente).
Ma, lo Spiga, c’è da credere, favorendoci nell’immaginarlo personaggio teatrale, è nella terra di mezzo tra realtà e illusione (stupidamente illuso, dato il racconto dei fatti sul giornale, potrebbe esserlo, visto che ogni volta finisce per accomodarsi in galera). Dunque risulterebbe essere, a teatro, un personaggio piuttosto ambiguo, in quanto  il piano della realtà e quello dell’illusione (farla franca, sperare di guadagnare qualcosa, visto che nessuna condanna, nella veridicità dei fatti è stata pesante per lo Spiga), si attraggono, l’uno non può fare a meno dell’altro, come noi tutti ben sappiamo: difatti  sappiamo pure che, allo stesso tempo, i due piani  tendono a escludersi vicendevolmente affinché l’uno non pregiudichi l’altro (cioè la realtà non distrugga ogni illusione, e le illusioni non dimentichino di abitare nel terreno della realtà effettuale).
Una commedia imperniata su un personaggio tratto dalla “persona” Matteo Sergio Spiga (non vi pare il cognome di estrazione proprio pirandelliana?) potrebbe appartenere ben bene al filone dell’Assurdo (ma già il comportamento dello Spiga a Milano ha qualcosa d’assurdo, usando il termine genericamente): in che consiste, a ben vedere, una concezione “assurda” della vita, del Reale? Non consiste proprio nella totale sconfitta di uno dei due termini? Nell’assenza totale di una mediazione fra i due e\o  di una convivenza per quanto difficile, sofferta? Non definiamo un evento assurdo proprio quando esso si porta via ogni speranza, ogni nostra attesa, finendo nell’inspiegabile sconfitta di ogni illusione? Oppure, viceversa, proprio come in Pirandello, se è soggettivamente l’illusione a prendere campo, non avremo personaggi “pazzi”, paradossali, contra rationem? Naturalmente ci sono poi varie gradazioni, ed è da pensare che nel caso dello Spiga (peccato non aver letto alcun verbale di giuria, o pretorile) esse siano venute fuori nei dibattimenti seppur brevi svoltosi durante i processi che gli hanno inflitto sempre lievi condanne: ci può essere una sofferenza psichica (ad esempio una superomistica certezza di fregare tutti), che pure è materia ben teatralizzabile (ricca di qui pro quo, di infingimenti, velamenti e svelamenti); eppoi c’è da chiedersi cosa significa per lui  recarsi sempre presso farmacie!; oppure potrebbe avere il nostro una patologia mentale, ed in tal caso suggerisco di tenersi lontani drammaturgicamente da situazioni simili; o ancora, come nelle storie eduardiane, effettivamente lo Spiga, e l’eventuale personaggio che lo riproporrebbe sulla scena, è molto povero, non riesce a trovar lavoro, non ha avuto una opportuna educazione, e così via: insomma è preda di contrarie e negative forze sociali, il che renderebbe problematico attualmente cavar fuori un dramma credibile: c’è pur sempre una responsabilità individuale nel compiere certi atti, eppoi non è così deterministicamente automatico che un’ingiusta situazione per cause socioeconomiche porti direttamente al crimine.
Ora mi chiedo se è poi giusto pretendere che l’Assurdo non faccia spesso capolino tra le cose umane: dobbiamo accettare una buona dose di mistero nel nostro dolore, nelle nostre sconfitte, nelle nostre incapacità di guidare e sovrastare il Reale: non parlo da filosofo, ma semplicemente da studioso di poesia e teatro: allora non chiamerei più, un simile personaggio, ambiguo, ma inevitabilmente, come tutti, un personaggio adualisticamente impastato di tutti i sentimenti, anche negativi, anche cupi,  che ogni persona custodisce in sé, compresi quelli che, illusoriamente, ci aiutano foscolianamente a dare un senso alla nostra esistenza.

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