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Bambini grandi grandi grandi

Enrico sta aspettando, appena fuori dell’Ambra Jovinelli, sul marciapiedi,  il camioncino che avrebbe portato via parecchio trovarobato conservato dalla direzione del teatro  per pura amicizia, da diversi anni. Infatti Enrico da sempre crea e cura costumi, arredi, marionette e burattini, trovarobato generico, che si è cumulato col tempo, e ora che le compagnie, specie quelle giovani, cercano di arrangiarsi a loro modo in autosufficienza per risparmiare, Enrico è rimasto quasi senza lavoro.
Nell’attesa, guarda passare per strada molte persone, abitanti di quel quartiere levantino di Roma: orientali dagli inevitabili  occhi a mandorle, magrebini dalla pelle scura, sudamericani, dalla statura bassa, chiacchieroni come non mai. Enrico li guarda, mentre fuma a boccate larghe e le nuvole svaniscono al fresco vento di fine novembre in un battileno. Li aveva sempre piuttosto boicottati: ora, male in arnese pure lui, li guarda con un filo sottilissimo di empatia, e ne immagina gli sforzi per campare, ne verifica la crudezza del vivere, l’amarezza del pietire un tozzo di pane, la difficoltà a trovare una dignitosa dimora. E immagina pure le probabili attività ex-lege utili a campare: furti, spaccio di stupefacenti, truffe commerciali: tutto uno scambio che ti porta inevitabilmente a concepire l’esistenza come pura e cruda battaglia per la sopravvivenza.
All’improvviso squilla il suo cellulare, è l’autista che gli comunica un forte ritardo, di almeno un’ora abbondante! Enrico non può permettersi di mostrarsi incazzato nero, perché per quel trasloco non deve dare un euro,  essendo offerto come favore da un amico addetto ai trasporti di materiali tecnici per il cinema. Non gli resta che ricoverarsi in qualche ambiente riscaldato, e attendere con paziente rassegnazione l’arrivo del camioncino.
La barista del teatro gli chiede se ha inscatolato proprio tutto, o se del materiale resterà ancora lì, a far compagnia a quegli artisti che verranno ad offrire un poco di distrazione, e qualche bella risata al pubblico  serale romano. Enrico, rabbuiato, con freddezza le risponde che no, non c’è rimasto più nulla, e che ha buttato giù l’ inventario di tutto ciò che sta per portare via: parecchia roba, che lui spera possa un domani, una volta ritiratosi dal mondo delle scene e della finzione, far esporre in qualche sezione di un qualche museo. La barista sghignazzando esclama: “Si, e come no! Er museo dei robivecchi dello spettacolo!”. Enrico non le ribatte, si stringe nelle spalle, si accende una sigaretta, pensando alle ore, tante, passate nel suo laboratorio a tagliare, cucire, sagomare, incollare, fare disfare e rifare. Si alza dirigendosi quasi automaticamente verso il magazzino, a controllare gli scatoloni, e a verificare se qualcosa fosse rimasto fuori. Tutto ok, tutto a posto! Gli imballaggi tengono benissimo! Tutto il suo lavoro di lunghi anni è deposto lì, nessuno può toccarlo!
Finalmente arriva il furgone, ed Enrico carica ad uno ad uno gli scatoloni, con amorevole delicatezza: e chissà perché pensa agli extra che abitano nei dintorni, e a quanti carichi “sospetti” di furgoni vengono da quelli effettuati proprio in quelle strade, e pensa pure a cosa ci può stare dentro! Gli par di vedere, nella semi oscurità notturna, sagome che veloci come neri uccellacci, caricano o scaricano e spariscono silenziosi…
Il furgone arriva alla palazzina dove abita Enrico, zona Tor Marancia: per il momento non ha scelta, deve collocare gli scatoloni nel suo piccolo appartamento, poi spera di trovare una sede più deputata. L’autista gli da una mano, avendo molta fretta: in pochi minuti Enrico può chiudere la porta di casa, metter su la macchinetta del caffè, e controllare definitivamente il contenuto degli scatoloni, inventario alla mano.
Dunque, controlla innanzi tutto tre grosse marionette giapponesi bunraku: le costruì negli anni Novanta, con sete di pregio e parrucche di capelli veri, come in Giappone. Gliele hanno valutate 2000 € ciascuna! Ma Enrico non le ha mai volute vendere, anzi, le ha perfino battezzate: Nippo, Nippa, Nippina! Le tre son state anche affittate in uno dei primi loro spettacoli dalla Raffaello Sanzio, venendo ammirate dal pubblico… Ne prende una per un manico, con un certo sforzo perché in realtà occorrono  tre manovratori, e se la mette davanti, facendo con la sua mano destra un cenno di saluto.
Enrico depone le tre, ben piegate, nel grande scatolone che le protegge, e poi controlla il cellulare, ma non trova alcuna chiamata né alcun messaggio.
Apre un altro scatolone,  e ne tira fuori un costume seicentesco, servito al protagonista di un allestimento del molieriano Monsieur de Pourceaugnac! Si mette in testa la parruccona dai lunghi boccoli biondi e va a  guardarsi nello specchio dell’ingresso di casa: gli par di sentire nella testa le risate e gli applausi della prima di quell’allestimento, solo che la sua faccia quasi lo impaurisce, riflessa dallo specchio come una demoniaca apparizione! Ripone così quella parrucca nello scatolone, immaginando che se facesse lo scippatore  indossandola nessuno potrebbe identificarlo!
Da un altro scatolone si ritrova per le mani una Beretta anni Trenta servita per una messa in scena pirandelliana di una compagnia siciliana. Gli costò del lavoro perché il regista volle che premendo il grilletto la canna cadesse in giù dirottando le finte pallottole sul pavimento. Enrico si dirige con la rivoltella ancora allo specchio: preme il grilletto ma il meccanismo, forse arrugginito all’interno, non funziona e la canna resta attaccata al corpo dell’arma: pensa che se fosse vera quell’arma avrebbe ammazzato qualcuno! Senza la minima volontà di farlo! Si guarda allo specchio puntando la rivoltella sulla sua tempia… preme il grilletto, e gli par di vedere esplodere il suo cervello schiumando il vetro dello specchio  della sua materia biancastra! Un brivido gli corre per la schiena e corre a riporre la pistola nella scatola.
Prende poi un teschio costruito con la plastica, ma in modo tale, come aveva voluto lo scenografo di un Amleto farsesco e dialettale, che si sfaldasse in tanti pezzetti  con la pressione delle mani del protagonista: era stato un lavoro di pazienza certosina, poiché l’incastro dei vari pezzi doveva essere perfetto e a tenuta solida per non rovinare l’effetto dell’improvviso sbriciolarsi dello stesso cranio. Enrico prova a premerlo ma, evidentemente a causa dell’indurimento dovuto al passare del tempo, quel cranio inespressivo rimane intatto: Enrico infila due dita dentro le orbite e con una spinta lo fa rotolare lungo tutta la stanza, come la boccia di un bowling, e ride fra sé e sé, essendo andato a nascondersi dietro una tenda, la tenda dietro cui sta nascosto il padre di Ofelia!...
Enrico si siede sbragandosi sulla poltrona, e si accende una sigaretta. Pensa ai tanti reperti di quel suo lavoro durato anni e anni: tutto finto, tutto un gioco, ore e ore e giorni e anni per un gioco! Fatica, sacrifici, debiti, ansie, angustie, tutto ciò per vivere in un’eterna dimensione infantile! Pensa ai cinesi e ai magrebini di piazza Vittorio: per 100 € qualcuno di loro sarebbe pronto a ficcarti un pugnale sulla pancia! Perché per mangiare, per vivere, può occorrere di fare anche questo! Altro che giocare! Che fare l’eterno fanciullo! “Ma perché non ti sei svegliato prima, Enrico?” chiede a se stesso. E poi, si chiede soprattutto:  che senso ha lavorare per vivere facendo un mestiere per dei bambini  dal corpo adulto?!  Gli viene un impeto di rabbia pensando a quante volte ha rinunciato a dormire perché il debutto era vicinissimo e occorreva quel determinato necessario elemento di scena! “Dagli sotto Enrico, mi raccomando, sennò siamo rovinati!”. E lui ci dava sotto, fino allo sfinimento, per avere tra le mani, dopo ore negate al sonno, uno dei primi telefoni anni Dieci, perché non si trovava da Rancati! Che cretino, che ebete, che bambinone! Pure lui! Tra tanti altri bambinoni! A Enrico viene in mente che l’inevitabile anticipata andata in pensione può rappresentare per lui una sorta di assai tardata maturazione, ma pensa  che c’è sempre tempo fin che si vive: ecco, sì, si sarebbe sentito un uomo maturo! Un uomo vero!  Gli si spalanca un nuovo orizzonte: continuare, si, a fare quel lavoro, ma offrendosi a qualche emittente televisiva, grazie al suo davvero ottimo curriculum, dove si viene pagati sicuramente molto ma molto meglio! Allora si che val la pena di giocare, di creare un mondo di finzione, ma che fa girare miliardi,  perché come il miele attrae tante mosche, cioè le società pubblicitarie! Questa sarà la mia nuova vita, vera, concreta, positiva, utile, pensa deciso Enrico!
Passano due giorni ed Enrico, tornando a casa dalla poca spesa che deve fare, entrando nel soggiorno appena illuminato, percepisce un grosso cambiamento nello spazio: apre le tende e spalanca le persiane, e, col fiato sospeso, si volta verso l’interno: il soggiorno pare tragicamente vuoto, non c’è più un solo scatolone! Enrico si sente morire, la stanza gli gira tutta intorno, e si sente cadere a terra! Cerca il cellulare tra le tasche del giaccone per chiamare Sergio, il suo unico vero amico, per farlo venire subito da lui, ma le mani gli tremano e non riesce a fermarle.
Passano i giorni ma Enrico è sprofondato nella depressione, si sente vivere immerso in una oscura nebbia luttuosa! Dentro si sente tutto strappato: guarda e riguarda quelle foto rimaste in cui può rivedere seppur virtualmente le sue marionette, i suoi costumi seicenteschi, le parruccone bionde, le bambole checoviane, le pistole pirandelliane, un servizio da tè wildiano, o le tazzine goldoniane di una Bottega del caffè, o le scarpette di raso di una bisbetica non tanto domata, e così via, e così via…
Sergio cerca ogni volta di consolarlo, di spingerlo a chiamare un certo dirigente di Mediaset per cercare una nuova occupazione come si era prefigurato di fare: ma lui niente, dice che il vuoto interiore che percepisce lancinante, non riesce in alcun modo a riempire.
Una mattina, dopo aver passato una notte quasi insonne, l’ennesima, Enrico sente il campanello della porta d’ingresso suonare: va ad aprire e… sul pianerottolo vede tutti i suoi scatoloni, sul primo dei quali vede una busta gialla: la apre e prende il foglio da leggere:
Ripijate ‘sta robbaccia: me fai pena, ‘sti stracci me danno solo fastidio, e te li ridò, solo perché me fai ‘na gran pena, me pari un regazzino capriccioso.
Ad occhio e croce sembra esserci un po’ tutto in quegli scatoloni, ma ad Enrico non importa se qualcosa manca, comunque si sente rinascere a nuova vita, come un’esplosione di energia, e sa che sicuramente tutta quell’opera di lunghi anni tornerà anch’essa a nuova vita per dei bambini grandi grandi grandi.

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