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Teatro Unione

Si apre la nuova stagione a Viterbo ed è subito grande teatro!
10 titoli di prosa in abbonamento, 4 di danza e 7 spettacoli per le famiglie in un calendario che da ottobre 2018 ad aprile 2019 farà del Teatro dell’Unione un polo culturale per l’intera provincia, grazie alla collaborazione tra il Comune di Viterbo e ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio.

«Nomi eccellenti nel cartellone della nuova stagione teatrale all'Unione. Da sindaco non posso che essere orgoglioso di garantire ai miei concittadini, appassionati di teatro e non, una stagione teatrale di qualità all'interno di uno dei teatri più belli del nostro Paese, il cui palcoscenico è stato calcato dai più prestigiosi nomi del mondo teatrale e dello spettacolo» dichiara Giovanni Maria Arena Sindaco di Viterbo.  

«Dopo il grande successo della passata edizione, la stagione teatrale 2018-2019 vedrà un’importante crescita con il passaggio da 7 a 10 spettacoli di prosa in abbonamento, con titoli e protagonisti in tournée nei più grandi teatri italiani a dimostrazione dell’alta qualità della proposta artistica, con prezzi contenuti facilmente accessibili al pubblico. Fondamentale la collaborazione con il Comune di Viterbo, con il quale si è da subito stabilito un proficuo dialogo e ribadita una volontà progettuale congiunta. In questo senso ATCL svolge un’attività di sostegno e coordinamento concordato con le amministrazioni locali sostenuto dal finanziamento del MIBAC e della Regione Lazio. Inoltre per noi è una grande soddisfazione la collaborazione con la Fondazione Teatro della Toscana, uno degli enti teatrali più importanti in Italia, per cui Viterbo ospiterà le prove e l’allestimento di I giganti della montagna con la regia di Gabriele Lavia, l’attuale direttore artistico del Teatro della Pergola di Firenze. Ci auguriamo possa essere una entusiasmante esperienza di dialogo tra teatro e città e l’avvio di una strategia culturale messa a servizio del pubblico» spiega ATCL.

In sinergia con la Fondazione Teatro della Toscana, il Teatro dell’Unione ospiterà l’anteprima nazionale del nuovo spettacolo di Gabriele Lavia, I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello. Lo “spettacolo, ancora tutto da fare” vedrà la compagnia in prova nel teatro viterbese dove allestirà il testo forse più poetico e visionario dell’autore agrigentino purtroppo rimasto incompiuto.
«Ma il finale “non scritto” vorrei che fosse una speranza, meglio, una certezza laica, che “la poesia non può morire”» spiega Gabriele Lavia.«E allora i giovani attori che faranno il ruolo dei Fantocci nella “stanza delle apparizioni” e che sono i “fantocci-personaggi” de La favola del figlio cambiato, alla fine, sul proscenio di assi sconnesse, davanti a un povero sipario strappato, reciteranno tutta (sia pur ridottissima) La favola del figlio cambiato.Per “fede nel teatro”... che... fateci pace!... non morirà mai... “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”».

L’apertura di stagione è affidata ad uno spettacolo che vede il connubio di importanti nomi dello spettacolo: tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, da cui nacque in un secondo tempo, il capolavoro cinematografico di Mario Monicelli,UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO vive nell’interpretazione raffinata e gentile, tragica e comica di Massimo Dapporto, nell’adattamento e regia di Fabrizio Coniglio e le musiche originali di Nicola Piovani.
«La peculiarità del romanzo è la tinta grottesca con cui Cerami descrive le umili aspirazioni del protagonista Giovanni, il borghese piccolo piccolo. Quella che metteremo in scena sarà infatti una tragicommedia che nella prima parte regalerà momenti di comicità a tratti esilarante» così racconta Fabrizio Coniglio.
Tra prosa e musica, due appuntamenti che sapranno non solo divertire, in un mix scoppiettante.
PUR DI FARE MUSICA è una commedia di Alberto Di Risio e Paolo Belli, in scena con la sua band e una serie di equivoci, paradossi ed eccessi di protagonismo tra cui districarsi.
Reduce da due anni di tournée in Italia, LE BAL - “L’Italia balla dal 1940 al 2001”è un viaggio nella storia del nostro Paese dagli anni trenta, passando per la Seconda Guerra Mondiale, la liberazione, il boom economico, le lotte di classe, la corruzione, la gioia della vittoria dei mondiali, la paura dell’undici settembre, in cui le parole sono sostituite dalla musica e dal ballo, nella regia di Giancarlo Fares. Lo spettacolo originale, nasce dalla mente di Jean-ClaudPenchenat, presente come attore anche nella trasposizione cinematografica Ballando Ballando diretta da Ettore Scola.

«Che una Compagnia intenta a provare mini-drammi quotidiani venga in qualche modo spiata da presenze o fantasmi, anche se Pirandello era contrario a questa parola, mi rafforza nella convinzione che il testo sia pieno di suggestioni soprannaturali. Un’intuizione affascinante mi ha accompagnato dall’inizio: che un palcoscenico possa sorgere laddove prima esistevano case e giardini, fontane e piccole ville. Luoghi in cui poteva accadere la storia che racconteremo, la storia dei Sei personaggi. Mi voglio anzi illudere che sia realmente accaduta: a cosa serve l’illusione, altrimenti, se non per crearne una messa in scena?». Così Michele Placidoracconta la sua terza regia dai testi di Pirandello, i SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE che tanto scandalo suscitòal debutto nel1921.

Attori strampalati che non ricordano le battute, scene che crollano, oggetti che scompaiono e ricompaiono altrove mentre lo spettacolo è in divenire, una coreografia di movimenti che ricorda le comiche degli anni 30 e 40: CHE DISASTRO DI COMMEDIA di Henry Lewis, Jonathan Sayere Henry Shields, regia diMark Bell, è una macchina perfettamente oliata, sorretta dal lavoro di grandi professionisti, che strappa risate e applausi a scena aperta.

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico, scritto da Daniela Spada e Cesare Bocci, PESCE D’APRILEè il racconto di un grande amore: un’esperienza di vita reale, toccante, intima e straordinaria, vissuta da un uomo e da una donna, interpretati dallo stesso Bocci e Tiziana Foschi. Grazie anche al coinvolgimento di AnffasOnlus - Associazione di Famiglie con persone con disabilità intellettiva e relazionale, Charity Partner del progetto - Pesce D’Aprile si conferma un inno alla vita e un momento di riflessione necessario.

Secondo il mito, il pomo della discordiaè la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto in onore del matrimonio di Peleo e Teti, per vendicarsi del mancato invito alla festa. La Dea incise sul pomo la frase "Alla più bella", causando così una lite furibonda fra Era, regina degli dei, Afrodite, dea della bellezza, e Atena, dea della saggezza. Carlo Buccirosso firma testo e regia di una trasposizione ai giorni nostri, in un esilarante affresco della normale famiglia benestante italiana, in IL POMO DELLA DISCORDIA, dove «possiamo realmente comprendere come a volte la realtà, possa di gran lunga superare le fantasie, anche quelle più remote dell’antica mitologia».

Il visionario regista Luciano Melchionna firma l’amara e divertente commedia di Carmine Amoroso resa celebre dal film di Mario Monicelli del 1992, PARENTI SERPENTI con un interprete d’eccezione: «Immaginare Lello Arena, con la sua carica comica e umana, nei panni del papà mi ha fatto immediatamente sorridere, tanto da ipotizzare il suo sguardo come quello di un bambino intento a descrivere ed esplorare le dinamiche ipocrite e meschine che lo circondano nei giorni di santissima festività. È un genitore davvero in demenza senile o è un uomo che non vuol vedere più la realtà e si diverte a trasformarla e a provocare tutti?».

Scritto e direttoda John Pielmeier, VOCI NEL BUIO è un elettrizzante e sorprendente thriller, ambientato in una baita isolata, in cui rimane bloccata una famosa psicologa conduttrice di una seguitissima trasmissione radiofonica. Una straordinaria Laura Moranteterrà il pubblico con il fiato sospeso,dando voce alla protagonista perseguitata da un maniaco.

COMUNE DI VITERBO

stagione di prosa 2018 – 2019

sabato 27 ottobre ore 21.00
MASSIMO DAPPORTO
UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO
tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami
adattamento e regia Fabrizio Coniglio
musiche originali di Nicola Piovani
con Susanna Marcomeni, Roberto D’Alessandro, Matteo Francomano, Federico Rubino
costumi Sandra Cardini
scene Gaspare De Pascali
luci Valerio Peroni
assistente alla regia Alessandro Marmorini
assistente ai costumi Alice Rinaldi
assistente alle scene Valeria Di Maria
produzione Pietro Mezzasoma

Perché riprendere un capolavoro del passato e riproporlo nel nostro tempo? Una semplice spinta commerciale o forse una storia tremendamente attuale? Un borghese piccolo piccolo è un romanzo straordinario di Vincenzo Cerami da cui è stato tratto, in un secondo tempo, il capolavoro cinematografico di Monicelli. Il romanzo, che diverge dal film in alcuni nodi narrativi essenziali, è un ritratto di agghiacciante attualità. La peculiarità del romanzo è la tinta grottesca con cui Cerami descrive le umili aspirazioni del protagonista Giovanni, il borghese piccolo piccolo. Quella che metteremo in scena sarà infatti una tragicommedia che nella prima parte regalerà momenti di comicità a tratti esilarante. Il Borghese piccolo piccolo è Giovanni Vivaldi, un uomo di provincia che lavora al ministero, il cui più grande desiderio è quello di “sistemare” suo figlio Mario, proprio in quel ministero in cui Giovanni lavora da oltre trent’anni. Ma come ottenere una raccomandazione per il figlio? Ecco l’inizio della sua ricerca disperata di una “scorciatoia”, in questo caso rappresentata dalla Massoneria, per garantire un futuro al figlio. Le aspirazioni, il desiderio di raggirare le regole che una società democratica e civile impone, sembrano quasi connaturate nell’animo di ogni cittadino italiano.
La Scorciatoia o la raccomandazione è avvertita dalla nostra società come qualcosa di necessario per sopravvivere: forse, in fondo, non crediamo più nella possibilità di essere tutti uguali di fronte alla legge e nelle pari opportunità di emancipazione sociale ed economica. Questo è lo snodo più fortemente attuale della storia che metteremo in scena. Racconteremo questo grande romanzo classico con il sorriso, che solo i grandi autori come Vincenzo Cerami hanno saputo e sanno ancora regalarci. Per questo motivo ci affidiamo all’arte di un grande interprete del nostro Teatro: Massimo Dapporto, capace di rendere il ridicolo e il tragico nello stesso tempo, regalando grande umanità e semplicità alla famiglia Vivaldi.

TRAMA
Giovanni e Amalia discutono di come il figlio Mario potrà trovare un lavoro ora che ha conseguito il diploma di ragioniere. Giovanni apprende che si terrà un concorso per 1200 nuovi posti allo stesso ministero in cui lavora. Giovanni decide di iscrivere Mario, ma sapendo che lui non potrebbe farcela, va a chiedere al capufficio se può favorirlo. Il dirigente gli spiega che nel concorso vi sono due prove, una orale e una scritta; in quella orale può favorire Mario, ma in quella scritta no. Il capufficio, però, vedendo Giovanni abbattuto, gli chiede se è disposto ad entrare nella Massoneria, in modo da poter conoscere anche lui il contenuto del test, usufruendo dei "vantaggi" che godono i membri della loggia.
Giovanni accetta, entra nella Massoneria e, qualche settimana prima del concorso, ottiene dal capufficio le risposte dell'esame, che fa imparare a memoria a Mario. Il giorno del concorso Giovanni e Mario si stanno recando al ministero, ma dei rapinatori che stanno scappando sparano e accidentalmente colpiscono Mario che muore. Amalia, per il dolore della morte del figlio, rimane vittima di una trombosi. Giovanni si abitua al nuovo modo di vivere, ma un giorno, quando si reca in questura per vedere i sospettati, riconosce l'assassino e non dice niente.
L'assassino viene rilasciato e mentre ritorna viene seguito da Giovanni che lo cattura e lo porta nella sua baracca vicino al lago dove con del fil di ferro lo lega e lo imbavaglia quasi fino a strozzarlo e lo tortura per diversi giorni. Nei giorni seguenti l'assassino muore, Giovanni va in pensione, ma proprio lo stesso giorno dell'agognato traguardo Amalia muore. Dopo i funerali, Giovanni ritorna a seppellire l'assassino e poi ritorna alla sua vita di prima.

sabato 10 novembre ore 21.00
PAOLO BELLI
PUR DI FARE MUSICA
una commedia di Alberto Di Risio e Paolo Belli
e con Juan Carlos Albelo Zamor, Gabriele Costantini, Mauro Parma, Enzo Proietti, Gaetano Puzzutiello, Peppe Stefanelli, Paolo Varoli
PD produzioni

Paolo Belli torna in teatro con Pur di fare Musica, la commedia musicale scritta con Alberto Di Risio che ha riscosso unanime successo di pubblico e critica nelle passate stagioni.

La commedia prende il via come un normale concerto, ma da subito per Paolo cominciano le difficoltà. Peppe, percussionista e amico di lunga data, arriva in ritardo e si giustifica proponendogli dei musicisti straordinari e fidatissimi per completare la band. In realtà̀, a presentarsi sono alcuni musicisti bravissimi, ma decisamente “originali”: un chitarrista sordo detto “il Gelido”, quattro gemelli di origine spagnola che per dissapori familiari non suonano mai insieme e un quinto gemello “eterozigoto”, che parla uno spagnolo improbabile. Tutti elementi che porteranno Paolo a doversi districare tra equivoci, paradossi ed eccessi di protagonismo, per cercare comunque di portare a casa “la serata”. Naturalmente, il collante tra queste gag esilaranti è la Musica, che grazie alla rivisitazione dei classici del repertorio di Paolo Belli e di quelli dei suoi maestri, dà vita ad un mix inedito ed irresistibile di canzoni e risate.

sabato 24 novembre ore 21.00
LE BAL
“L’Italia balla dal 1940 al 2001”
da LE BAL, una creazione del Théâtre du Campagnol da un’idea Jean-Claude Penchenat
regia di Giancarlo Fares
con Giancarlo Fares, Sara Valerio, Riccardo Averaimo, Alberta Cipriani, Manuel D’Amario, Vittoria Galli, Lorenzo Grilli, Alice Iacono, Alessandro Greco, Davide Mattei, Matteo Milani, Pierfrancesco Perrucci, Maya Quattrini, Lucina Scarpolini, Patrizia Scilla, Viviana Simone
coreografie Ilaria Amaldi
scenografia Marco Lauria
costumi Francesca Grossi
light designer Anna Maria Baldini
sound designer Giovanni Grasso
produzione OTI – Officine Del Teatro Italiano, Tieffe Teatro Milano

La pista di una balera si presenta pronta ad accogliere le coppie che di li a poco riempiranno la sala. Un luogo d’incontro in cui uomini e donne cercano gli altri, in cui si va a passare i pomeriggi. Si compiono gli ultimi passi, si rivivono le ultime memorie. Ma gli uomini e le donne che ora popolano la sala sono ancora vivi: gelosie, rancori, stilemi caratteriali radicati nell’essere umano si mostrano ed interagiscono. Tutti ballano e progressivamente si raggiunge il momento clou: una sorta di gara di ballo a chi è più bravo, una gara in cui non vince nessuno, ma nel procedere del crescendo si arriva ad un movimento accelerato che porta i personaggi a liberarsi dal peso dell’età, ci si libera dei costumi e si torna giovani degli anni trenta.
Da questo momento è la storia a farla da padrona e la musica ne scandisce l’evolversi. La musica di fa drammaturgia e permette alle azioni di esplodere e raccontare la storia del nostro paese che si dipana dagli anni trenta, passando per la seconda guerra mondiale, la liberazione, il boom economico, le lotte di classe, la corruzione, la gioia della vittoria dei mondiali che unisce tutti indistintamente, il degrado, la paura dell’undici settembre e la riconquista dei valori, dell’amore che dona speranza narrando i cambiamenti della vita quotidiana, la migrazione verso il nord, l’abbigliamento, il mangiare, il modo d’esprimere le proprie emozioni.
Un racconto affidato alla musica e agli attori. Alla forza comunicativa delle azioni, dei gesti e dei suoni si accompagnano i molti cambi di costume che raccontano il susseguirsi dei decenni, i mutamenti dei colori e lo scoprirsi del corpo. Sulle note di canzoni italiane che appartengono alla memoria comune, dal Trio Lescano a Fred Bongusto, da Modugno a Mina, Renato Zero, Enrico Ruggeri, Battiato, Celentano e la Vanoni, solo per citarne alcuni, si racconta l’Italia che balla dal 1940 al 2001. Lo spettacolo originale, nasce dalla mente di Jean-Claud Penchenat, presente come attore anche nella trasposizione cinematografica Ballando Ballando diretta da Ettore Scola.

martedì 11 dicembre ore 21.00
MICHELE PLACIDO
SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
di Luigi Pirandello
uno spettacolo di Michele Placido

I personaggi della Commedia
Il padre Michele Placido
La madre Guia Jelo
La figliastra Dajana Roncione
Il figlio Luca Iacono
Madama Pace Luana Toscano
La bambina Paola Mita
Il giovinetto Flavio Palmeri

Gli attori della Compagnia
Il regista Silvio Laviano
La prima attrice Egle Doria
Il primo attore Luigi Tabita
L’attrice giovane Ludovica Calabrese
L’attore giovane Federico Fiorenza
La seconda donna Marina La Placa
L’assistente del regista Giorgia Boscarino
Il direttore di scena Antonio Ferro

musiche Luca D’Alberto
costumi Riccardo Cappello
luci Gaetano La Mela
produzione Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Goldenart Production srl

NOTE DI REGIA
È la mia passione per tutto quello che è pirandelliano che mi ha portato ad accettare la sfida. Questa è la mia terza regia teatrale su un testo del Girgentano, dopo Così è se vi pare e i due atti unici La carriola e L’uomo dal fiore in bocca. In passato ho girato un film La scelta, tratto dalla novella e dalla pièce L’innesto, incentrato sulla violenza che una donna subisce. Anche in Sei personaggi è presente una forma di violenza molto ambigua, attuata dal Padre nei confronti dell’umile moglie che pure ha amato e gli ha dato un figlio, ma con la quale ha poco da condividere sul piano intellettuale. Deciderà perciò di farla innamorare del suo contabile; un piano “diabolico” ma a suo dire “a fin di bene”, almeno per la donna che sarà più felice nel nuovo rapporto da cui avrà altri tre figli. Ma l’uomo muore lasciandoli in miseria. E il Padre incontra in una casa di piacere la Figliastra indotta a prostituirsi.
È davvero scabroso l’affair che il sestetto pirandelliano chiede da quasi un secolo di esplicitare in scena. E si spiega perché una siffatta famiglia è stata abbandonata dall’autore, atterrito all’idea di alimentare una vicenda tanto scandalosa. Coerentemente con il metateatro di Pirandello, la richiesta dei “Sei” di dare vita al loro dramma coincide qui, più che mai, con la funzione che è propria del palcoscenico, ossia accogliere la rappresentazione. Una “commedia da fare”, la definisce il suo autore: un inno al teatro che mai abdica alla propria missione.
Allo stesso tempo trovo sia presente un senso di ribellione da parte dei “personaggi”, i quali andranno appunto alla ricerca di un’origine e, nel nostro caso, di una Compagnia incline a privilegiare testi che parlano della società di oggi, delle sue drammaticità: il femminicidio, le morti bianche o anche l’impossibilità di un legame sentimentale, dovuta all’alienazione dell’uomo contemporaneo. Che una Compagnia intenta a provare mini-drammi quotidiani venga in qualche modo spiata da presenze o fantasmi, anche se Pirandello era contrario a questa parola, mi rafforza nella convinzione che il testo sia pieno di suggestioni soprannaturali. Un’intuizione affascinante mi ha accompagnato dall’inizio: che un palcoscenico possa sorgere laddove prima esistevano case e giardini, fontane e piccole ville. Luoghi in cui poteva accadere la storia che racconteremo, la storia dei Sei personaggi. Mi voglio anzi illudere che sia realmente accaduta: a cosa serve l’illusione, altrimenti, se non per crearne una messa in scena?
Michele Placido

venerdì 21 dicembre ore 21.00
CHE DISASTRO DI COMMEDIA
di Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields
regia Mark Bell
con Alessandro Marverti, Yaser Mohamed, Marco Zordan, Luca Basile, Viviana Colais, Stefania Autuori, Valerio Di Benedetto
e la partecipazione di Gabriele Pignotta
un progetto artistico di Gianluca Ramazzotti
traduzione Enrico Luttmann
scene Nigel Hook riprese da Giulia De Mari
costumi Roberto Surace ripresi da Francesca Brunori
musiche Rob Falconer
disegno luci Marco Palmieri
direttore di palcoscenico Roberto Rini
capo macchinista Dario Capobianco
assistente scene Cristina Gasparrini
fonico Francesco Severa
datore Luci Davide Adriani
addetta ai costumi Marina Sarubbo
scenotecnica Amodio Srl – Dari Automazioni
sartoria “Il Costume”
service audio luci Idea Musica Service
trasporti Trans Movie Srl
amministratore di compagnia Stefano De Stefani
AB Management

Il racconto prende forma tra una scenografia che implode a poco a poco su sé stessa e attori strampalati che, goffamente, tentano di parare i colpi degli svariati tragicomici inconvenienti che si intromettono tra loro ed il copione con estro e inventiva, tanto da non lasciare spazio a nient’altro che a incontenibili risate e divertimento travolgente. Tra paradossi e colpi di scena gli attori non si ricordano le battute, le porte non si aprono, le scene crollano, gli oggetti scompaiono e ricompaiono altrove. Tutto è studiato nei minimi particolari con smaliziato umorismo senza mai risultare artefatto o stucchevole.
Il ritmo incessante dello spettacolo, se da un lato coinvolge il pubblico in un vortice impetuoso di ilarità, dall’altro palesa la grandissima fatica fisica che i protagonisti mettono in gioco per rappresentare i disastri che si accumulano in un crescendo senza controllo.
Applausi a scena aperta per i protagonisti, un cast di istrionici professionisti con dei tempi comici senza eguali, che sono riusciti, tra recitazione e tecnica, a fare di questa commedia un piccolo grande miracolo.
sabato 12 gennaio ore 21.00
CESARE BOCCI e TIZIANA FOSCHI
PESCE D’APRILE
regia di Cesare Bocci
supervisione alla regia Peppino Mazzotta
produzione Art Show

Pesce d’Aprile è il racconto di un grande amore: un’esperienza di vita reale, toccante, intima e straordinaria, vissuta da un uomo e da una donna, interpretati da Cesare Bocci e Tiziana Foschi.
Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico, scritto da Daniela Spada e Cesare Bocci e edito da Sperling & Kupfer, Pesce D’Aprile in meno di un anno ha venduto più di diecimila copie. Da qui l’esperienza si fa spettacolo: un testo vero, lucido, ironico e commovente, che racconta come anche una brutta malattia può diventare un atto d’amore. Cesare e Daniela, come Cesare Bocci e la sua compagna nella vita reale, metteranno a nudo, d’improvviso, tutta la loro fragilità, dimostrando quanto, come per il cristallo, essa si possa trasformare in pregio, grazie ad un pizzico di incoscienza, tanto amore e tantissima voglia di vivere.
Tra il riso e il pianto, nel corso della pièce si delinea il profilo di una donna, prigioniera di un corpo che smette di obbedirle, e di un uomo, che da compagno di vita diventa bastone, nutrimento, supporto necessario. Una lotta alla riconquista della propria libertà, che ha lo scopo di trasmettere messaggi di positività e forza di volontà, anche di fronte alle sfide più difficili che il quotidiano spesso ci impone. Grazie anche al coinvolgimento di Anffas Onlus - Associazione di Famiglie con persone con disabilità intellettiva e relazionale, Charity Partner del progetto - Pesce D’Aprile si conferma un inno alla vita e un momento di riflessione necessario. La drammaturgia è di Cesare Bocci e Tiziana Foschi.

sabato 23 febbraio ore 21.00
GABRIELE LAVIA
I GIGANTI DELLA MONTAGNA
di Luigi Pirandello
con Federica Di Martino, cast in via di definizione
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi
regia Gabriele Lavia
produzione Fondazione Teatro della Toscana in coproduzione con Teatro Stabile di Torino

anteprima nazionale

NOTE DI REGIA
La vita è vento, la vita è mare, la vita è fuoco. Non la terra che s’incrosta e assume forma. Ogni forma è la morte.

Cotrone, il mago, dice di essersi fatto “turco” per il “fallimento della poesia della cristianità”...
Ma chi è questo “strano” mago, mezzo vestito da turco, che vive nel “fallimento”, nella “caduta” del mondo, ai margini della vita e ai confini del sogno?
Lo sanno tutti, è lo stesso Luigi Pirandello, agrigentino e nato, per una epidemia di colera da cui fuggire, in un “luogo a parte” chiamato Caos, parola greca che vuol dire “spalancato, disordinato”.
Il suo contrario è Kósmos che vuol dire “ordinato, abbellito”, da cui, appunto, “cosmetico”.
E il Teatro di Pirandello, certo, non è “cosmetico”.
Ma Cotrone è anche qualcosa di più. È colui che vive rifugiato o emarginato nella propria illusione che il Teatro, cioè l’arci-poesia, la poesia originaria, possa essere il Luogo Assoluto. Fuori da ogni contaminazione. Lontano da quei Giganti, da quelle “forze brute”, da quegli uomini (forse noi stessi!) che mettono paura solo a sentirli passare al galoppo!...
Ma il Teatro è “prima di tutto”. È quell’accadimento misterioso che ha trasformato dei “viventi” in una comunità di uomini, proprio quel giorno in cui si sono “rappresentati” e riconosciuti in quella “rappresentazione”. Il Teatro è sempre quella “origine”. È l’origine della coscienza di “essere quello che si è”. In Teatro accade “Coscienza”.
I Giganti sono uomini che hanno dimenticato la coscienza della loro origine. Snaturati dal non voler conoscere se stessi. I servi dei Giganti imitano nei “costumi” di violenza, ignoranza e volgarità i loro padroni, i Giganti. E dunque non possono far altro che continuare a uccidere la “poesia originaria” nata come specchio dell’uomo...uccidere il Teatro. Le ultime parole che Pirandello ha scritto, concludendo il secondo atto (il terzo non lo scriverà mai), le ha messe in bocca al personaggio della seconda donna, Diamante, che ha la responsabilità di dare voce al testamento di Luigi Pirandello: “ho paura... ho paura”.
È andato a dormire, il nostro grande, con queste parole nel cuore, “ho paura... ho paura”, convinto che il giorno dopo avrebbe scritto il terzo atto che aveva tutto pronto nella mente. E invece quella “paura” era la “fine” del suo capolavoro. Ma forse è giusto così.
È giusto che Pirandello non abbia scritto la “morte del Teatro”. Perché il Teatro non potrà mai morire finché ci sarà un uomo che piangerà quando Lear griderà: “T’hanno impiccato povero matto mio...” o Amleto sussurrerà: “il resto è silenzio...” o il cieco Edipo implorerà: “cacciatemi via lontano...”
Il Teatro non morirà. Rinascerà nella “paura”... nella “sconfitta”... nel “dolore”... ma rinascerà.
Come nel mito del suo “primo sorgere”.
Il mito di Dioniso che, poi, è il mito fondante della drammaturgia pirandelliana.
Il mito di Dioniso ci racconta che i Titani, figli della Terra, fortissimi e instancabili lavoratori, invidiosi del dio eternamente fanciullo e amatissimo da tutti gli altri dei, decisero, con la complicità della madre Terra, di ucciderlo.
Così, mentre il dio fanciullo dormiva, i “giganteschi Titani” disposero di nascosto attorno a Dioniso dormiente tanti bei giocattoli (una trottola, dei burattini, un tubo da far ruotare in aria per suonare... ecc.) e alla fine un grande specchio tondo.
Appena sveglio, Dioniso, vedendo tutti quel bei giocattoli cominciò, appunto, a giocare.
Allora i Titani si scagliarono su di lui per sbranarlo.
Dioniso però, agilissimo, scappò e... Chi poteva raggiungerlo?...
Nella fuga il dio fanciullo trovò il grande specchio tondo. Si fermò e guardò “dentro”... e vide il mondo! (Che Dioniso sia lo spirito del mondo?)
I Titani si scagliarono su di lui e Dioniso, per sfuggire loro si trasformò in... “tutto”...
Dioniso, per essere salvo, non si fissava mai in una “forma” perché quella “forma” poteva essere uccisa dai Titani. Ed essere la sua fine.
Ricordate Pirandello che dice (più o meno sempre) “ogni forma è la morte”?
Già, proprio così. Il mito di Dioniso è il mito fondante dell’opera pirandelliana e, allora, nessuna sorpresa se la sua ultima fatica che, per “necessità del destino del teatro” rimase incompiuta, ci racconta la “sua versione” del mito di Dioniso che, in questo caso, prende l’aspetto di un’attrice: Ilse Paulsen.
Un’attrice strana che recita sempre la stessa parte. Si è come fissata a far sempre lo stesso ruolo.
La madre de La favola del figlio cambiato. Ma Dioniso che fine fa nel mito?
Certo, cambia sempre forma, non si fissa in una “forma” ed è per questo che i Titani non riescono a catturarlo e ucciderlo.
Dioniso, come tanti personaggi femminili di Pirandello, “cangia sempre” o anche: “vado così... vado così... tu credi che io sia come tu mi vedi... Io ero fuori di me... non ero più io... sono sempre un’altra...” Dioniso, dunque... “cangiando sempre”... si trasformò in un toro. La madre Terra emise un muggito di vacca in calore. Dioniso-toro, preso dal desiderio, si fermò per un solo istante in quella “forma taurina”. I Titani lo sbranarono.
Ricordate Non si sa come? Romeo Daddi “stordito e fuori di sé” in un giorno d’estate e di sole violento, fa sesso con la moglie del suo più caro amico. Come in un sogno. Nella “realtà del sogno”. E lo stesso vale per la donna sposa dell’amico e amante di Romeo Daddi nella stessa realtà di quel “sogno”. Già... sogno... ma forse no...
Insomma, i Titani fanno a pezzi Dioniso.
Apollo (sguardo della Luce che riunisce nella Luce) prende i pezzi di Dioniso sbranato e, su un piccolo altarino di legno, li “riunisce”.
I pastori (tragos), commossi, cantarono un’Ode piangente dando origine alla tragos-ode. La tragedia. Il teatro che conosciamo in tutto l’Occidente. Pirandello utilizzò sempre questo mito per il suo teatro. Nei Giganti avrebbe voluto svelarlo con la chiarezza della favola, appunto del “mito”. Invece, per destino, il dramma rimase incompiuto.
Nel nostro spettacolo, ancora tutto da fare, cioè nel “teatro della mente del regista”, tutta l’azione dovrebbe accadere dentro un “teatro distrutto”. “Pare vogliano costruirci qualcos’altro”. Uno stadio? Un cinema? (Ma ormai è improbabile)... Un centro commerciale? Forse uffici?...
È qui che si vorrebbe rappresentare I Giganti della Montagna dell’amatissimo Pirandello.
Ma il finale “non scritto” vorrei che fosse una speranza, meglio, una certezza laica, che “la poesia non può morire”. E allora i giovani attori che faranno il ruolo dei Fantocci nella “stanza delle apparizioni” e che sono i “fantocci-personaggi” de La favola del figlio cambiato, alla fine, sul proscenio di assi sconnesse, davanti a un povero sipario strappato, reciteranno tutta (sia pur ridottissima) La favola del figlio cambiato.
Per “fede nel teatro”... che... fateci pace!... non morirà mai... “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.
Gabriele Lavia

venerdì 1 marzo ore 21.00
CARLO BUCCIROSSO
IL POMO DELLA DISCORDIA
con Maria Nazionale
scritto e diretto da Carlo Buccirosso
e con (in o. di a.) Monica Assante di Tatisso, Giordano Bassetti, Claudiafederica Petrella, Elvira Zingone, Matteo Tugnoli, Mauro de Palma, Peppe Miale, Fiorella Zullo
e con la partecipazione di Gino Monteleone
aiuto regia Martina Parisi
luci Francesco Adinolfi
scene Gilda Cerullo e Renato Lori
costumi Zaira de Vincentiis
coreografie Elvira Zingone e Matteo Tugnoli
musiche Sal Da Vinci
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

“Doveva essere un giorno felice, si celebravano le nozze della dea del mare con un uomo bellissimo, e tutti gli dei erano venuti a festeggiare gli sposi, portando loro dei doni!...
La sala del banchetto splendeva di mille luci e sulla tavola brillavano caraffe e coppe preziose, colme di nettare ed ambrosia, e tutti gli invitati erano felici e contenti… solo Eris, dea della discordia, non era stata invitata, ma nel bel mezzo del banchetto, arrivò, lanciò una mela d’oro sul tavolo imbandito e scappò via, creando dissapori e contrasti tra i tutti i presenti.”
Tutto ciò, in breve, appartiene alla classica mitologia greca, ma proviamo a trasferirla ai giorni d’oggi, in una normale famiglia benestante, dove l’atmosfera e l’euforia di una festa di compleanno organizzata a sorpresa per Achille, primogenito dei coniugi Tramontano, potrebbe essere turbata non da una mela, non da un frutto, bensì da un pomo, un pomo d’Adamo, o meglio, il pomo di Achille, il festeggiato, ritenuto un po’ troppo sporgente…
E se aggiungiamo che Achille, vivendo un rapporto molto difficile con suo padre Nicola, è continuamente difeso a spada tratta da sua madre, la epica Angela, non essendosi ancora dichiarato gay, e non avendo mai presentato Cristian, il proprio fidanzato, che da anni bazzica in casa spacciandosi per il compagno di sua sorella Francesca… se aggiungiamo poi che alla festa sarà presente anche Sara, prima ed unica fiamma al femminile della sua tormentata adolescenza, Manuel estroso trasformista, Marianna garbata psicologa di famiglia, ed Oscar un bizzarro vicino di casa che non ha mai tenuto nascoste le proprie simpatie nei confronti di Achille… beh, allora possiamo realmente comprendere come a volte la realtà, possa di gran lunga superare le fantasie, anche quelle più remote della antica mitologia... Omero mi perdoni!
Carlo Buccirosso

giovedì 28 marzo ore 21.00
LELLO ARENA
PARENTI SERPENTI
di Carmine Amoroso
con Giorgia Trasselli
e con (in o. a.) Raffaele Ausiello, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta, Carla Ferraro, Serena Pisa, Fabrizio Vona
regia Luciano Melchionna
scene Roberto Crea
costumi Milla
musiche Stag
disegno luci Salvatore Palladino
assistente alla regia Sara Esposito
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con Bon Voyage Produzioni
e con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2016

Uno straordinario Lello Arena diretto dal visionario Luciano Melchionna è il protagonista della divertente e amara commedia di Carmine Amoroso resa celebre dal film di Mario Monicelli.

Conosciuta dal grande pubblico grazie al film “cult” di Mario Monicelli del 1992, l’amara e divertente commedia di Carmine Amoroso racconta un Natale a casa degli anziani genitori che aspettano tutto l’anno quel momento per rivedere i figli ormai lontani. E se quest’anno gli amati genitori volessero chiedere qualcosa ai loro figli? Se volessero finalmente essere “accuditi”, chi si farà carico della loro richiesta?
Luciano Melchionna, il visionario creatore di Dignità Autonome di Prostituzione, costruisce uno spaccato di vita intimo e familiare di grande attualità, con un crescendo di situazioni esilaranti e spietate che riescono a far ridere e allo stesso tempo a far riflettere con profonda emozione e commozione.

NOTE DI REGIA
Un Natale in famiglia, nel paesino d’origine, come ogni anno da tanti anni. Un Natale pieno di ricordi e di regali da scambiare, in questo rito stanco che resta l’unico appiglio possibile per tentare di ravviare i legami famigliari, come il fuoco del braciere che i genitori anziani usano, ancora oggi, per scaldare la casa: un braciere pericoloso ma rassicurante come tutte le abitudini e le tradizioni. Un Natale a casa dei genitori anziani che aspettano tutto l’anno quel momento per rivedere i figli cresciuti, e andati a lavorare in altre città. Uno sbarco di figli e parenti affettuosi e premurosi che si riuniscono, ancora una volta, per cercare di spurgare, in un crescendo di situazioni esilaranti e stridenti in cui tutti noi possiamo riconoscerci, le nevrosi e le stanche dinamiche di coppia di cui sono ormai intrisi. Immaginare Lello Arena, con la sua carica comica e umana, nei panni del papà mi ha fatto immediatamente sorridere, tanto da ipotizzare il suo sguardo come quello di un bambino intento a descrivere ed esplorare le dinamiche ipocrite e meschine che lo circondano nei giorni di santissima festività. È un genitore davvero in demenza senile o è un uomo che non vuol vedere più la realtà e si diverte a trasformarla e a provocare tutti?
Andando via di casa, diventando adulti, ogni figlio ha dovuto fare i conti con la realtà, ha dovuto accettare i fallimenti e ha imparato a difendere il proprio orticello mal coltivato, spesso per incuria o incapacità, ma in quelle pause di neve e palline colorate ognuno di loro si impegna a mostrarsi spensierato, affettuoso e risolto. All’improvviso però, i genitori, fino ad allora punti di riferimento, esprimono l’esigenza di essere accuditi come hanno fatto anni prima con loro: uno dei figli dovrà ospitarli e prendersi cura della loro vecchiaia… a chi toccherà? All’improvviso, dunque, un terremoto segna una crepa nell’immobilità rassegnata di un andamento ormai sempre uguale e in via di spegnimento, una crepa dalla quale un gas mefitico si espanderà e inquinerà l’aria. Sarà la soluzione più spicciola e più crudele a prendere il sopravvento. Verità? Paradosso? Spesso, come si è soliti dire, che la realtà supera la fantasia. Ciò mi ha spronato ad affrontare questo testo che ha la peculiarità rara di fotografare uno spaccato di vita famigliare sempre assolutamente attuale, purtroppo. Si può far ridere nel raccontarlo e sorridere nell’assistere alle spumeggianti gag ma, allo stesso tempo, non ci si può riflettere sopra senza una profonda amarezza. Viviamo in un’epoca in cui i valori, primo fra tutti il rispetto, stanno pian piano sparendo e l’egoismo sta prendendo decisamente il sopravvento sulla carità umana e sulla semplice, fondamentale, empatia. Prima o poi saremo tutti dei vecchi bambini bisognosi di cure, perché trasformarci in soprammobili polverosi, inutili e ingombranti? In quest’epoca in cui tutto e il contrario di tutto sono la stessa cosa ormai, con questa commedia passeremo dalle risate a crepapelle per il tratteggio grottesco e a tratti surreale dei personaggi al più turpe cambiamento di quegli esseri che – chi di noi non ne ha conosciuto almeno uno? – da umani si trasformeranno negli animali più pericolosi e subdoli: i serpenti.”
Luciano Melchionna

giovedì 11 aprile ore 21.00
LAURA MORANTE
VOCI NEL BUIO
scritto e diretto da John Pielmeier
con altri sei attori in via di definizione
regista assistente Enzo Masci
versione italiana di Franco Ferrini
scenografia di David Gallo
produzione Centro D’arte Contemporanea Teatro Carcano e Gianluca Ramazzotti Per Ginevra Media Production Srl

Adirondack Mountains, fra New York e il Canada. In una piccola baita Lil aspetta di passare un weekend lontana da tutto, cercando di rimettere insieme il suo matrimonio in crisi. Lil è una psicologa che conduce in radio la trasmissione del momento: “L’ultima occasione”, un programma che dà ascolto alla voce di persone disperate alle quali tende una mano. Un programma di successo tale da convincere la più importante rete televisiva d’America a corteggiare Lil per portarla sugli schermi di tutte le case. Ma Lil vorrebbe smettere di essere la protagonista di quello che ormai si è trasformato in uno show degli orrori come nell’ultima trasmissione: in una telefonata in diretta un maniaco con la voce camuffata ha dichiarato che ucciderà una donna se Lil non lo fermerà. I tre giorni nella baita dovrebbero essere il suo modo per staccarsi da tutto questo. Ma suo marito non arriva, il volo è stato cancellato per la neve. Neve che la blocca definitivamente in quella baita isolata e frequentata da pochissime persone. E quando il telefono squilla, la voce del maniaco trasforma il weekend di Lil in un incubo: una feroce lotta per la sopravvivenza contro un nemico invisibile. Perché l’uomo che vuole ucciderla è lì. E la sua mano potrebbe essere quella di ognuna delle poche persone che ha intorno.
L’elettrizzante e sorprendente thriller di John Pielmeier, per la prima volta in Italia, incontra la straordinaria qualità e il carisma di Laura Morante, per dare vita a uno spettacolo coinvolgente nel quale niente e nessuno sono come sembrano: uno spettacolo e una protagonista che terranno il pubblico col fiato sospeso fino all’ultimo secondo.

Abbonamento a turno fisso (10 spettacoli):
                intero             ridotto
Platea:             euro 185,00         euro 170,00
Palco Centrale 1 Fila:         euro 175,00        euro 160,00
Palco Centrale 2 Fila:         euro 155,00         euro 140,00
Palco Laterale 1 Fila:         euro 150,00         euro 135,00
Palco Laterale 2 Fila:         euro 130,00         euro 115,00
Palco Lateralissimo:         euro 85,00         euro 70,00
Under 25:             euro 60,00
(Palco Laterale e Lateralissimo III e IV ordine)

Gli abbonati della passata stagione potranno esercitare il diritto di prelazione sul posto da martedì 11 a sabato 22 settembre.Dal 24 settembre inizia la vendita dei nuovi abbonamenti.

Biglietti:
                intero                 ridotto
Platea:           euro 26,00 + 2,50         euro 24,00 + 2,50
Palco Centrale 1 Fila:  euro 24,00 + 2,50         euro 22,00 + 2,50
Palco Centrale 2 Fila:  euro 20,00 + 2,00         euro 18,00 + 2,00
Palco Laterale 1 Fila:  euro 22,00 + 2,00         euro 20,00 + 2,00
Palco Laterale 2 Fila:  euro 18,00 + 2,00         euro 14,00 + 1,50
Palco Lateralissimo:   euro 14,00 + 1,50         euro 10,00 + 1,00

Teatro dell’Unione: piazza Giuseppe Verdi - Viterbo
La biglietteria del Teatro è aperta dal martedì al sabato con orario 10.00 – 13.00 e 15.00 – 19.00.
Aperto anche di domenica, con gli stessi orari, solo in caso di spettacoli o altre attività.
Chiuso il lunedì.

Per informazioni www.teatrounioneviterbo.it e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Tel. 388.95.06.826
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