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Carlo Cecchi e Enrico IV

Tutt'altro che un omaggio al genio agrigentino questo Enrico IV di (e l'attribuzione è a mio avviso del tutto giustificata) Carlo Cecchi, che lo adatta rivisitandolo e lo dirige con mano straordinariamente moderna, facendone una riflessione sul teatro che, più che meta-teatrale, appare alla fine quasi anti-teatrale. Con il distacco di quella sua particolare ironia alienata, infatti, Cecchi riesce a riscrivere la medesima e consueta narrazione con sintassi affatto diversa, senza spostarne o modificarne lo sviluppo ma traslandone il senso con slittamenti sintattici e drammaturgici quasi inavvertiti ma in grado di modificarne la percezione scenica. È questo un Enrico IV paradossalmente molto umano ed in questo riportato dalle lontananze del teatro metafora e riproduzione della vita ad una vicinanza quasi domestica, contigua dunque a ciascuno di noi che per recitare giorno per giorno non abbiamo bisogno di cadere da cavallo e, con l'occasione, fingerci pazzi, per difesa o per gioco e divertimento. Così

il teatro ci mostra semplicemente la maschera che portiamo.
Perché, come scrive Cecchi stesso sul foglio di scena: “non per nulla il teatro, il teatro nel teatro e il teatro del teatro, sono il vero tema di questo spettacolo” che trasforma l'occasione clinica in “vocazione teatrale”, appunto.
Per raggiungere questo semplice ma ostico obbiettivo, Cecchi da grande attore quale è, deve però distruggere proprio la “grandattorialità” attorno alla quale l'originale pirandelliano fu costruito (il suo primo interprete fu Ruggero Ruggeri) e riesce a farlo riducendo l'enfasi e lo spazio che allontanava per privilegiare la secchezza recitativa in una presenza ricca di suggestioni come rimandate e mai esplicitate.
È dunque un Enrico IV eterodosso se vogliamo, revisionato più che adattato in cui il protagonista si autoriduce spazi e tempi trasformandosi da indiscusso centro della narrazione a sorta di burattinaio che gioca con la sua e le altrui maschere.
Detto di Carlo Cecchi, che lavora con sagacia sul testo, lo dirige con qualità e lo interpreta con la consueta sapienza, questa nuova edizione del lavoro pirandelliano porta sulla scena un cast di valore, a partire da Angelica Ippolito e per finire a Roberto Trifirò e Gigio Morra.
Anche i giovani della compagnia ben si comportano e meritano la citazione. Sono Vincenzo Ferrera, Davide Giordano, Remo Stella, Chiara Mancuso, Edoardo Coen e Dario Caccuri.
Belle le scene mobili di Sergio Tramonti, i costumi di Nanà Cecchi e le luci di Camilla Piccioni.
Una produzione di “Marche Teatro” in scena dal 15 al 19 gennaio al Teatro Gustavo Modena (a proposito di Grandi Attori) di Genova, ospite del Teatro Nazionale. Convinto l'apprezzamento del pubblico numeroso.

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