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Purchè una luce resti accesa

Il piccolo grande libro di Patti Zappa Mulas.

Sarà anche “normale” che una giovanetta aggraziata e intelligente, venendo da un ambiente artistico assai percettivo, si appassioni prima alla disciplina severa della danza per poi addentrarsi, quasi l’ Alice di Carrol, nella complessità della filosofia estetica. Logico, perfino, che si concentri, subito dopo e tutta intera (anima, corpo e cervello) su di un mestiere onnivoro, multidisciplinare e insidioso come quello del teatro; ma si fa più interessante la circostanza in cui, la stessa creatura, fattasi giovane donna e forte di strumenti assai solidi e complementari, abbia l’animo e la necessità di volerli sperimentare, con qualche rilevanza, in un ambito espressivo ancora diverso e di tutta responsabilità .
In questo caso è probabile che gli esiti non siano banali, ma fino a che punto la faccenda possa riflettere la  bellezza di un potenziale magmatico interiore, dipende e, non poco, dal risultato…
Nel caso specifico il risultato è un piccolo libro, limpido e profondo, che all’autrice, Patrizia Zappa Mulas, “protagonista atipica del teatro italiano”, somiglia  davvero molto, per la ricchezza espressiva e per il bel rigore intellettuale, in virtù dei quali si colloca, immediatamente a suo agio, nel territorio impervio ed esigente della letteratura.
Si tratta di un libro che si legge d’un fiato, ma che si torna a leggere subito, (a brani o per intero) perché certe pagine possiedono l’ appassionato potere di lumeggiare in un lampo significati sommessi, distrattamente legati alle semplici evidenze del mondo o della vita, come, la fisicità, il clima, la ricorrenza, l’abitudine: piccole verità non vistose e perciò più emozionanti ed evocative, acquattate dietro gli automatismi che vorrebbero ottunderci o nella apparente superfluità di percezioni che spesso lasciamo cadere nella corsa quotidiana. ..Come questi fotogrammi su una crisi infantile di crescita e il suo sfumare in dolcezza .

“Davanti non avevo niente di chiaro, solo le ombre della mia realtà - quello che stavo diventando e che perdevo. Alle mie spalle i piccoli tonfi della casa, la sera prima di cena, e poi il pasto, il letto. Il pastello di Caterina che lavorava la carta da disegno porosa. Mia madre agitava la tank con il suo glu glu. I risucchi che facevano cuocere i negativi. Si aprirono le ante della credenza, l’odore degli acidi si mescolò al profumo di farina..(…..). Caterina disegnava, mia madre lavorava la sua argilla profumata. Solo io non facevo niente. Non ero né piccola né grande, ero in attesa. L’odore del cacao mi stava riscaldando lentamente. Sul tavolo le uova, le mandorle, la marmellata arancione, la tank che aspettava il suo turno per essere sbattuta. Due o tre colpi agli acidi e il risucchio. Dieci venti colpi all’impasto e la lenta gestazione delle immagini. Sbattere il cucchiaio di legno nella maiolica, rompere le uova separando il tuorlo dall’albume. Quelli erano i gesti che faceva sua madre, quando mia madre era bambina. Quei dolci la ricollegavano a lei, a noi, a se stessa.Tenevano lontana la tristezza della sera. ..(…) Il tavolo era ricoperto di rullini e barattoli di marmellata…..(..). Tutto quello che cucinava mia madre mi piaceva. Anche le sue foto mi piacevano. Non erano solo belle, erano buone. Sapevano di lei, di vita,. Ma le sue torte mi piacevano più di tutto…(…) Le torte fremevano di calore sul tavolo, le marmellate appena spalmate sulle crepes diventavano liquide e trasparenti. Anche in una sera come questa si può resistere, essere vivi in questo mondo, mi sono detta. Purchè una luce sia accesa nella notte. “Dolci?” commentò mio padre con aria delusa. “Mi preparo un panino col taleggio.”
Fuori c’era la notte, la cucina profumava come un paradiso”.

E’ la sequenza di istantanee che mi induce, mentre leggo, a vedere mentalmente un cartoon disegnato dalla mano di Hugo Pratt? E’ la bimba con i pastelli? Resta un mistero, posso solo dire che il tratto, le sfumature, il ritmo ricordano Pratt: finchè Patrizia parla di bambini, ritrovo gli stessi ragazzini che si incontrano nella “Ballata del mare salato”…

“In un giardino due ragazzine stanno appollaiate sui rami di un fico. Le vedo attraverso il cancello di ferro battuto. Ridono come uccellini, si parlano nelle orecchie per non farsi sentire dagli adulti seduti sotto il portico di fronte. La loro intesa non ha bisogno di sotterfugi per essere perfetta. In realtà hanno l’aria di avere un segreto senza sapere che il loro segreto è la grazia di giocare.
Eccola, l’immagine della felicità.

Ma c’è un altro potere sottile e  granitico in questo piccolo oggetto semplicemente non dimenticabile, composto di quattro racconti, definiti indiziariamente da Zappa Mulas, ricordando un pochino a mio avviso Alice Munro, “forse quattro capitoli sparsi di un romanzo nascosto in cui le voci narranti che sembrano scaturire  dalla città, o dalla sua sparizione, lasciano indizi di una corrente invisibile che le collega”. Mi pare si tratti di un potere visionario ed evocativo che colloca il punto di vista con innata immediatezza e poi descrive le atmosfere in pochi  tratti essenziali : contorni decisi, toni sfumati, grande riguardo per le tonalità luminose, per  la disposizione degli spazi. Ma anche per i suoni, i profumi, il caldo e il freddo, il movimento: e’ impressionante il modo in cui ogni ricordo restituisce l’atmosfera di un’ epoca, attraverso lo sguardo di Patrizia bambina, poi adolescente e ancora giovane donna. Si entra in un racconto e ci si ritrova d’improvviso a rivivere con i sensi resuscitati ad una certa percezione della vita  (appartenente ad un’epoca trascorsa e oggi andata smarrita)   con l’ esattezza evocativa di un cinegiornale, da cui si esce attraverso una nuova, più intima, sinfonia di ricordi.. I racconti successivi si fanno percepire gradualmente come tracce filmiche… anche per la capacità formidabile di aderire alla memoria dei luoghi e dei tempi che riproduce Milano nel suo variare nei decenni, sebbene l’autrice preferisca parlarne come di  “uno spazio mentale che rintraccia, da prospettive diverse, il corpo che è sempre protagonista, i passi e le variazioni di una bambina, ragazza, giovane donna che concertano la trama di una vita”.
Certo, il controllo del proprio corpo e la memoria si direbbero le più importanti risorse di un’attrice e la memoria affonda nel corpo le sue connessioni sinaptiche, permanendo sempre tutta presente, sensibile a speciali accessi mnemonici. Perfino io ricordo una fatale lezione del metodo Strasberg…. Un bel po’ di anni fa, con tutti gli esercizi per svuotare il corpo dalle tensioni e poi focalizzare la mente sul primo ricordo di passaggio e lavorare immediatamente su quel materiale emerso.. Può essere pericoloso mi dissero, potresti non essere pronta… Affiorò quel pomeriggio primaverile nel Chianti, il mio griffone biondo che arrivava in soccorso con una reliquia fangosa tra i denti e metteva in fuga la mia tristezza... Mi ero imposta di non pensarci, ma d’improvviso sentivo di essere via da mesi e che l’averlo lasciarlo nella nostra casona in Toscana per motivi di spazio…(il mio appoggio romano era un quinto di quello chiantigiano e un quarto di quello pratese) era stata una sciocchezza. Non ho più smesso di ricordarlo: arriva all’improvviso, con la smorfia birbona, sui treni, in macchina, al cinema, nei convegni
…Sembra questo il primo accesso di Patrizia alla memoria: non conosco autenticità né efficacia più acuminata…

Se ripenso al torpore mentale della sbarra - un’ora al giorno sei giorni la settimana quarantaquattro settimane all’anno - mi pare di aver sperimentato l’eternità.
Giorno dopo giorno i nostri corpi immaturi si plasmavano con una progressione inavvertibile. Finchè mi accorgevo che la gamba poteva elevarsi di 90 gradi e restare dritta, ferma, senza sforzo. Che le caviglie si erano trasformate in leve formidabili e i glutei erano diventati di ferro……

….L’ora di ginnastica delle mie compagne alla scuola media era uno spettacolo di goffaggini e rese incondizionate. Ero la sola a terminare senza fatica gli esercizi, l’unica a non soffrirli. L ‘unica a muovermi con il corpo invece che subirlo……

Solo quando mi sono trovata per la prima volta nelle gambe i suoi polpacci ho riconosciuto mio padre in me.

In questo momento ho smesso di essere unica. Generazioni di antenati cresciuti in montagna  si sono insediate nel mio impegno muscolare, ne hanno assunto il  comando e mi spingono avanti a continuare la salita.

Eppure, nonostante (e mi pare si comprenda) abbia ritenuto questo libro una preziosa lettura, di quelle a cui si pensa con sorridente riconoscenza, per avervi scoperto alcune generose perle di saggezza, sintomo e sollievo di un’ esitazione condivisa, ( …Il gioco è la vera casa dell’essere rudimentale e potenzialmente felice che è ogni bambino. E ‘ la felicità che ci rende intelligenti) ne ho dovuto  scoprire, del tutto casualmente, la più importante e silenziosa proprietà….
Perchè  di aver a che fare con un libro-libro, (che sapesse – incredibilmente - chiedere  di essere letto ad ogni passo più intensamente) me ne sono accorta soltanto da Mel Bookstore mentre una commossa Franca Valeri e  un convinto Elio Pecora tenevano a battesimo il libro per il pubblico romano, replicando l’altrettanto caloroso debutto milanese in compagnia di  Gillo  Dorfles e Gad Lerner .
Afferrare compiutamente questa specialissima disposizione del libro a pretendere attenzione e cioè ad ”essere” letteratura e non “prova generale” di quella, m’è stato possibile solo ascoltando Patrizia Zappa Mulas leggere il primo dei suoi quattro racconti (quello della bimba che sente avvicinarsi un’altra stagione della sua vita) con la sobrietà e il soffuso imbarazzo tipici dell’autore che sa generosamente creare, ma con ritegno vendere. Perché la Patti leggeva, ahimè, velocemente, così, per esporre.., ma con reticenza assassina…lei che invece ha saputo mettere insieme raffinatissime serate di reading, (come quelle romane per  la ricollocazione in Campidoglio della statua di Marcaurelio o certe altre a cura di Massimiliano Finazzer Flory…)
In poche parole, qui, l’autrice nella sua autenticità di persona (lasciava minor spazio alle sue competenze di attrice e di scrittrice perfino, e) leggeva assecondando a malincuore l’eleganza e l’acume della storia…Consentendomi di capire grazie ai quell’ascolto infausto, la consistenza effettiva del piacere capace di liberarsi da quel testo durante una  lettura silenziosa e assorta. E quel maltrattamento mi  procurava all’istante un dolore, ma un dolore, proprio intimo: manco fosse, il suo bel libro, figlio mio.
Ma  intanto  ritrovavo viva e vera nel suo libro la Milano d’antan, mentre tale e quale una Milano morale stava riemergendo da un fermo immagine ventennale….
Medianicità dell’arte:  può succedere , purchè una  luce resti  accesa…

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