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La solitudine del critico

A proposito di alcuni “naufragi” a teatro.  Avendo il senso delle proporzioni, è difficile chiamare in causa disinvoltamente un critico d’arte della statura di Carla Lonzi, così esemplare perfino nel suo vissuto di femminista coerente e rigorosa: ciononostante, mi conforta l’idea di stare rubando, ad un suo storico articolo di critica d’arte, il titolo di questo testo di rubrica, riservato alla critica non d’arte, ma dello spettacolo. Circostanza che dimostra come la sensibilità applicata alle arti figurative possa espandersi naturalmente verso lo spazio scenico, il cui ambito richiede di essere analogamente interpretato quale misura di una situazione storica e ideologica.

Testimone forte di un “avvistamento di rotta” strenuamente segnalato negli anni e mai superato,“La solitudine del critico” è una riflessione importante e citatissima, comparsa sull’”Avanti” nel dicembre del ’63 e fino ad oggi mai inserita nelle pubblicazioni concernenti l’opera e la vita di questa signora dell’arte e del femminismo nazionali (e non solo): un testo reperibile, finalmente, nel recentissimo “Scritti sull’arte” pubblicato da “et.al” a cura di Lara Conte, Laura Iamurri, Vanessa Martini. Mi sforzo di non trascrivere il testo per intero, tanto è puntuale la lettura della posizione del critico militante, che, pur riferita agli anni ’60 e alle arti figurative, è in sorprendente risonanza con uno stato d’animo che riguarda proprio ora, chi si trovi a riflettere nell’ attiguo ambito dello spettacolo. Come a  confermare l’avvenuta regressione socioeconomica del Paese a circa cinquant’anni indietro, attraverso sistematici affondi simili a questo e in ambiti culturali diversissimi, che possano restituire il senso di un passato evidentemente non risolto.

“Mi è accaduto spesso, dalla posizione di critico non ufficiale che ho assunto, di constatare fino a che punto gli artisti considerino i critici in modo strumentale e come in sostanza li ritengano una categoria estranea al loro lavoro e alle loro preoccupazioni…”

Questa considerazione non sembrerebbe aver bisogno di commenti, eppure è recente la costituzione di un Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea rispetto al quale la parola del critico, espressa con sincera partecipazione, è apparsa superflua e irritante. E non è che un indizio epidermico.. Con straordinaria intelligenza Carla Lonzi percepisce con esattezza che una simile realtà dovrebbe  spingere i critici verso…

“una presa di coscienza dei limiti in cui si svolge la loro funzione e della necessità di arricchirla di nuovi sbocchi vitali anche perché, su quel piano di strumentalizzazione, è evidente che i critici hanno nei mercanti, categoria che si va poco a poco intellettualizzando, dei concorrenti da non sottovalutare. Il contratto, la mostra, l’acquisto delle opere si sono rivelati strumenti imbattibili per la riuscita di una buona politica culturale, superiori a qualsiasi appoggio critico..)

Arrivano a proposito due emblematici “naufragi” proposti in questi giorni dalla scena nazionale, che indicano ognuno la faccia opposta di un sistema produttivo in ( fase critica di) evoluzione, in cui alle parole “mercante e contratto” (usate dalla Lonzi nella sua lettura della politica culturale) va sostituita quella di “Ente di produzione” e, analogamente, alla parola “mostra”, quella di “spazio teatrale”.
L’operazione culturale più autorevole fra i due naufragi (metaforici e non)  rappresentati, si sarebbe detta il colossal tratto dalla trilogia di Tom Stoppard “La sponda dell’Utopia”, a cura e regia delle migliori risorse dei nostri Teatro e Cinema. Eppure stando a coraggio, autenticità e capacità di trasmettere insieme emozione e conoscenza, a rivelarsi più convincente è stata la complessa rivisitazione condotta da Massimo Verdastro sul Satyricon di Petronio: un colossal da camera che ha richiesto la rilettura del grande romanzo latino da parte di più drammaturghi e che in questi giorni viene presentato sulla scena del Teatro Vascello di Roma. E’ fra queste due opposte polarità che il critico rischia le sabbie mobili.
“La Sponda dell’Utopia” ha avuto dalla sua parte un testo importante e profondo, imponenti risorse economiche, eminenti sponsor intellettuali, formidabili manager d’impresa, uffici stampa eccellenti e prodotti editoriali e d’immagine di enorme sapienza professionale, con un esito scenico, attesissimo, di inusitata freddezza. Difficile percepire un’anima nella compagnia, pur fra qualche assolo appassionato e qualche seduzione scenografica di agile eleganza; impossibile riconoscere la classe di un regista cinematografico come Marco Tullio Giordana nell’uso improprio di luci, colori e volumi che furono di Visconti per il famoso “Giardino dei ciliegi” rappresentato al Valle nel 1965,e che qui appaiono inseriti forzosamente, per il piacere di una citazione che si offre, invece, come una rigida incastonatura da logica di partito.

Eppure, nel testo di Stoppard, (che Giordana ha tradotto per Sellerio insieme a Marco Perisse) è proprio da rischi simili che mette in guardia l’intellettuale Belinskij, lamentando nella cultura russa la presenza di tanti modelli d’importazione, a danno di un’espressione irretita, incapace di sprigionarsi genuinamente.
L’idea non è tanto che il regista cinematografico non abbia saputo districarsi sulla scena teatrale altrettanto superbamente che attraverso la pellicola, (vedi l’inverso percorso del coraggiosissimo, veritiero e dolente “Noi credevamo” di Mario Martone), quanto che l’imponente e molteplice obiettivo economico perseguito, abbia finito per indurre nell’impresa creativa, con la sua esigente multipolarità, la glaciazione di una gelida operazione commerciale. Oppure, che la scelta degli attori, in buona parte già noti al regista attraverso la sua esperienza cinematografica e non così giovani come il testo suggeriva, possa aver condizionato l’esito della coesione di una compagnia, che avrebbe dovuto essere ad alto livello di integrazione e interazione teatrale (vedi la Giovane Compagnia del Teatro di Roma, diretta da Lavia ne “I masnadieri”), per rispondere alle aspettative di eccezionalità, messe in campo attraverso un’ operazione di marketing di ottima fattura. O ancora che la direzione dell’ultimo film, “Romanzo di una strage” di intensità neppure lontanamente paragonabile a quella ottenuta sulla scena, possa aver sottratto concentrazione ed efficacia al regista. Dubbio che si muove nelle due direzioni, giacchè proprio questo film, oggettivamente magnifico per scelte formali e di composizione e per interpretazioni attoriali memorabili, sorprende per un rigore di verità insolitamente eluso, dal regista de “I cento passi”.
A valle di questa operazione gigantesca il critico si trova a fare i conti con le numerose declinazioni del progetto che sostengono efficacemente l’evento e con la personale percezione di una promessa non mantenuta appieno, di un’occasione mancata. Chi scrive, soddisfatta la curiosità intorno all’opera di Stoppard  attraverso la lettura del testo, non ha provato il minimo desiderio di assistere agli episodi successivi al primo, rappresentati in giornate susseguenti  e certamente meno raggelati, non fosse che per ragione di tempi tecnici teatrali più complessi.

Viceversa e del tutto casualmente, giacchè non c’è stata un’operazione di lancio particolarmente acuminata, la scoperta attraverso il passaparola di un intelligentissimo esperimento teatrale che ripropone in visione contemporanea una cosuccia come il Satyricon di Petronio, con risultati di una vitalità, un acume e una lungimiranza sorprendenti e spesso esilaranti, restituisce il senso autentico di un’operazione culturale fondata sul teatro: sei ore filate di spettacolo avvincente. ”Il Progetto Satyricon” leggo nel programma di sala“è nato lontano da logiche di potere o da spartizione di torte più o meno appetibili, è il risultato di uno sforzo produttivo non privo di difficoltà per lo più della mia Compagnia (Compagnia Verdastro Della Monica – TSI La Fabbrica dell’attore) supportata dalla condivisione e dall’accoglienza di strutture amiche come Pontedera Teatro, Fondazione Europa, Fondazione SiparioToscana/La città delTeatro e il suo Metamorfosi Festival, Officina Giovani/Comune di Prato, il Teatro delle Donne, ArtistiperAlcamo, PalermoTeatroFestival”.  La difficoltà di trasformare in scrittura teatrale contemporanea  un romanzo latino frammentario ed elaborato in più stili, ha portato l’autore del progetto a chiamare in campo sette giovani drammaturghi di talento che hanno curato ognuno un episodio, con risultati di brillante accuratezza e sbrigliata quanto diversissima ironia. L’esito lascia intravedere gli studi lunghi e scrupolosi di Massimo Verdastro, l’immensa capacità attoriale di declinare le umane attitudini al passato e al presente, l’uso strepitoso del corpo da parte di tutti gli attori, l’affiatamento tangibile della compagnia intera:da Tamara Balducci a Giuseppe Sangiorgio,da Andrea Macaluso a Marco De Gaudio, a Giovanni Dispensa, Valentina Grasso, Giusi Merli, Alessandro Schiavo. Un Satyricon che merita di essere rappresentato nelle scuole medie superiori, nelle Università, trovando un gruppo insegnante all’altezza di alcune prevedibili arditezze (trattasi pur sempre del Satyricon) per la capacità di trasmettere perentoriamente, con minimi accorgimenti sonori o superbe interpretazioni grottesche, il rispetto per la differenza di genere e l’orrore per lo stolcking e la violenza sessuale. Un piccolo capolavoro. Al quale concorrono costumi impertinenti e allusivi, di raffinata grazia comica, insieme a scene essenziali, mai scontate o sommarie e di elegante effetto simbolico (Stefania Battaglia), musiche dal commovente  potere evocativo, utilizzate sovente con effetti di spiazzante, divertente imprevedibilità (Francesca Della Monica).

Difatti leggo ancora nel programma di sala: “Soprattutto il nostro Progetto è stato possibile grazie all’entusiasmo e alla generosità del numeroso e infaticabile gruppo di lavoro: gli attori e i collaboratori tutti, all’insegna di una spericolata e appassionante avventura”. Ed è arrivando qui, che non so pensare a nulla di più sintonico con il pensiero di Carla Lonzi...: “Così mi appare sostanziale che un critico (..) svolga la propria attività indicando quelle realizzazioni artistiche che si presentino come elaborazioni tecniche di vita con le quali l’uomo dà prova di reagire in modo non nevrotico alla caduta dei miti sociali, delle contrapposizioni di culture, di frontiere, di tradizioni a quella che mi sembra giusto chiamare la sua nuova condizione cosmica”.

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