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Riformista a chi?

Caro Diario,
lo scorso dicembre, poco prima delle feste ho trovato, nella rassegna stampa del Premio Riccione un editorialino scritto da Maurizio Costanzo per “il Riformista”. Certo che i nomi sono curiosi: a volte alludono all’esatto contrario di quello che dichiarano. Prendi “riformista”: fino agli anni Settanta questo termine ha indicato una corrente del movimento operaio che intendeva ottenere riforme a vantaggio dei lavoratori e più in generale della società, distinguendosi, quanto ai metodi, dai “massimalisti” o dai “rivoluzionari”.
Con la fine degli anni Settanta (1979 Tatcher, 1980 Reagan, prima ancora i “Chicago Boys” di Milton Friedman in economia) con “riforme” si intende tutta un’altra cosa oggi: “riformista” chi si propone di smantellare, ad esempio, lo Statuto dei lavoratori o i diritti delle lavoratrici in gravidanza, mentre è “conservatore” chi li difende. Dunque a che tipo di “riformismo” si rifà “il Riformista”? Quello che si opponeva ai “massimalisti” di sinistra (peraltro inesistenti oggi) o quello che rappresenta la versione edulcorata delle riforme antipopolari, distinguendosi in ciò da istanze più radicalmente antipopolari?

Caro Diario perdonami, ho un po’ di mal di mare e in queste condizioni è meglio che non ti dica cosa penso dello sbarramento al 4% proposto dei partiti maggiori (inclusi quelli “riformisti”) per le prossime elezioni del Parlamento Europeo, un organismo consultivo che neppure volendo potrebbe rappresentare un qualche ostacolo alla “governabilità”, ostaggio dei terribili “partitini” che, come ognuno sa, sono praticamente l’unico ostacolo che si frappone tra noi e la felicità…

Caro Diario, il riformista Costanzo su “il Riformista” del 5 dicembre scorso, commemorando la scomparsa di Ennio de Concini, sceneggiatore da Oscar con “Divorzio all’italiana”, e assieme a lui di Ugo Pirro, Leo Benvenuti e Ruggero Maccari, si preoccupa per l’assenza di ricambio generazionale degli autori: “Pongo all’attenzione di chi legge per l’ennesima volta la necessità di un ricambio autorale, che se è importante per il cinema, lo è altrettanto per la televisione sia come fiction che come intrattenimento e in qualche modo lo è per il teatro”. Impietoso proseguiva rilevando che “i molti tentativi della Siae per immaginare rassegne o iniziative atte a scoprire nuovi autori e consentire loro una prima messa in scena non sono approdate a nulla di concreto”. Infine ricorda: “In passato c’erano e forse ci sono ancora i Premi Idi e i Premi Riccione per il teatro che hanno incoraggiato più drammaturghi”.
Gli scrivo, rassicurandolo sul buono stato di salute del Premio Riccione e soprattutto degli autori di teatro, particolarmente dei giovani, da Mimmo Borrelli a Fausto Paravidino e Stefano Massini, poi, con tipico piglio massimalista, proseguo “Il problema vero -almeno nel teatro- non è la scoperta dei nuovi talenti, che per altro non mancano affatto, ma il diritto del pubblico a vederli in scena!”. Velleitarie e massimaliste anche le mie conclusioni “Purtroppo le novità e particolarmente i giovani sono strozzati da un sistema dell'informazione orientato quasi esclusivamente al divismo spesso privo di talento, da una distribuzione che campa di rendita e da direzioni dei teatri pavide e ripetitive”.
Già che ci sono lo invito al Teatro Eliseo, diretto dall’impavido Massimo Monaci che ha coprodotto con Arca Azzurra il testo vincitore del Premio Riccione 2007, “Le conversazioni di Anna K” di Ugo Chiti con Giuliana Lojodice e i bravissimi attori della compagnia toscana - e ancora grazie, Massimo Salvianti, per  tuo Anna K/Giuliana L che ci ha portati dentro la trasformazione alchemica che ha fatto di Giuliana Lojodice la vera Anna K.

Caro Diario, “il Riformista” non ha pubblicato una riga, Costanzo non si è visto, i teatri e le televisioni da lui influenzati non hanno mosso un muscolo.
Caro Diario, vedrai con me AnnaK tra poco: si va a Roma, all’Eliseo (www.teatroeliseo.it), dove le Conversazioni sono di scena fino a domenica 8 febbraio.

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