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Berlino 1 - Music for Airports (Brian Eno, 1979)

Caro Diario,

questa volta abbiamo fatto le cose in grande: siamo andati a Berlino! una dozzina di operatori teatrali (si dice ancora così?), capitanati dall’ottima Susanna Höhn, direttrice del Goethe Institut di Roma, una elegante e simpatica “meridionale” di Bamberg, vicino a Norimberga, Baviera.

Aeroporto di Bologna, hall centrale delle partenze, fila mostruosa, fino a metà dell’atrio: è successo qualcosa? Al contrario, non è successo niente: è la solita grandiosa e dispendiosissima messa in scena dei “controlli anti-terrorismo”; a mia conoscenza non hanno mai prodotto alcun risultato pratico, ma assolvono a diverse, importantissime funzioni. Intanto è la più grande e dispendiosa installazione/performance del mondo, messe cattoliche e coppe dei campioni inclusi: il rito va in scena tutti i giorni, a tutte le ore, in tutti gli aeroporti del mondo. Poi è una mastodontica attività formativa, una colossale pedagogia di massa.

I figuranti coinvolti professionalmente sono migliaia e migliaia: agenti di polizia, steward, assistenti, tecnici. Le comparse – noi!- centinaia di milioni. Va in scena l’ubbidienza: allinearsi, aspettare, passare, ripassare, sottoporsi a perquisizioni personali. Le pretese si fanno sempre più irragionevoli e bizzarre, ma noi ubbidiamo: siamo arrivati a farci deportare nei campi di sterminio, ci siamo infilati docili nelle camere a gas, non dovremmo ubbidire alle regole dei misteri gloriosi aeroportuali? Certo che ubbidiamo! Poiché a volte l’attesa è snervante, particolarmente negli aeroporti dell’impero angloamericano ci sono dei cartelli che ti avvertono: porta pazienza, attento a te, perché se perdi la pazienza, se protesti, se alzi la voce, sei fritto: la tua protesta verrà considerata un assault contro i nostri ufficials e interverrà la police.
Allora tu magari friggi, perché la poliziotta ti ha appena sequestrato un tubino di crema antidolorifica per il ginocchio dal menisco malmesso: lei, fiutandoti iroso e piantagrane, non aspetta altro che tu ti incazzi e alzi al voce; ma tu non ci caschi, mantieni basso il tono, inghiotti e passi: personale amministrativo decide della tua vita, diritti costituzionali indisponibili sono in balia del primo inserviente, guardie giurate messe a disposizione da ditte che lucrano sull’industria del terrore possono rovinarti: è una dittatura rosa, accettata placidamente perché percepita come naturale, essendo market-led, parte dell’ordine delle cose: accettiamo con grazia da uno shop-assistant cose che rifiuteremmo da un poliziotto.

E’ puro Ballard, il grande anatomo-patologo del contemporaneo, che ci ha lasciati da qualche settimana, congedandosi con due libri di mediocre letteratura (appunto, letteratura da aeroporti) e grandissima, tagliente visione politica: Millennium people e Kingdom come (Regno a venire, Feltrinelli) sull’incattivimento sociale, la fucilazione dell’umanesimo, il declassamento dei ceti intellettuali, la nuova religione degli shopping mall, degli ipermercati, dei fitness center, il nuovo fascismo dei sorrisi.
L’abbiamo invitato l’anno scorso al nostro festival rivierasco, il Riccione TTV, sui “confini” del contemporaneo, ci ha scritto a mano due righe tremolanti sul fax: “siete gentili, grazie, mi spiace molto, ma sono malato”…Ciao, grandissimo! E grazie, JG, di quello che ci hai fatto “vedere”, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma non “vediamo”…

Caro Diario, quanto a noi, ci rivedremo presto: a Berlino, a Berlino!

continua...

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