Il divorzio

Beppe Navello enfatizza, sottolinea, non solo nella efficace riscrittura scenica ma anche nella struttura stessa della produzione, ed in un certo senso sfrutta con questa sua rivisitazione/travestimento la sconcertante modernità dell'ultimo Vittorio Alfieri per impostare un discorso sullo “stato dell'arte” non tanto del teatro italiano quanto, soprattutto, del contesto sociale e culturale che in oggi, più che condizionarlo, lo 'assedia'. Lo fa a partire appunto da una delle ultime opere dell'Alfieri, una di quelle sei commedie che quell'acuto e libero 'moralista', forse stanco e disgustato ma ancora sferzante e indefettibile, scrive ritornato in Italia, in una Italia, allora come oggi, attraversata da una profonda crisi economica e soprattutto morale, impoverita e diseguale, figlia ormai minore di una Europa in subbuglio.
E' questa, in effetti, una commedia 'morale' che conserva però nella sua stessa scrittura la forza e la paradossale contemporaneità di quella lingua alfieriana, limpida nella grammatica classicheggiante e franta, come l'acqua tra i sassi di un torrente, spezzata nella sua armonia, letterariamente 'inverosimile' perchè consapevolmente da completare sulla scena coi gesti degli attori, a liberarne nella loro sapienza scenica, il significato pieno e profondo, ed in questo la mente non può che andare al robusto sodalizio tra il drammaturgo di Asti e il Morocchesi, suo grande interprete.
Commedia 'morale', dunque, per la sua capacità di sezionare quasi autopticamente la decadenza di una classe dirigente attenta solo al suo 'particulare', all'arricchimento e alla tutela del proprio patrimonio personale, ipocrita, ingiusta e disonesta, e stiamo certamente parlando di quella Italia divisa di fine settecento, e Alfieri lo fa con una forza che oggi forse manca ai più.
Due famiglie genovesi impegnate a maritare i figli mettono in scena una commedia degli equivoci che nasconde il deserto di etica e di sentimenti, con il finale trionfo di quell'ignavia, tipicamente italica, tra tradimenti e ripicche, tra fughe e relazioni fallite, che salva le forme e fa marcire la sostanza, con il trionfo finale del matrimonio 'finto' tra il vecchio arricchito e la giovane libera per contratto.
Beppe Navello costruisce lo spettacolo ed il suo 'senso' profondo a partire da una adesione quasi 'a calco', come direbbe Sanguineti, al bel testo alfieriano e attraverso una riscrittura scenica che, facendo sponda su una scenografia che costruisce all'interno del palcoscenico un micro-teatro settecentesco centrato sull'attore e in cui viene mostrato ingresso e uscita dell'attore stesso, svela quel meccanismo di rappresentazione e di denunzia morale iscritto nella sintassi alfieriana.
Il secondo e non meno importante elemento di disvelamento, quasi una sua premessa, è l'aver iscritto la drammaturgia nel contesto di un progetto di formazione e avviamento alla professione teatrale, sia per recuperare alla cultura italiana l'insegnamento di Alfieri sia per sottolinearne l'elemento anche didattico e pedagogico per la costruzione di una sapienza teatrale robusta, dal punto di vista artistico e da quello etico.
Così sulla scena si alternano giovani interpreti già di buona qualità selezionati dalle migliori accademie di recitazione, abili nel mantenere quel minimo di distacco tra l'adesione psicologica e l'approccio critico al personaggio, che la scrittura teatrale di Vittorio Alfieri impone.
Un'ultima considerazione sui tempi in cui si inserisce questo 'esperimento' prodotto da “Teatro Piemonte Europa”, tempi caratterizzati dalla continua riduzione, ormai quasi una rarefazione, dei fondi pubblici destinati a cultura e teatro, quasi che la classe dirigente attuale, ben rappresentata dai personaggi di questa commedia, temesse, consciamente o inconsapevolmente, e volesse evitare di vedersi rappresentata da chi attraverso la cultura e il teatro è in grado di comprendere e sviluppare una qualche analisi critica e di proporla al Pubblico. Anche in questo è tempo di non deflettere e di cambiare.
Un bello spettacolo e di successo, per i cui protagonisti, numerosi e tutti all'altezza, rimandiamo alla locandina, da cui ci limitiamo a riproporre la parola icastica e sferzante di Vittorio Alfieri:

“...O fetor
dei costumi italicheschi,
che giustamente fanci esser l'obbrobrio
d'Europa tutta..
Spettatori fischiate a tutt'andare
l'Autor, gli Attori e l'Italia e voi stessi;
questo è l'applauso debito ai vostri usi.”

Foto Lorenzo Passoni

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