Nina Vinchi

Nina Vinchi – anima del Piccolo Teatro di Milano – di cui fu parte per un lasso di tempo superiore a quello degli stessi Grassi e Strehler – si è spenta nella sua città il 15 giugno scorso, a novantaquattro anni, rendendo finalmente pubblica quello età che per tutta la vita aveva fatto di tutto, con insospettabile civetteria, di tenere nascosta.

Non ho – personalmente – una concezione tragica della morte: e la scomparsa di Nina Vinchi è per me la serena conclusione di una vita intensamente vissuta, dalla quale aveva avuto la soddisfazione di diventare simbolo e protagonista di quei decenni della storia del Piccolo che sono il capitolo più luminoso del teatro italiano del XX secolo: Donna di fortissimo carattere, ma capace anche di un tatto e di una dolcezza femminili, che fu una sorta di insostituibile ammortizzatore nei rapporti tra la precisa direzione artistica di Paolo Grassi e la caotica direzione artistica di Giorgio Strehler. La sua principale dote, l’assoluta dedizione alle sorti del Piccolo: che la facevano abilmente giostrare tra bilanci finti e reali, rispettivamente destinati al Ministero e al Cda (con tutte le astuzie necessarie alla sopravvivenza), e alla realtà della cose, con le opposte astuzie utili, se non necessarie, a fare saltar fuori soldi per i vizi privati e le pubbliche virtù di un irrefrenabile Strehler. Il suo principale difetto, l’assoluta dedizione alle sorti del Piccolo: che la portavano ad un quasi disprezzo per tutto ciò che nel teatro italiano non faceva parte della sua famiglia.

Ricordo il suo fastidio quando pubblico e stampa – a Milano – privilegiarono “Il diavolo e il buon dio” di Sartre ( e di Lionello e di Squarzina) rispetto a una modestissima “Anatra selvatica” di Ibsen (e Orazio Costa) ospitate in contemporanea sul palcoscenico di Via Rovello; ricordo – ancora – la sua difesa di un modestissimo attore della parrocchia strehleriana, sostenendo che Vittorio Gassman, sotto sotto, era stato soltanto più fortunato. Quando mi accadde di uscirmene dal PT – in nome dell’ortodossia strehleriana, che Strehler stesso stava abbandonando – la sola persona cui neppure tentai di spiegare le mie ragioni, fu lei: Nina Vinchi, Non avrebbe capito. Non avrebbe potuto capire. Anche un Piccolo ormai spento, era per lei un mito da difendere così com’era: io non ero – nella sua cosmogonia – che un inaspettato traditore.

Ebbe a compagni due uomini: Arturo Lazzari, comunista di vecchio stampo, critico dell’Unità, sostenitore illuminato e attento del cammino artistico del Piccolo, e – in età matura – lo stesso Paolo Grassi, al quale fino quasi alla vigilia delle nozze aveva continuato a dare del “Lei”, come si usava ab antiquo prima del ’68. Strehler si allontanò dal Piccolo tra il 1964 2 il ’72, per correre la scriteriata avventura di esperienze giovanilistiche che nulla avevano a che fare con la sua storia; Grassi se ne andò nel 1972, per passare prima alla Scala e poi alla Rai (e con lui l’Italia perse la grande occasione di avere un Ministro della Cultura all’altezza della bisogna). Nina Vinchi rimase, filo conduttore e punto di riferimento di una insostituibile vicenda artistica, che continuò a governare con polso fermo, resistendo anche ai tentativi di invasione di una destra cittadina che mal sopportava di non aver parte anche di quella torta. Quando giunse anche per lei la cosiddetta “età pensionabile”, nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, e una tacita congiura la mantenne al suo posto di segretaria generale, per la quale conservava comunque forze e attributi sufficienti; ma quando, inevitabilmente, giunse anche per lei il momento di ritirarsi dal logorante impegno quotidiano, una vox publica propose la sua nomina da direttrice, onde potesse abbandonare il campo con quel meritatissimo titolo formale.

Fu Strehler che si oppose: con la stessa intransigenza con cui avrebbe presumibilmente risposto il Padreterno a chi gli avesse proposto di condividere l’incarico. Un’ulteriore prova dello straordinario egoismo del caimano: cui Nina Vinchi rispose comunque con la dedizione di Isacco e la pazienza di Giobbe.

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