Salvatore favola triste per voce sola

Salvatore rimane nel cuore. È inevitabile. Così come  rimane impresso negli occhi e nelle orecchie anche Silvio Laviano, colui che interpreta SALVATORE. Lo spettacolo occupa la scena della Sala Assoli di Napoli dal 5 al 10 marzo. Il regista è il conosciuto Tommaso Tuzzoli. Catania: Salvatore nasce prematuro. La sua condizione di vita è un trattato sull’esistenza. Nascere prematuri può significare avere una maggiore curiosità verso la vita, voler vivere più velocemente o voler morire prima?
Chi mai avrebbe immaginato che la storia di un bambino prematuro, nato nel ventre della Catania lavica, ai piedi di quell’Etna che rimane impressa negli occhi a tutti i catanesi, anche quando vanno via dall’isola e dalla città, potesse far scaturire pensieri e riflessioni sull’uomo così profondi.
Considerare e descrivere questo spettacolo come “fortemente poetico” non ci aiuta a descrivere nel migliore dei modi le sensazioni provate durante la visione. È in effetti“notevolmente” poetico e commovente.  Perché analizzare questo lavoro scenico solo da un punto di vista registico significherebbe spezzarlo in una duplice esistenza formale. La regia, in effetti,  è complessa: l’attore gioca con il suo corpo che diventa cassa risonante di voci e interpretazioni. Non solo riesce ad interpretare i componenti di un’intera famiglia, senza cadere in una banale comicità da scimmiottamento caricaturale, ma riesce ad impossessarsi, o meglio ad essere posseduto, da ognuno di quei personaggi. La fisicità prorompente dell’intero spettacolo costringe l’attore ad una performance faticosa, in cui le vene, i muscoli, i tendini, gli occhi, sono tirati all’estremo, ma non da forze esterne, bensì da profondi movimenti dell’animo.  Il pubblico riesce a non perdere neanche un istante di questo viaggio. Laviano/Salvatore non è ipnotico. Questo presumerebbe comunque un distacco tra lui e il pubblico. Lui invece diventa pubblico e il pubblico diventa parte integrante della sua famiglia. Bisognerebbe entrare in scena, sedersi con lui, salire sulla sua macchina, sul suo motorino anni’90, ripercorrere l’infanzia, l’adolescenza, le scarpe Cult e i cerchietti Najoleari,  i luoghi, fino ad arrivare alla caduta. Il climax ascendente dello spettacolo porta lo spettatore a ridere, sorridere, divertirsi. Il dialetto catanese sembra non essere problematico per il pubblico napoletano che risponde bene a numerosi modi di dire, benché non conosca certe situazioni tradizionali popolari della comunità catanese. Ma come tutte le ascese, ci si aspetta la caduta. Ogni spettatore è visibilmente cosciente che tutto ciò succederà, lo è sin dall’inizio dello spettacolo. La morte di un padre arresta inevitabilmente il viaggio di un figlio, di un uomo. Tutto ciò che scorreva sorridente sulla pellicola di questo spettacolo, dalle fattezze a tratti cinematografiche, di memoria registica “tornatoriana”,in un arco di tempo che si espande tra gli anni ’80 e gli anni ’90, si blocca. Si inceppa. Le pellicola si brucia, si sfilaccia.
Dopo un colpo di scena, il resto della vita di Salvatore ci è precluso ed è lasciato alla nostra immaginazione, o meglio ognuno di noi disegna nella propria mente un’immagine diversa, probabilmente influenzata dalle proprie esperienze personali. Numerosi gli elementi che convergono all’interno del testo, dal rito popolare legato alla “Santuzza”, S.Agata patrona di Catania, agli influssi del teatro dei pupi, al concetto di “famiglia” nel Sud Italia, all’immagine dei centri commerciali, simbolo di omologazione distruttiva e reale flagello della provincia di Catania, al connubio vita-morte, al presepe siciliano con “u pasturi scantatu” ( il pastore sorpreso dalla stella cometa), al legame con il tempo passato e all’aspirazione al futuro, fino al l’idea di isola e di cosa ci sia oltre l’orizzonte del mare. E poiché la sottoscritta è catanese ( svelato l’arcano!) sa bene cosa sia la spiaggia della Plaja, i pomeriggi” giovani” in discoteca, gli appuntamenti in Corso Italia, i pranzi infiniti in spiaggia, la festa di S.Agata, l’Etna sullo sfondo che guarda. Ma ridurre questo spettacolo al banale folklore significherebbe perdere un ottimo lavoro di grande profondità, in cui le lacrime sceniche dell’attore sembravano affiorare anche nei visi di alcuni spettatori. Tutti napoletani, peraltro.

SALVATORE. FAVOLA TRISTE PER VOCE SOLA
Sala Assoli Napoli
5-10 marzo 2013.
Tinaos / M.P. produzioni
in collaborazione con
Festival Benevento Città Spettacolo
Teatri in Città – Festival di Teatro Contemporaneo
presenta
Salvatore
favola triste per voce sola
di e con Silvio Laviano
trainer Sabrina Jorio
suono Federico Dal Pozzo
foto/progetto grafico Officina Fotografica
video Teresa Terranova
regia Tommaso Tuzzoli

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