Federalismo

Abbiamo votato. Il ludo cartaceo – secondo la definizione di Mussolini (caustica ed azzeccata, checchè si pensi del Duce) – ha sortito il verdetto: ha vinto la Lega. E in primo piano è balzata, con suasiva veste di determinazione e di fattibilità, l’ipotesi programmatica del federalismo.

Sbandierata da anni, stavolta c’è da crederci: si inzierà dal fisco, ma fatalmente le sue conseguenze si riverberanno su tutti gli aspetti della vita sociale: sanità, istruzione, trasporti, provvidenze…. fino a quell’ultimo vagoncino che è il piccolo “mondo piccolo” dello spettacolo e del teatro. Che cosa accadrà? Che cosa “ci” accadrà, in particolare, a noi teatranti, rappresentanti di una razza in via d’estinzione, meno tutelata del muflone d’Abruzzo (che si è estinto nel Settecento), gratificata di un FUS anch’esso in via d’estinzione, e destinato nel nuovo quadro ad estinguersi del tutto?

A mio modesto avviso il futuro è almeno incerto e problematico. Il federalismo teatrale troncherà verosimilmente i rapporti tra imprese teatrali e pubblica autorità centrale, ma “che cosa” verrà a sostituirsi a quel modus vivendi et operandi? Ogni evento, ogni scoperta, ogni rivoluzione si affaccia su due possibilità: quella di essere usata bene e quella di essere usata male, come è dell’Albero della Conoscenza. Il federalismo teatrale - rimpicciolendo i raggi d’azione - porterà alla luce con maggior trasparenza i rapporti tra impresa e autorità pubblica, sottoponendoli a un maggior controllo e rendendo più difficili gli abusi, i favoritismi, gli scambi e le raccomandazioni? Oppure questa maggior vicinanza faciliterà le connivenze, gli accordi sottobanco tra un’impresa teatrale sempre più attenta al facile gradimento di assessori che se ne servono come di un fiore all’occhiello per una comoda raccolta di voti alla “panem et circenses”?

L’ottimismo della volontà si scontra un poco – ahimè – con il pessimismo della ragione; nel sottoscritto, poi, non posso che constatare con il passar degli anni un lento e progressivo venir meno dell’ottimismo di fronte a una ragione sempre più scettica e dubitosa. La quasi convinzione alla quale finisco con l’approdare è che la possibile rivoluzionarietà del federalismo non inciderà più che tanto – giusta il proverbio che il lupo perde il pelo ma non il vizio – su quella che è la micidiale rete di interessi, di lusinghe, di favori, di clientele che da decenni si è instaurata nel mondo del teatro, tra i lamentosi guaiti di teatranti in cerca di elemosina, e la carità pelosa di politici convinti che per una manciata di euro (che a tanto ammontano le pubbliche sovvenzioni ) non valga la pena inimicarsi una casta così in vista mediaticamente e così presente nei settimanali che si leggono dal parrucchiere.

E’ possibile – altra ipotesi – che sulla falsariga della parabola evangelica – si possa distinguere tra “regioni sagge” e “regioni folli”. Ma neanche qui i precedenti sono incoraggianti: ove si pensi che il Nord Est italiano, regno incontrastato del leghismo, è ancora tanto impastato di ancien régime dall’affidare la direzione di Veneto Teatro a un impensabile Alessandro Gassman: bello, simpatico, à la page, popolare, (abbastanza) bravo, co-protagonista di “Natale a Beverly Hills”, ma chiarissimo fiore all’occhiello di chi ne ha patrocinato la nomina; e ove si pensi che non molti decenni fa la Sicilia, ipotizzata una inaspettata ascendenza siciliana in Arnoldo Foà e in Patrizia Milani, si servì di loro per fondare un miracoloso Teatro Stabile locale.

Pure, l’occasione potrebbe essere propizia: se al di là dei fiori all’occhiello e dell’ambiziosa creazione di carrozzoni per incarichi e sinecure a questo o quel parente, le regioni si concentreranno su se stesse per valorizzare le capacità locali, la lingua e la letteratura loro, e sopattutto quella diffusione capillare dello spettacolo nelle cittadine e nei paesi che i Grandattori disdegnano, e che solo l’organizzazione amatoriale può realizzare. E’ una tesi che del resto il sottoscritto va sostenendo da sempre: in un mondo con sempre meno soldi per l’arte, solo un teatro autosufficiente, di mecenati di se stessi, minutamente radicato al territorio può riportare l’arte teatrale ai livelli e alla dignità che ne caratterizzarono (dal teatro greco, al teatro religioso medievale, al teatro di corte del ‘500) i momenti di maggiore splendore. Il federalismo annunciato sarà in grado di avviare il teatro su questa strada?

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