Per non morire di mafia

Riuscirà mai il nostro Stato a debellare le mafie? La risposta è sì, a patto che nel nostro paese s’imponga e accetti una diffusa cultura della legalità che informi profondamente di sé i comportamenti dei cittadini, in ogni parte del paese e in ogni circostanza. È questo il fronte su cui occorre schierarsi, e non si tratta di retorica tranquillizzante, ma di una concreta e quotidiana battaglia. In questo fronte il teatro italiano, ad ogni livello e in ogni suo segmento s’è ormai da anni schierato con coraggio, senza indecisioni, e in questa direzione si muove con una quantità di spettacoli davvero significativa che ne testimonia la sincera sensibilità e la lucida consapevolezza di quanto sia efficace il suo linguaggio per diffondere la cultura della legalità.
Scriviamo questa volta di “Per non morire di mafia” l’intenso spettacolo /monologo di Sebastiano Lo Monaco (regia di Alessio Pizzech, drammaturgia di Ni-cola Fano e Margherita Rubino, scene di Giacomo Tringali, musiche Dario Arcidia-cono con i canti tradizionali di Clara Salvo), che s’è visto a Noto sabato 23marzo nel contesto della stagione del Teatro comunale “Tina Di Lorenzo” (teatro di cui per altro Lo Monaco è direttore artistico). Lo spettacolo, che è tratto dall’omonimo libro di Piero Grasso, racconta la vicenda umana e professionale dell’ex Procuratore nazionale antimafia, oggi presidente del Senato della Repubblica, dai primissimi inizi, nel ’69, nella piccola pretura di Barrafranca in provincia di Caltanissetta al trasferimento a Palermo, dall’inchiesta sull’uccisione di Mattarella alla serie infinita degli omicidi mafiosi che insanguinarono Palermo, dalla chiamata come giudice a latere del Maxi-processo (dove Buscetta svelò la struttura verticistica di Cosa Nostra, le sue regole ferree, le sue ineludibili sanzioni, la sua capacità di sostituirsi allo Stato) alla disumana oppressione di una vita blindata, dal dolore infinito per la strage di Capaci, nella quale sarebbe stato coinvolto se Falcone, per un caso del tutto fortuito, non avesse rimandato di un solo giorno la sua partenza e, poco dopo, alla strage di Via D’Amelio, dalla guida della Procura di Palermo alla cattura di decine e decine di latitanti mafiosi fino alla guida nel 2005 della direzione nazionale antimafia.
Lo spettacolo si dispiega  su una scena bellissima e scarna, rigorosa nei colori e nelle proporzioni, dominata da un’enorme lavagna i cui vengono trascritte e fissate per la meditazione le parole chiave (ad esempio «l’indifferenza è il peso morto della storia» ) della vicenda e della riflessione morale di Grasso e, se pure un po’ di retorica appesantisce il tutto, è anche vero che è un felice rischio che talvolta si può accogliere se il teatro vuole avere una reale ricaduta politica e civile. Ribaltandosi, alla fine dello spettacolo infatti, quella grande lavagna diventa per intero uno specchio e, davvero, è come se tutto il pubblico avesse la possibilità e quasi fosse obbligato a guardarsi negli occhi e misurare la propria consapevolezza e la propria “indifferenza”, alla luce di quanto ha appena vissuto con l’emozione e la lucidità politica (autenticamente politica) di questo lavoro. Inoltre nell’economia complessiva della messa in scena si mescolano abilmente e utilmente ritmo serrato, autentico respiro teatrale, pathos, che resta il registro che più si addice alle corde di Lo Monaco, e una bella capacità d’esser semplice e diretto nella denuncia dell’infamia mafiosa.

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