Conversazione con Alessandro Gassmann

La figura dell'attore, in quella che è l'immagine percepita collettivamente soprattutto con l'avvento dei nuovi 'media', ha subito negli ultimi decenni profonde trasformazioni e non sempre positive credo, tendendo ad appiattire la sua sapienza in semplice immagine superficiale, ma attraente e attrattiva, da 'apiccicare' a personaggi diversi e talora

incompatibili. Una tale evoluzione appare dimentica, o non interessata, della capacità dell'attore, con la sua ineludibile presenza scenica, di trasformare lo spettacolo in un rito a condivisione comunitaria ove le diverse abilità artistiche convergono e si rapportano con il pubblico che costituisce il filtro ultimo di significazione.
È sempre il teatro, come luogo concettuale più che fisico, e non può essere altrimenti pena la perdita di ogni possibile senso, il luogo privilegiato dove si continua a realizzare quella particolare e affascinante alchimia che si dipana intorno alla presenza dell'attore.
Presenza innanzitutto fisica, in corpo e in voce, e poi presenza rituale quale officiante del rito dello spettacolo nel solco di una tradizione, tra alti e bassi, millenaria e di cui ciascun attore, con le sue diverse capacità, riesce nella sua contemporaneità a farsi quasi inspiegabilmente portatore e conservatore.
Alessandro Gassmann è un attore vero, proprio in questo senso, nel senso cioè di aver saputo attraversare esperienze diverse e anche lontane avendo però saputo sempre mantenere alta l'attenzione e la tensione verso questi elementi fondanti e fondativi di una professione che è, purtroppo non sempre, anche arte.
Lo è nell'attenzione costante all'equilibrio della sua presenza nel contesto delle dinamiche del palcoscenico, lo è nel rapporto con il testo che viene quasi incorporato e rielaborato nella cura del suono della parola come veicolo di senso,  lo è nel suo rapporto con la musica e con la scenografia, quasi a voler riassumere e riepilogare nella sua prestazione attoriale, facendone il centro, il significato complessivo dello spettacolo drammaturgico.
Lo è infine nel farsi 'dramaturg' di sé stesso nel solco, anche in questo caso, di una tradizione molto italiana (il capo-comico e grand'attore dell'800) evolutasi in Italia nell'attore-drammaturgo-regista ed invece rielaborata soprattutto nel Nord Europa come professione autonoma e singolare.
Alessandro Gassmann ha accettato di interloquire con Dramma.it in una iniziale forma di tradizionale intervista telefonica che si è poi trasformata per svariati motivi, non solo e non soprattutto pratici,  in conversazione, in questa forse meno precisa e 'tecnica', ma non per questo meno profonda, anzi forse più intensa per la capacità di intercettare impressioni reciproche e sfumature altrimenti perdute e di cui cercherò di dare conto in queste righe.
L'occasione è nata dalla rappresentazione a Genova del “Riccardo III” ultimo intenso lavoro di Alessandro Gassmann che ne  ha confermato le qualità recitative e, più in generale, la sensibilità drammaturgica.
“Riccardo III” infatti, è la conferma di una esperienza artistica stratificata e profonda, tra cinema e teatro ed è da inquadrare anch'esso in un intenso rapporto artistico con la 'modernità'. Ho dunque domandata ad A.G. quanta parte ha avuto la vera e propria riscrittura del testo nella sua intuizione di regia e di recitazione.

A.G. : “per me era fondamentale creare, a partire dalla tragedia shakespearina, uno spettacolo moderno che sapesse andare verso un pubblico moderno e anche verso un pubblico di giovani. Avevo già collaborato con Vitaliano Trevisan in “Wordstar” e quindi abbiamo insieme subito pensato ad una qualche forma di traslazione nella contemporaneità. Per questo ho prestato molta attenzione alla capacità significativa della vocalità e del suono, utilizzando anche la microfonatura, e ho puntato sulla forza drammaturgica della musica per dare spessore di significazione. Forza questa che credo sia altrettanto importante del significato stesso della parola recitata. Così, grazie a questo lavoro sulla presenza fisica e sonora,  ho voluto e potuto affrontare un testo complesso come questo dandogli una direzione di senso credo molto particolare e vicina a noi.”

Prima del Vitaliano Trevisan di “Riccardo III” ricordo anche l'Edoardo Erba di “Roman e il suo cucciolo”, segno entrambi di una cura particolare della parola drammaturgica in direzione di un suo adattamento alla contemporaneità. Scelte teatrali che indicano la comprensenza di una spiccata sensibilità  e di una precisa scelta artistica, confermata da Gassmann.
D'altro canto, sottolineo, la sua teatrografia, soprattutto per le drammaturgie di cui è ed è stato regista, vede un rapporto privilegiato con testi anglosassoni o del nord europa, con Thomas Bernhard in particolare. Chiedo dunque se non ha trovato testi italiani che lo interessassero, oppure se il motivo è che la drammaurgia straniera consente una maggiore libertà interpretativa appunto attraverso il lavoro sul testo.

A.G. : “Non è che non mi interessino, il motivo è che non ho ancora trovato nei testi italiani personaggi adatti alla mia persona o alle mie corde interpretative, che in fondo è lo stesso. Invece come direttore di teatro ho cercato di mettere in cartellone tanta drammaturgia italiana, ad esempio il citato “Wordstar” in collaborazione con Trevisan e interpreato da Ugo Pagliai. Quindi al contrario sono molto interessato alla drammaturgia italiana ed il cartellone del Teatro Stabile del Veneto ne è conferma. Quest'anno ad esempio abbiamo prodotto “Oscura immensità” di Massimo Carlotto e  “Buco” di Giorgio Sangati e abbiamo avuto tra gli altri in cartellone, oltre a “Wordstar”, “Exit” di Fausto Paravidino e “Ferdinando” di Annibale Ruccello. Ma, come ho detto, per quanto riguarda la mia sensibilità di uomo e di attore ho trovato personaggi tagliati per me soprattutto in Bernhard, personaggi che sento molto vicini perchè adatti al mio modo di recitare che è un modo di interpretare il mondo.”

Affrontiamo così il tema complesso del rapporto con il testo drammaturgico e chiedo ad Alessandro Gassmann se nel futuro, magari avvicinandosi e confrontandosi di più con drammaturghi italiani moderni o contemporanei e con i loro lavori, pensi di poter sperimentare, magari anche attraverso il ruolo di direttore di teatro, il lavoro diretto di predisposizione del testo per la scena, quello del dramaturg per semplificare.

A.G. : “Adesso sono contento di essere 'dramaturg' di me stesso, ma allo stesso tempo penso che sarebbe utile e produttivo che anche in Italia, come in gran parte dell'Europa a partire dalla Germania, diventasse una professionalità riconosciuta, utilizzata ed infine istituzionalizzata, soprattutto avendo riguardo a certi adattamenti o trascrizioni per la scene che talora si vedono e si sono visti in Italia.”

Mentre prosegue il suo lavoro sui testi in rapporto alla contemporaneità, anche come per il “Riccardo III” attraverso il confronto con i 'classici', Alessandro Gassmann non abbandona altre opportunità tra cinema, teatro, televisione. Ormai il rapporto con e tra questi diversi 'media' è ineludibile nella professione attoriale. Ma come affrontarlo e come gestirlo anche rispetto alla ricerca di un autentico e singolare linguaggio espressivo e di recitazione?

A.G. : “Sono in effetti modalità espressive diverse, anche per tempi, ritmi e diffusione, ma che  molto semplicemente hanno in comune per me la possibilità, ciascuno nel suo ambito, di ricercare  un linguaggio ed una recitazione sempre autentici e possibilmente singolari.”

Da alcuni anni Alessandro Gassmann è Direttore Artistico del  Teatro Stabile del Veneto, con conseguenti impegni anche di natura produttiva. Mi domando e gli domando se questa è una 'opportunità' per la sua attività artistica o può diventare nel tempo un ostacolo.

A.G. : “E' per me comunque un incarico lusinghiero, tra l'altro sono il più giovane Direttore Artistico di un Teatro Stabile di Italia, ed inoltre credo che in Italia la Direzione dei teatri dovrebbe essere naturale appanaggio degli artisti di teatro. Adesso invece i Teatri Stabili sono troppo occupati dalla politica che al contrario dovrebbe fare non uno ma tre passi indietro. Con la politica viene poi anche la burocrazia degli Enti. Questo, in realtà, può essere il vero ostacolo ad una libera espressione artistica. Al contrario in Europa, essendo in genere appunto artisti di teatro, i Direttori sono in maggioranza molto giovani, anche più di me.

Inevitabile forse, almeno per quanto mi riguarda e la risposta in un certo senso me lo conferma, un'ultima domanda, banale forse ma che cerco di non banalizzare troppo perchè credo riguardi non la biografia dell'uomo ma piuttosto la formazione dell'artista. Alessandro è un 'figlio d'arte' che da tempo, però non è più percepito e vissuto come tale. A chi e a che cosa il merito?

A.G. : “Effettivamente negli ultimi anni è raro che mi venga proposto, in incontri o interviste, un riferimento a mio padre. Io ho avuto la non comune fortuna di avere genitori che sono stati un esempio e che per questo mi hanno aiutato a sciegliere la mia strada. Però,al contrario, capita più spesso che sia io a prendere l'iniziativa, soprattutto con i più giovani, che non ne hanno o ne hanno un debole memoria, di parlare di mio padre e, assieme a lui, di altri grandi artisti che hanno contribuito a migliorare la scena e la professione dell'attore in Italia. Comunque mio padre mi manca perchè, pur talvolta ingombrante, è stato importante e per me positivo.”

Ci salutiamo e nel farlo Alessandro Gassmann ricorda le prossime tappe del suo  “RICCARDO III”, cioè Bari, Napoli ed Imola per ritornare a Venezia il 24 aprile.

 

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